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L’UNDICESIMA, di Raimondo Raimondi

aprile 14, 2014

L’UNDICESIMA di Raimondo Raimondi (raccolta di racconti edita da Il Foglio). Pubblichiamo di seguito la prefazione firmata da Veronica Tomassini e il racconto che dà il titolo al volume

di Veronica Tomassini

Raimondo Raimondi riesce a raccontare ancora una Sicilia arcaica, lo fa in alcune piccole storie contenute in questa raccolta. Ha il respiro del narratore di razza. E opera qualcosa di più, non racconta soltanto di una Sicilia primitiva, ne intercetta i suoni reali, gli intercalare, le chiusure, lo fa introducendo l’elemento nuovo ovvero la contemporaneità, la crudeltà della contemporaneità che investe in special modo i personaggi – spesso soli, di una solitudine inaudita che incontra la durezza di un paesaggio eppur mai privo di fecondi germogli – come il vecchio di Pietre Rosse, il racconto che inaugura questa riuscita composizione. Procedendo di storia in storia, la Sicilia dei poderi, delle mulattiere, dei vecchi solidi e rugosi simili a tronchi d’ulivo, si sottraggono all’attenzione del lettore per cedere il passo al nesso con l’argomento centrale – io credo – della raccolta ovvero il male, il suo pedissequo ingerire con l’ordinarietà dei suoi deboli esecutori; il male che tracima con le sue assurde lusinghe nelle vicende private, ancorché brevi e mai assolutorie, dei protagonisti. Non è un tremendismo facile quello adottato da Raimondo Raimondi, propone nudamente l’efferatezza di certi segreti dell’animo umano con la competenza del grande conoscitore di vizi e virtù. Sì, Raimondo Raimondi dimostra la precisione del narratore. La sua scrittura è governata, è piacevole, traduce l’eleganza di uno stile che ho imparato ad apprezzare negli anni (Raimondi ha pubblicato molto altro).

Eppure, niente di consolatorio pervade o conclude le sue storie. Sono storie terribili, non saprei come altro definirle, dove il senso del male sovrasta su tutto il resto, malgrado l’eleganza dello stile di cui dicevo, la maturità di una voce o un procedere rassicurante. I fatti che interferiscono sono improvvisi, il lettore non di rado viene colto dall’orrore e dalla sorpresa. Il dettaglio nella successione degli eventi narrati è minuto. Tra i più riusciti, a mio avviso, c’è il racconto intitolato Amhid l’etiope, tragico e intenso. E qui Raimondi conferma la sua capacità di raccontare appunto il suo tempo, gli esodi epocali di questi anni, il castigo della clandestinità, i suoi fardelli, gli uomini che vi son caduti, come agnelli, le loro irreparabili verità. Un racconto doloroso, l’animo umano e di più, gli affanni dei miseri accoliti di una retrovia abietta, pur così lontani da Raimondi, sono veri, palpitanti. Questa è la cifra di Raimondo Raimondi, la sua per certi versi spietata credibilità, il suo metodo mai esitante di metterci al muro (noi lettori anche), la sua scrittura governata del disincanto e insieme così tragica, così emotiva. Merita tutta la nostra attenzione, questo autore appassionato di arte tra le altre cose. Non vi annoierete, piuttosto è probabile che chiudendo sull’ultima pagina siate presi da sgomento, ma è un fatto che Raimondi vi abbia raccontato la vita.

Veronica Tomassini

http://veronicatomassini.wordpress.com/

http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/vtomassini/

 

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Non c’è belva tanto feroce che non abbia un briciolo di pietà. Ma io non ne ho alcuno, quindi non sono una belva.

William Shakespeare

 

L’UNDICESIMA (di Raimondo Raimondi)

Luisa era una giovane puttana che nella nebbia dell’imbrunire misurava i suoi passi sull’asfalto e intanto la sua mente vagava e sognava, durante le lunghe veglie invernali, alla ricerca di pietre nere o rosse o gialle o d’altro colore per appagare la sua voglia di possedere, disposta a tutto ai confini del comune senso del pudore.
Non aveva miraggi da cineteche, né collezionava farfalle in cerca di fortuna, né lanciava gridolini da vergine profanata, né gettava monetine in pozzi profondi che specchiavano la luna, ma, come un cavallo brocco e sfiancato mette in mostra insolente e focoso un inatteso membro eccitato, mostrava le cosce e agitava le tette a beneficio dei rari automobilisti che andavano di fretta sulla provinciale. La caricavano frettolosi operai e vecchi in cerca di buone occasioni. La riportavano nel posto stesso dopo mezz’ora o giù di lì, ma quella volta restò distesa nel cespuglietto di euforbia arborea.
Pure Evelina, puttana nigeriana che a casa sua si chiamava Yetunde della guerriera tribù dei Yoruba e qualche anno or sono aveva lasciato le coste libiche su quel barcone scardinato, batteva di notte in via Elorina coi piedi stanchi su tacchi a spillo mai portati nella sua prima vita, nei campi sterrati del villaggio Sokoto. Aveva rischiato già di morire per un’infezione dopo il rito dell’infibulazione, e poi di fame e di sete e di mare agitato per arrivare alla terra promessa, portando solo un sacchetto di tela che il babalawo le aveva assegnato (era davvero un potente juju) e una statuina di legno intagliato raffigurante il dio Changó, alla cui ira non puoi scampare. Storie usuali, sempre le stesse, che non riguardano i benpensanti: una ragazza di pelle nera che soffre molto e che si dispera, che vuol scappare ma che ha paura degli anatemi dei riti voodoo, della violenza dei suoi fratelli che campano tutti sul suo corpo violato, pronti a punirla severamente se non attira molti clienti.
La mulatta Valeria, nata a San Paolo, orfanella e menina de rua, cresciuta poi al convento delle missionarie di Maria Immacolata, non si accorse per niente del coltello feroce, occupata com’era nel suo lavoro di bocca, che in genere le veniva bene, oh si, era così brava, ma quell’uomo pallido era davvero impotente. L’avesse vista padre Ramiro, così buono con lei, così buono! Le avrebbe assegnato cento avemarie da recitare inginocchiata sui ceci.
È certo un fatto consueto e sanguinoso quando a morire è solo una donna, se sulla strada resta distesa su un letto di sangue una puttana con una gonna troppo corta, sì, troppo corta. Glielo diceva sempre suor Anna al convento che avrebbe fatto una brutta fine, che sopra un letto di duro cemento avrebbe avuto l’ultimo amplesso, senza neanche essere pagata per quell’audace interpretazione, per quella prestazione così speciale, così extra.
Stella lavorava in un locale, un pub music del centro storico sempre gremito di gente strana e divertente: froci, spinelloni con le chiome a treccine stile rasta, mignottone in minigonna e una serie sterminata di tamarri calati dai paesi vicini per una notte brava cittadina. Serviva ai tavoli e faceva marchette, indifferentemente con uomini e donne.
In quel locale, una sera di marzo, aveva fraternizzato con l’impiegato di concetto, per quanto lui fosse timido e introverso, avvicinandolo con modi sbrigativi, bruschi ma accattivanti, nonché esibendo muscoli solidi da lottatrice e una sorprendente frivolezza femminile in un contrasto che lasciava senza risposta inquietanti interrogativi.
Eppure mai Stella avrebbe immaginato in vita sua di rotolare per un pendio scosceso, tra macchie di ogliastro e fichidindia, fino in fondo alla forra con la testa quasi staccata dal busto per un colpo violento vibrato col coltello da funghi d’Aspromonte.
Troppo corta la gonna audace sulle gambe tornite della puttana Marzia, gioia dei poveri di spirito e di tasca, appena ornate d’orrenda cellulite, con calze a rete tessute a maglia lasca, con una smagliatura, oh perbacco!, poco prima del tenero calcagno, poco dopo il ginocchio opulento, ai piedi quelle scarpe col tacco troppo alto, pagate ben cento euro al mercatino, su cui traballava, bionda platinata dal florido seno rifatto e assai palpato, buffa, scintillante e inanimata come un albero del natale passato che va seccandosi con le radici al sole.
L’impiegato di concetto guidava la sua Punto bianca serie Star comprata a rate. Nel suo cervello sminuzzato e avvizzito da lunghi e grigi giorni passati sempre uguali nell’archivio, chiedeva un burocratico indennizzo per una vita che passava senza entusiasmi e senza amore, sull’onda di una vaga perversione; sentiva d’essere un serial killer con profondi dubbi sul perché della vita, eppure convinto di avere una missione d’indubbia e incontestabile valenza.
Lento, in seconda, procedeva cauto. Dentro portava un incubo materno e il dramma di un divorzio e il rutto incontenibile di tante birre scure trangugiate e aveva trascritto su un quaderno, una per una, quelle sue paure.
La puttana Alba non era mai stata una santa ma nemmeno granché una peccatrice, solo una da cinquanta euro, donna per camionisti di passaggio sulla statale per Caltagirone, affittata per poco, per capriccio o per sfogo della carne, come fosse una bici da noleggio. L’impiegato accese un toscanello e aspirò quel fumo acre e forte palpeggiando la lama del coltello, un coltello da funghi d’Aspromonte.
Accese un toscanello, l’impiegato, invano tastando tra le gambe qualcosa d’inadatto e ammosciato e sentendo ancora i postumi dolenti d’un calcolo nell’uretra, risultato alle analisi cristallo d’ossalato. Un tempo si era sentito un re, un cavaliere nato per epiche avventure da romanzo, un folle Orlando in cerca di gloria, ma non fu vera gloria aver piantato otto centimetri d’acciaio luccicante nel petto d’una bionda ossigenata sulla statale per Caltagirone, un corpo scaricato in mezzo ai cardi e una scarpa col tacco di vernice, modello anni settanta finta Bata, da conservare per la sua personale collezione.
Quasi tutte le donne sul viale indossavano gonne corte, anzi cortissime, inguinali, e corsetti ricamati che sostenevano, ma non coprivano, i seni gonfi o siliconati. E ornamenti di rame, di stagno, di plastica colorata e piccoli sandali vivaci e tacchi a spillo di dodici centimetri. Erano truccate con talco e rossetto e strati spessi di fondotinta in molti punti del corpo, oltre che sul viso. Dalle macchine in transito i maschi gridavano saluti vogliosi e contumelie, le ragazze più giovani lanciavano risatine e ancheggiavano sbeffeggiando in risposta.
Pamela, una di Rovigo venuta in Sicilia per amore, voleva comprare dei mobili per la casa sul porto, soltanto due stanze, ma tutte sue. A Pamela erano sempre piaciuti i mobili, antichi, solidi, di legno massiccio, come quelli che aveva visto nello studio dell’avvocato. Se non avesse dovuto dividere i suoi guadagni col pappone, avrebbe potuto arredarla più in fretta. Preferiva clienti anzianotti, le ricordavano suo padre e si accontentavano di poco, non avevano tanta energia e spesso andavano in bianco. Ma non le davano colpa per questo e pagavano tutti senza protestare. Per questo, quando l’ometto sulla punto bianca le chiese di montare in macchina senza neppure chiederle “quanto?”, non ebbe esitazioni, gli chiese solo di spegnere quel toscanello puzzolente, perché lei soffriva d’asma, a causa delle notti umide passate all’addiaccio.
Anche Nerina, in quel di Misterbianco, avrebbe preferito esser invitata da ricchi signori su panfili cromati, magari scopare in cabine di lusso coi violini che stridono roventi melodie, circondata da giovani e rampanti ereditieri e da veline accompagnate da famosi calciatori. Invece rimorchiava palle mosce e aliti puzzolenti e prostate indurite concedendo a buon prezzo le sue mercenarie intimità.
Esitò l’impiegato di concetto, ma solo per un attimo, oppresso dal dilemma se affondare la lama luccicante del coltello da funghi d’Aspromonte nelle tenere carni della ragazza, improvvisata amante che pareva avere la stessa età di suo figlio, laureato precario in attesa di stabile disoccupazione. Chissà perché gli dèi quel giorno non sorrisero per quei suoi dubbi o per quella depressa inconcludenza, per quello scarso risultato e quel misero torpore, per quegli sforzi almeno in apparenza inauditi e immani, in fondo incerti, per quella cattiveria decadente, per quelle membra scarne e ossute, per i nervi sensibili e scoperti, per quelle fantasie lebbrose e contorte? Chissà se l’impiegato assassino, magari in un tempo assai remoto, aveva letto la Bibbia di Mosè o almeno qualche passo del Corano?
La slava Petra tutte le mattine prendeva la corriera per Siracusa, scendeva al capolinea e raggiungeva l’edificio abbandonato, il vecchio albergo scuola che mai aveva funzionato, soldi sprecati dei contribuenti, dove i clienti sapevano di trovarla, precisa e puntale come l’impiegata di un notaio. Aveva il permesso di soggiorno ormai scaduto ma quel lavoro, di utilità sociale ben più che la badante di vecchi mentecatti, non prevedeva ingaggi e contributi. Però la polizia non la fermava, se fosse capitato avrebbe usato le sue carte migliori, la coscia lunga e lo sguardo di ghiaccio, la bocca calda e le mani sapienti, ben pochi avrebbero resistito a tanta bontà. Ma l’impiegato, avvezzo a non vedere, non chiese documenti né permessi e operò una rigorosa e veloce espulsione dal territorio dello Stato.
Le prime volte la bosniaca Mila, se batteva di notte, contava i suoi passi e quando giungeva al dodicesimo, allungava la gamba e saltava sul piede sperando così di evitare il tredicesimo passo che tanta sfortuna portava. Era una sua illusione, naturalmente, poiché il passo che lei contava per quattordicesimo era, in verità, sempre il tredicesimo. Ma vai a spiegare a una puttana bosniaca certe sottigliezze matematiche. Nei primi tempi, avvertiva una fievole ansia ogni volta che doveva iniziare la serata per strada, apprensione che poi svaniva subito dopo aver agganciato il primo cliente, ma col passare degli anni anche questo timore non c’era più e tutto avveniva ogni notte meccanicamente, senza alcuna emozione, non fosse stato per quella mania del tredicesimo passo. Sembrava, infatti, che le sue gambe avessero imparato a calcolare autonomamente il numero di passi senza l’intervento della sua attenzione e che riuscissero a rendersi conto del momento opportuno per fare quel saltello.
L’impiegato aveva notato quello strano fenomeno, facendo la posta alla puttana nelle lunghe notti dell’attesa, tra un sorso di brandy e uno di caffé ormai freddato, ma la cosa lo lasciò indifferente, neppure chiese alla bosniaca qualche spiegazione prima di tagliarle la gola con perizia col coltello da funghi d’Aspromonte, quasi staccandole la testa dal busto, attento a non macchiare per gli spruzzi di sangue la sua nuova camicia verde pallido, acquistata da Sisley in tempo di saldi, che gli dava l’aspetto di un leghista.
Rosetta, una di Ramacca con tanti clienti di Palagonia, sputò sangue dalla bocca e attenta rimirò la profonda ferita, un taglio netto, osceno e ladro, da cui pian piano fuoriusciva la sua forza vitale, come una colata di energia che lasciava dietro di sé una spossatezza infinita, un languido gemito, un precipitar di foglie nell’autunno inoltrato.
Pensò d’aver peccato spesso in tempi di quaresima e di stenti, di aver compiuto atti impuri e manifeste empietà, senza mai pentimenti o sciocchi e vani ripensamenti. Rosetta, nata in quel di Ramacca e poi cresciuta in vicoletti oscuri e maleodoranti, dove la luce del sole non poteva filtrare, troppo presto iniziata alla violenza e al sesso, prima dal padre, poi dal compare di cresima, fu lei, Rosetta, l’undicesima vittima del coltello da funghi d’Aspromonte.

(Riproduzione riservata)

© Il Foglio letterario

 

Il 19 aprile, presso La Casa Del Libro in via Maestranze a Siracusa, con inizio intorno alle ore 18, Raimondo Raimondi presenterà il suo ultimo libro “L’undicesima”, dividendo la scena con suo figlio Luca Raimondi, autore di “Se avessi previsto tutto questo”, entrambe opere edite da Il Foglio. Parteciperà la scrittrice e giornalista Veronica Tomassini. Una degustazione sarà offerta dalla Taverna Giudecca Ortigia, in un connubio certamente piacevole tra gastronomia e letteratura siracusana. La taverna, per chi ancora non lo sapesse, è da pochi mesi aperta in via della Giudecca 7; un luogo intimo, amichevole, ideale per un aperitivo o un apericena.

 

© Letteratitudine

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