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IL CAPPELLO DEL MARESCIALLO, di Marco Ghizzoni (il 1° cap. del libro)

aprile 11, 2014

Il cappello del marescialloPubblichiamo il primo capitolo del romanzo IL CAPPELLO DEL MARESCIALLO, di Marco Ghizzoni (edito da Guanda). Domani, Marco Ghizzoni ci racconterà qualcosa su questo suo romanzo.

Il libro
Boscobasso, succulento borgo in provincia di Cremona, è in subbuglio. Non solo il liutaio Arcari è stato trovato morto in circostanze imbarazzanti, ma pare che la sua perfetta mogliettina si sia messa a intrallazzare col becchino, mentre l’ex sindaco è «fuggito» dalla sua tomba: è troppo persino per il maresciallo Bellomo e per i suoi due obbedienti sottoposti. Nel breve volgere di due giorni, mezzo paese viene preso dalla febbre dell’intrigo, che non risparmia nessuno: dalla segretaria comunale Gigliola, zelante in tutto tranne che nel lavoro, al ruvido macellaio milanista Primo Ruggeri, per non parlare della bella barista Elena, contesa tra due uomini e ben decisa a conquistarne un terzo. L’indagine si complica, finché il maresciallo perderà, se non la testa, perlomeno il cappello…
Una commedia degli equivoci sul filo del giallo che mette in scena con gusto la provincia italiana, i suoi caratteri, la sua allegria e i suoi misteri, in un intreccio che coinvolge e trascina come una sarabanda.

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Il primo capitolo de IL CAPPELLO DEL MARESCIALLO, di Marco Ghizzoni

Il becchino comunale Luigi « Bigio » Bertoletti non poteva credere ai suoi occhi: dopo aver messo sotto terra metà dei suoi amici di infanzia – e sì che aveva passato di poco le sessanta primavere – quella mattina di un lunedì di autunno incipiente si trovò davanti il cadavere del liutaio Antonio Arcari, sdraiato sul tavolo dell’agenzia di pompe funebri di suo cognato.
Avrebbe voluto esultare, ma si contenne e si fece un caffè.
Era lì per ricevere alcune indicazioni in merito alla sepoltura e per dare una mano all’anaffettivo parente che sarebbe potuto arrivare da un momento all’altro. Meglio darsi un contegno, poi, una volta solo, avrebbe potuto urlare a perdifiato.
Davanti a lui si apriva uno scenario di conquista insperato che gli dipinse in volto un’espressione nuova, cosa che non sfuggì al marito di sua sorella, Arturo Morselli, titolare dell’omonima agenzia funebre, che proprio allora entrò in ufficio portandosi dietro una nuvola di umidità e la sua inseparabile ventiquattrore di pelle nera consunta.
Morselli stava quasi per chiedere al cognato cosa avesse da essere così felice ma cambiò subito idea, non era nella sua natura interessarsi agli altri. Non ai vivi, almeno.
Antonio Arcari era uno dei più rinomati liutai di Cremona, trasferitosi nel piccolo paese di Boscobasso – a sud della città – per motivi di cuore e di portafoglio. Sua moglie, infatti, l’affascinante Edwige Dalmasso – pronunciato all’italiana – qui era nata e cresciuta, benché i suoi genitori fossero piemontesi e i suoi nonni, si vociferava, venissero addirittura dalla Sicilia. Lei negava risolutamente e attribuiva quella desinenza tutta meridionale del suo cognome alla storpiatura di un fantomatico cognome francese proveniente dalla vicina Valle d’Aosta.
I due si erano conosciuti a un’esposizione liutaria in occasione del duecentocinquantesimo anniversario della morte di Stradivari, quando l’Arcari aveva ancora la bottega in città e il Comune lo vessava con tasse e imposte che lui cercava di eludere con stratagemmi del tutto originali e, bisogna ammetterlo, pure efficaci.
Lei, l’Edwige, era lì come madrina dell’evento in virtù della sua prorompente bellezza mediterranea e della sua relazione non tanto nascosta con l’assessore Mandelli, cremonese doc, sposato e con prole come ogni politico che si rispetti, uomo dalla spiccata generosità e con un debole per le donne, per quel tipo di donne.
Quando la vide sul palchetto allestito nel cortile Federico II, in mezzo a due gigantografie del sommo maestro, Arcari perse letteralmente la testa. Scoperto dove abitava, il giorno dopo era già fuori da casa sua con un mazzo di fiori e un invito per il concerto di Natale al teatro Ponchielli che si sarebbe tenuto la sera della Vigilia, di lì a cinque giorni.
Nel giro di un mese o poco più, l’assessore era già stato scaricato e i due erano convolati a nozze, con somma gioia dei genitori di Edwige che vedevano nell’Arcari un buon partito per la figlia.

Il cappello del marescialloAl ritorno dal viaggio di nozze, il giovane liutaio maturò la decisione di trasferire la sua bottega, e la sua residenza, in quel di Boscobasso, dietro consiglio del suo commercialista che ben conosceva l’amministrazione distratta e di manica larga di alcuni piccoli paesi di provincia e la propensione dei suoi impiegati nell’accettare regali.
E così, grazie alla sua indiscutibile maestria nell’arte liutaria e a una memoria di ferro che gli consentiva di ricordarsi ogni compleanno e anniversario dell’intera giunta comunale, figli compresi, era riuscito a farsi un nome. Nonché a comprarsi una casa meravigliosa che tutto il paese gli invidiava insieme alla moglie, che diventava ogni giorno più bella e più disinibita.
Edwige Dalmasso era, per tutti, la moglie dei sogni e la casalinga perfetta.
Si era rifiutata fin da subito di assumere una governante perché alla casa voleva pensarci lei, non importava quanto fosse grande, lei aveva tempo a sufficienza per occuparsi di tutto. L’unico lusso che si era voluta concedere era il giardiniere, una necessità più che altro, poiché lei amava i fiori e le piante ma non aveva il pollice verde sufficientemente sviluppato per andare oltre un vaso di gerani sul balcone. Per il resto era in grado di fare tutto, stirare e cucinare, fare il bucato e cucire. Addirittura comprava lei i vestiti a suo marito con un gusto invidiabile, sapeva fargli il nodo alla cravatta come pochi altri e gli teneva anche i conti della bottega, perfetti al centesimo.
Ma a differenza delle altre mogli, delle altre casalinghe, non si era lasciata andare, anche dopo anni di matrimonio continuava ad agghindarsi per il suo Antonio, si teneva in forma con lo step e una volta alla settimana andava in un salone di bellezza a Cremona dove si faceva fare capelli, mani, piedi, ceretta e pulizia del viso. Ma solo dopo aver sbrigato le faccende di casa e aver fatto la spesa, eh.
Cosa desiderare di più? Nulla, e infatti Antonio Arcari era felice e soddisfatto, costruiva violini meravigliosi e viaggiava in Giappone, negli Stati Uniti, in Scandinavia, sempre insieme alla sua meravigliosa moglie che lo avrebbe seguito in capo al mondo.
Allora perché il suo corpo era stato trovato senza vita, con i pantaloni calati, in stazione, là dove vanno a battere le prostitute?

(Riproduzione riservata)

© Guanda editore

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Marco Ghizzoni è nato a Cremona, dove vive, nel 1983. È cresciuto in un piccolo paese della provincia cremonese dove sua madre ha gestito un bar per quasi vent’anni, crocevia delle storie e dei personaggi che animano il suo primo romanzo.

© Letteratitudine

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