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LA SCELTA DI GIULIA, di Brunella Schisa (il primo capitolo)

aprile 4, 2014

Pubblichiamo il primo capitolo del romanzo LA SCELTA DI GIULIA, di Brunella Schisa (Mondadori). Domani, l’autrice ci racconterà qualcosa sul suo romanzo e sulla sua genesi.

Il libro
E’ un’abbagliante mattina di luglio quando Emma, neolaureata in Lettere, riceve una telefonata inattesa: l’anziana prozia Carolina, che lei a malapena conosce, la invita a casa sua perché, dice, ha un regalo per lei. La curiosità di Emma si tramuta in stupore quando – tra le mura solenni del palazzo di via dei Mille, a Napoli, teatro di tutte le vicende della sua famiglia – la zia le affida un astuccio che contiene un anello: una meravigliosa corniola ovale con una figura incisa sostenuta da una catena liberty d’oro rosso. Un oggetto prezioso, appartenuto in origine a Giulia, la mitica bisnonna capostipite della famiglia. L’anello, la cui pietra somiglia a un cuore pulsante, sembra lanciare un richiamo al quale la nuova proprietaria non riesce a sottrarsi: abbandonato ogni progetto di vacanza estiva, Emma si dedica alla ricostruzione di una storia famigliare che si rivela coinvolgente oltre ogni sua previsione. Dalle carte rese fragili dal tempo emergono parole piene di passione, le foto ingiallite mostrano volti fieri e misteriosi, la voce di zia Carolina narra di amori e tradimenti, di guerre, speranze e sconfitte – ma a tratti si indurisce in una reticenza impenetrabile. Le vite degli uomini bellissimi e infedeli e delle donne volitive della famiglia Cortesi offrono a Emma chiavi preziose per capire se stessa; ed è sempre più chiaro che all’anello è legato un segreto bruciante…

* * *

Il primo capitolo di LA SCELTA DI GIULIA, di Brunella Schisa

1
L’anello

Era una torrida mattina di luglio quando la mia vita scartò su un binario
imprevisto. Ma non potevo saperlo mentre rispondevo al telefono.
Né il tono di zia Carolina mi aveva messa in allarme. Ripensandoci
ora, posso dire che ero stata sorpresa dalla sua cordialità.
«Cercavo proprio te, Emma. Congratulazioni!»
A tutta prima non avevo riconosciuto la voce: tentavo disperatamente
di associarla a un viso e intanto lei, per fortuna, proseguiva.
«So che ti sei fatta onore e me ne compiaccio!»
Il tono assertivo era inconfondibile.
«Grazie, zia Carolina, mi fa piacere sentirti» risposi mentendo.
Ero allibita. In ventitré anni quella donna non mi aveva mai degnata
di attenzione.
«Ho un regalo per te» continuò, rinunciando ai convenevoli. «Vieni
a prenderlo presto perché sto perdendo la testa e la memoria, potrei
dimenticarlo e cadere dalle nuvole quando verrai a reclamarlo.»
La frase non mi sembrò un vezzo: forse zia Carolina stava davvero
svampendo. Già quell’affettuosità era inconsueta. Inappropriata,
vista l’indifferenza a cui erano sempre stati improntati i nostri rapporti.
Era la zia di mia madre, la sorella di mio nonno Luigi, ma
per tutti era zia Carolina. Non c’era mai stata confidenza tra noi.
Giusto qualche visita di cortesia insieme con mamma, quando ero
bambina, andandocene da casa dei nonni, che abitavano al piano
sopra al suo nel palazzo di via dei Mille. Un rumoroso schiocco di
baci, come usa in famiglia, un fuoco di battute brusche ma affettuose,
e subito fuori.
Che volesse farmi un regalo pareva dunque bizzarro. Non ero la
prima nipote a laurearsi cum laude. Mia cugina Alessandra e mia
sorella Eleonora, pur essendolo già da un pezzo, erano state ignorate
bellamente dalla prozia.
Sempre che zia Carolina non fosse al corrente della mia poco gloriosa
carriera scolastica e volesse premiarmi per il brillante exploit
universitario. Che fossi una capra a scuola era ben noto a tutti, avendo
io manifestato il mio disinteresse allo studio fin dalle elementari.
Il contrasto con mia sorella Eleonora era evidente. L’odiosa
secchiona quando prendeva dieci meno si gettava in lacrime tra le
gonne di nostra madre chiedendole perdono. Figuriamoci. Io, da
secondogenita, avevo chiarito fin da subito che con me se lo poteva
scordare. E quando prendevo un otto, dico otto, che alle elementari
te lo gettano in faccia, mio padre ci portava a cena fuori per festeggiare.
In prima media ero stata rimandata in italiano, e questa
macchia me la sono portata dietro per anni. Non c’era volta che, a
pranzo dalla nonna Letizia, sedute alla sua bella tavola, lei non mi
chiedesse: «E quest’anno quali materie porterai a settembre?». Io
mi offendevo a morte e la nonna si divertiva a provocarmi. Era diventato
uno sketch fisso e avevamo finito col riderci insieme.
Non escludo però che sia stato per togliermi tutti quegli schiaffi
dalla faccia che ho poi deciso di farmi valere all’università. Volendo
misurarmi nello stesso campo di mia sorella, mi ero iscritta
a Lettere, con grande scorno di mio padre che già mi vedeva dottore
commercialista nel suo solido studio, a sgobbare dietro numeri
e imposte varie.
Se la prozia era davvero svampita come diceva, dovevo battere
il ferro finché era caldo. Non avevo la minima idea di cosa volesse
regalarmi, magari un prezioso libro antico illustrato, che avrei
dimenticato su uno scaffale della libreria o rivenduto a un anti-
quario. Nel dubbio, il giorno dopo inforcai la Vespa e guidai fino
a via dei Mille 91. Mi infilai nel palazzo umbertino dove mia madre
era nata, dove ancora abitavano i miei nonni e tutti i Cortesi
rimasti a Napoli.

La scelta di GiuliaQuando l’anziana Rosalia mi aprì la porta e mi introdusse in salotto
attraverso il lungo corridoio, non ebbi alcun presentimento.
Il parquet scuro lustrato a specchio rifletteva le nostre figure. Zia
Carolina era seduta su una poltrona di velluto con i braccioli di legno.
Aveva le gambe incrociate alle caviglie e leggeva con gli occhiali
sulla punta del naso. Il profilo era quello di tutti i Cortesi,
mia madre Alessandra compresa. Naso dritto e sottile, viso magro,
capelli folti e grigi che non si arrendevano al bianco, tirati su con
delle forcine e chiusi in una leggerissima retina.
«Signora Carolina, è arrivata vostra nipote Emma» annunciò Rosalia
precedendomi.
Zia Carolina alzò gli occhi dal libro e sorrise.
«Mi hai preso alla lettera, picceré!»
L’agilità con cui scattò in piedi mi stupì. Era alta e magrissima.
Vestita di blu, la gonna a metà polpaccio, portava alla cintola un
piccolo marsupio. L’oggetto mi sembrò strano.
«Anche io, se mi fossi laureata, avrei scelto la letteratura francese.
Adoro Gide, ma ancor più Flaubert. La tua tesi su chi era?»
esordì, invitandomi a sedere, e la conversazione prese all’istante
la piega di un interrogatorio.
«Su Raymond Roussel» risposi, consapevole di deluderla.
«Non lo conosco, chi è?» chiese aggrottando la fronte.
«Un pazzo che ha inventato una scrittura automatica, molto amato
dai surrealisti.»
«Per carità!»
Scacciò con un gesto infastidito quella congrega di personaggi
chiassosi e provocatori e io pensai di essermi giocata il regalo. Ma
non potevo spiegare a un’estranea che, quando avevo chiesto la
tesi su Guy de Maupassant, il professore si era scandalizzato. Mi
aveva appena dato il primo trenta e lode e io ne avevo approfittato
per domandargli se potevo laurearmi con lui: «Mi meraviglio
che una ragazza intelligente come lei voglia occuparsi di uno scrittore
mediocre come Maupassant» mi aveva risposto, raggelandomi.
Alla fine, siccome ero molto intelligente, mi aveva appioppato
quel folle di Roussel. Provai a rimontare il terreno perso giocandomi
l’unica carta che avevo a disposizione.
«Roussel è più famoso per l’eccentricità che per i romanzi e le
pièce teatrali… ma soprattutto per la sua morte misteriosa.»
Zia Carolina mi guardò con rinnovato interesse.
«È morto a Palermo, all’hotel delle Palme, nel 1933, suicida, o
forse ucciso dall’autista-amante.» E calai la mia briscola: «Leonardo
Sciascia ha scritto un bellissimo racconto sulla sua morte».
«Davvero? Non ne so niente.»
«Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, è quasi un giallo.»
Zia Carolina doveva avere esaurito la provvista di cordialità e
non replicò. Probabilmente non le interessava sapere altro dello
scrittore che mi aveva perseguitato per quattordici mesi. L’avevo
delusa. Se avessi fatto la tesi su Proust magari mi avrebbe trattata
con maggior rispetto. Rimanemmo per qualche secondo in silenzio.
Non avevo la più pallida idea di come proseguire la conversazione,
né mi pareva educato ricordarle il dono promesso. Lei
giocava con la catenella degli occhiali e pensava ai casi suoi, mentre
io mi lambiccavo il cervello per trovare un nuovo argomento,
fissandomi la punta dei sandali.
«Hai sentito che caldo fa?» fu tutto ciò che riuscii a partorire.
La prozia mi guardò sorpresa. Forse pentita di avermi invitata.
«Già», e tacque nuovamente.
Che si fosse dimenticata del regalo? Osservai il suo profilo severo:
mai come in quel momento mi sembrò un’estranea. Che ci facevo
lì? Perché mi sottoponevo a una simile tortura? Dovevo trovare
al più presto un modo decoroso per battere in ritirata, anche
a mani vuote, pur di evadere da quella casa.
Lei dovette intercettare il mio smarrimento, perché si diede una
manata sulla fronte e finalmente reagì: «Il regalo! Che cosa aspettavi
a ricordarmelo? Te l’ho detto che mi sto rimbambendo».
Si alzò, lasciandomi ancora di stucco di fronte alla tonicità dei
suoi muscoli, e si diresse a un mobile. Da un cassetto trasse un piccolo
astuccio di pelle scura. Me lo porse con un sorriso appena accennato.
Sentii il cuore accelerare i battiti e, quando lo aprii, arrossii
per l’emozione. Conteneva un anello, una corniola ovale incisa,
sostenuta da una catena d’oro rosso a maglie morbide. Sembrava
un sigillo. Non osavo toccarlo. Lo guardavo ammirata, dubitando
che fosse destinato a me. La morbida catena liberty era di una modernità
sconcertante.
«Apparteneva a mia madre Giulia. Lo ricordo ancora al suo dito.
Provalo» ordinò senza mostrare alcuna emozione. Eppure mi stava
donando un oggetto intimo e prezioso.
Lo misi controluce per contemplare l’immagine incisa. Mi sembrò
un giovane rinascimentale con i capelli arricciati sul collo e un
copricapo con un pennacchio. Un gentiluomo, o anche un soldato
di ventura, oppure un artista. In trent’anni mi è stato detto di tutto
sul mio anello. Perfino che è una corniola pompeiana. Non l’ho mai
saputo. E in quel momento non pensai di chiederlo a zia Carolina,
che magari mi avrebbe edotta. Non mi importava cosa raffigurasse
né da dove venisse quel gioiello meraviglioso: ero così affascinata da
trascurare i dettagli. Contemplavo l’originalità delle maglie, ignara
di incatenarmi già da quello sguardo alla sua prima proprietaria.
Lo infilai all’anulare sinistro. Era enorme. Mi sfuggiva dal dito.
Lanciai un’occhiata delusa alla mia benefattrice.
«È grande, dovrò stringerlo» gemetti.
«Provalo alla mano destra, sul medio, non è mica un anello di fidanzamento!
» mi esortò lei, contrariata.
La accontentai, pur sapendo di non sopportare vere, fedine o cerchietti
se non all’anulare sinistro.
«No, mi va grande. Ma sono senza parole, mi hai fatto un regalo
stupendo. Era della nonna Giulia?»
«Sì, in effetti mia madre aveva mani come badili!»
Evidentemente non parlavamo della stessa persona. La mia bisnonna
era una vecchietta mite e rinsecchita e non avrebbe mai
potuto indossare un gioiello simile, ma mi guardai bene dal contraddire
zia Carolina. Giravo e rigiravo l’anello tra le mani, perplessa.
Era elegante, carico di dignità, la pietra scura somigliava a
un cuore pulsante. Dovevo esprimere il mio entusiasmo ma non
sapevo come. Una donna che quasi non conoscevo mi aveva appena
offerto il dono più bello della mia vita passata e, probabilmente,
futura.
Per fortuna a zia Carolina non piacevano le smancerie. Usava
le parole con parsimonia, il più delle volte come sciabolate. Frasi
brevi, taglienti, temperate nell’ironia. La felicità dipinta sul mio
viso doveva essere palese e tanto bastò perché mi congedasse con
una battuta.
«Non ti preoccupare, non devi mostrarti grata. La gratitudine
porta a odiare il benefattore. Conosci il detto: “Non fare del bene se
non hai la forza di sopportare il peso dell’ingratitudine?”.» Scrollò
le spalle. «Adesso vai, non perdere tempo con una vecchia. Hai
tutta la vita davanti.»
Il tono era amaro e mi sentii in colpa.
«No, davvero, zia Carolina, non ho fretta, non ho nessun impegno.
Anzi: temo proprio di non avere nessun programma per l’estate.
Non rinuncio a niente!»
«Meglio così, potrai pensare a cosa vuoi fare del tuo futuro.»
Alla mia espressione stupita replicò con un gesto sprezzante.
«Niente resta uguale. Può essere doloroso, ma per aprire una
porta devi chiuderne un’altra. C’è sempre qualcosa che ci lasciamo
dietro, e non vorremmo.»
Le sorrisi. Credo fosse la prima frase personale che mi rivolgeva
in ventitré anni. Si alzò per accompagnarmi alla porta e non potei
fare a meno di notare le caviglie sottilissime, le scarpe con la punta
tondeggiante e un po’ di tacco. La magrezza rendeva austera la
sua imponenza. Le gambe affusolate, le braccia sottili, la schiena
dritta, un seno che in un’altra epoca doveva essere stato florido.
Perché quella donna non mi era mai piaciuta? Da bambina i suoi
modi bruschi mi paralizzavano, e anche adesso mi mettevano a disagio.
Osservai il suo volto illuminato dalla luce che filtrava dalla
porta a vetri dell’ingresso. Gli occhi troppo piccoli, il naso importante
dei Cortesi, le guance scavate. Le profonde occhiaie erano un
altro dei tanti “doni” di famiglia. Zia Carolina mi fissava, aspettando
educatamente che mi congedassi.
«Tornerò a trovarti» dissi per sottolineare la mia gratitudine e
cercai la sua guancia, ma lei mi afferrò il braccio, energica.
«Non considerarmi un’anziana inetta. Non ho bisogno di compagnia,
ho tantissime cose da fare…»
Volse lo sguardo oltre la porta, come per ricordare tutti gli impegni
a venire. Poi la aprì senza aggiungere una parola. La salutai
con un sorriso e cominciai a salire le scale. Per poco l’anello non
mi si sfilò.
«Vado a farlo vedere alla nonna!» dissi tutta allegra, diretta al
quinto piano. Rimasi col dubbio che non mi avesse sentita, perché
quando mi voltai era già rientrata e aveva chiuso la porta.

Sulle scale, l’esaltazione si trasformò in sconforto. Pensai a Guido,
all’estate che mi si prospettava, all’ennesimo agosto a Panarea. Alla
comitiva di bolognesi chiassosi, alle cene dal Macellaio, ai padroni
di casa bridgisti e a noi, un gruppo di vitelloni con poche idee
confuse. Che ci facevo con loro? E dov’era il mio professore? Pensava
a me?
La seduta di laurea non era stata brillantissima. Ero così emozionata
che avevo detto uno strafalcione in francese. Schemà invece
di scemà: la correlatrice per pietà non mi aveva corretta, Moretti
però si era incupito. Una figuraccia niente male dalla sua studentessa
più brillante! Tornata a casa, avevo pianto per l’intero pomeriggio,
sprofondando nella costernazione i miei genitori e anche
Guido, che si era presentato con una bellissima catenina d’oro in
dono. Come potevo spiegare che ero disperata perché studiare era
l’unica cosa che sapevo fare e non volevo smettere?
Infilare il lungo corridoio che portava all’appartamento dei nonni
mi distolse dalla vertigine di vuoto con cui convivevo dal giorno
della laurea, trasportandomi in un’atmosfera familiare e accogliente,
diversissima da quella respirata al piano di sotto. Era del
tutto evidente che la responsabile di quei pensieri funesti fosse l’arcigna
prozia, ed era altrettanto evidente che io ero un’ingrata! Avevo
già dimenticato il mio bellissimo anello ed ero pronta a rispolverare
l’antica antipatia per la mia benefattrice.
“Sono un’autentica carogna” mi dissi suonando il campanello.
La nonna comparve arrancando dietro Lina, la cameriera che, con
suo grande dispetto, l’anticipava ogni volta. Avrebbe voluto possedere
un sesto senso ed essere lei ad accogliermi in corridoio con
un sorriso e una battuta affettuosa. Invece era sorda come una campana
e, quando suonavo, la cameriera si affacciava alla sua stanza
urlando: «Signora Letizia, è arrivata vostra nipote!». Lei si avviava
dietro Lina, e per portarsi avanti iniziava a parlare con me.
Da dietro la porta, sorridevo udendo la sua voce senza riuscire ad
afferrare il senso di ciò che diceva. Poi mi abbracciava, con un trasporto
che mi illudevo riservasse soltanto a me. E così andò anche
quella calda mattina di luglio.
La casa dei nonni è fresca pur essendo all’ultimo piano del palazzo
Cortesi. Nulla a che vedere con la ricchezza dell’appartamento
di zia Carolina, ma mio nonno è stato un pessimo imprenditore
e, da tempo immemore, forse da prima che io nascessi, è il parente
povero della famiglia. Le imposte socchiuse respingevano l’invadenza
del sole napoletano che entrava di taglio attraverso i battenti
alzando mulinelli di pulviscolo o di vera polvere. Il dubbio
era lecito. Ci accomodammo in salotto, come sempre facevamo, mi
sedetti accanto alla nonna sventolando la mano inanellata.
«Guarda che meraviglioso regalo mi ha fatto zia Carolina!»
Mille volte ho cercato di rievocare l’espressione con cui la nonna
accolse la notizia, ma ricordo soltanto il disagio che mi procurò.
Corrugò la fronte? Scosse la testa? Stirò le labbra in un sorriso
turbato? Non so dirlo. Di sicuro rimase in silenzio.
Le posai la mano in grembo e lei la prese tra le sue, avvicinandola
per vedere meglio.
«Lo ricordo, l’anello. La tua bisnonna l’ha tenuto al dito fino alla
morte del figlio. Poi non indossò più nessun gioiello.»
«Non ti sembra un regalo spropositato? Una prozia che conosco
a malapena si priva di un gioiello prezioso per darlo a una nipote
che le è del tutto indifferente.»
«Non mi sorprende. Mia cognata è fatta così. È una donna impulsiva
e diretta.»
«Brusca, direi.»
«Sì, ma come sai è un male di famiglia.»
Il silenzio che seguì mi parve carico di dolore e volli subito
romperlo.
«Ti piace?»
«Moltissimo. Volevo molto bene a Giulia e amo tutto ciò che le
appartiene.» Mi strinse la mano e la baciò. «Compreso questo bellissimo
anello. La tua bisnonna lo usava come sigillo del suo imperio
sulle cose e sulle persone.» Sorrideva.
Per la seconda volta nella giornata ebbi l’impressione che mi parlassero
di una persona diversa da quella di cui avevo memoria. Per
me nonna Giulia era una novantenne magrissima, dallo sguardo
vivo e il carattere mite. Di lei ricordavo la disperazione quando mia
madre la batteva a scacchi. Se le mangiava la Regina, si prendeva
fra le mani la sua bella testa candida e la dondolava gemendo. Io
mi scagliavo contro mamma: «Cattiva! Ridagliela subito!». E nonostante
lei mi spiegasse che non avrebbe considerato sua nonna
una novantenne rimbambita neanche sul letto di morte, restavo col
dubbio che fosse stata compiuta una grave ingiustizia.

Nonna Giulia era morta a novantaquattro anni, nell’estate del ’66,
mentre noi eravamo in vacanza a Capri. Mia madre andava tutti i
giorni a Napoli per stare accanto alla grande nonna.
Sentii un fastidio, anzi un rimorso, sia pur tardivo. Mi ero comportata
pessimamente con lei quel giorno. Lo ricordavo benissimo
e ancora me ne vergognavo. Ero stata al mare e, tornando dai bagni
di Tiberio, ero andata con mia sorella a prenderla al porto. Mia
madre è una persona emotiva, diciamo facile alle lacrime, ma in
quel caso era giustificata: adorava la nonna ed era esausta. Ci aveva
raccontato che poco prima di morire la nonna Giulia aveva alzato
gli occhi al cielo, come per assicurarsi di essere ben accolta là
dove si apprestava ad andare. Poi li aveva chiusi per sempre. Lucida
e scettica fino all’ultimo, non si era smentita nemmeno nel momento
supremo. La fede, per lei, era un’assicurazione per l’aldilà.
Col Padreterno aveva stretto un patto.
Dopo due ore, avendo ormai elaborato il mio lutto, ero piombata
in camera di mamma, furiosa. Stava leggendo, aveva gli occhi e
il naso rossi. Andavo a chiederle giustizia, tallonata da Eleonora.
L’avevamo circondata dandoci sulla voce, ciascuna con la sua versione
dei fatti. Lei ci aveva lasciato blaterare qualche minuto e infine
era sbottata: «Ma insomma! Non avete nessuna compassione.
La nonna è morta, e a voi non importa nulla. Rispettate almeno il
mio dolore e risolvetevela tra voi!».
Che bestia ero stata. E adesso quel bellissimo anello sembrava
confermarmelo. Mi proposi di chiedere scusa a mamma per l’insensibilità
mostrata quattordici anni prima. Il tempo per ammettere
gli errori e per chiedere scusa, per fortuna, non scade mai.
«Nonna, hai visto quanto è enorme? Sembra fatto per una mano
maschile. Com’è possibile che fosse suo?»
«Tu ricordi Giulia ormai alla fine. Dopo una certa età i vecchi
non assimilano più e dimagriscono. Hai mai visto un novantenne
grasso?»
Non sapevo rispondere, non ci avevo mai pensato.
«La vecchiaia le aveva spento la vitalità, ma ti assicuro che era
una donna d’acciaio. Con una spiccata attitudine al comando. Tutti
tremavano davanti a lei, suo marito Carlo compreso.»
Il bisnonno non lo avevo conosciuto. Volsi lo sguardo alla fotografia
sul comò accanto a noi. Era sempre stata lì, ma non l’avevo
mai degnata di attenzione. Mi alzai e per la prima volta lo guar-
dai negli occhi. Un uomo vigoroso, una fronte ampia e distesa, occhiali
a pince-nez, baffi curati, colletto della camicia tondo e inamidato
con un papillon e un fazzoletto nella pochette della giacca
di tweed. Un volto ironico, tra il malizioso e l’irriverente. Pareva
mingherlino. Rimisi la foto a posto e tornai a sedermi.
«Era alta la nonna Giulia? L’ho vista sempre seduta e aveva le
mani ossute. Come poteva indossare questo “sigillo di comando”?»
«Era imponente» rispose la nonna accompagnando l’aggettivo
con un gesto maestoso.
«Vuoi dire grassa
«All’epoca le donne grosse erano apprezzate, non esisteva questa
mania per la magrezza.»
«Tu allora non sarai stata apprezzata per niente, sei un figurino!
La nonna Giulia era grassa? Rispondi!»
«Emma, sei identica a tuo nonno, fissato con la magrezza e con
la ginnastica.» Un sorriso indulgente le accese il bel volto intessuto
di rughe, che raccontavano una lunga vita. «Luigi era sopraffatto
dalle dimensioni matronali della madre e se ne vergognava.
Quando Giulia andava a prenderlo a scuola in carrozza fingeva di
non conoscerla.»
«Hai visto? Allora è vero che era grassa!»
Ero dispiaciuta, quella scoperta contraddiceva il mio ricordo: una
vecchina mansueta, prigioniera della sua infermità.
«Ti dico di no! Era giunonica e aveva un diabete florido, lo chiamava
così. Era tanta in tutto… e poi non dimenticare che ha fatto cinque
figli! Una donna straordinaria. Quando ho raggiunto tuo nonno
in America e abbiamo vissuto due anni e mezzo a New York, lei
si è dedicata a tua madre e a tua zia, custodendole con tutto l’amore
di cui era capace. La nostalgia dei bambini è un martirio. E lei ha
risarcito le nipoti col suo amore totalizzante, caparbio e, se vuoi,
ingiusto. Se Giulia ti voleva bene, le appartenevi e, ti assicuro, era
bello consegnarsi a lei. La adoravamo e la temevamo tutti. Io ero
sua nuora ma mi ha trattata come una figlia. E non puoi immaginare
quanto amasse le nipoti.» Fece una pausa e sorrise. «Era così
passionale, istintiva e schietta che non si curava di nascondere le
sue sfacciate preferenze.»
«Per mamma?»
«No, per tua zia Giulia, e non perché portasse il suo nome, ma
per il carattere. Giulia era una bambina facile e lei la adorava.»
Si alzò e andò a prendere una cornice sulla consolle di marmo.
Nonna e nipote nel 1930. La piccola Giulia indossa una vesticciola
bianca col colletto di batista e appoggia la manina in grembo alla
nonna. La grande Giulia ha i capelli brizzolati e porta un nastro
nero al collo, secondo la moda dell’epoca, una giacca a quadretti
bianca e grigia con il bavero di velluto nero. Esibiva già una discreta
stazza, dovevo ammetterlo. Per guardare l’obiettivo ha lasciato
il lavoro all’uncinetto, e ora quasi sorride. Consapevole di avere
la responsabilità di due bambine piccolissime. La nuora è andata
a New York a riprendersi il marito infedele, lasciandole in custodia
le figlie Giulia e Alessandra. Letizia non è in pensiero per loro,
sa che staranno bene con la suocera. Lo sguardo della zia, benché
fiducioso, è scrutatore. Forse, per quanto piccola, sapeva già quel
che io invece ancora ignoravo?

(Riproduzione riservata)

© Mondadori editore

Brunella Schisa, giornalista e scrittrice, ha curato la pubblicazione di Herculine Barbin. Memorie di un ermafrodito (1978), Il teatro di Raymond Roussel (1982), Lettere di una monaca portoghese (1991). Tra i suoi romanzi La donna in nero (2006), che ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Rapallo Carige; Lo Strappo (2008), scritto con Antonio Forcellino e tradotto in diversi Paesi; Dopo ogni abbandono (2009), una ricostruzione letteraria della vita della Contessa Lara. Questo è il primo romanzo in cui parla della sua città: Napoli. È inviata del magazine «Venerdì di Repubblica» per il quale cura la rubrica di libri.

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© Letteratitudine

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