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CHIARA GAMBERALE ci racconta PER DIECI MINUTI

aprile 18, 2014

CHIARA GAMBERALE ci racconta PER DIECI MINUTI (Feltrinelli).
Qui, le prime pagine del romanzo (vincitore del Premio Selezione Bancarella)

di Chiara Gamberale

Capita.
Che all’improvviso si spenga la luce. Poi si riaccende, ma tutto quello con cui eravamo abituati a identificare la nostra vita è sparito.
Capita che, per dirne una, lo spazzolino accanto al nostro, in bagno, ecco: non ci sia più.
O che magari arriviamo al lavoro, facciamo per sederci alla nostra scrivania, e invece no. Non è più nostra, quella scrivania: tante grazie, la sua esperienza finisce qui, arrivederci. Ci verrà detto, poi.
O che traslochiamo da un posto che era davvero casa e ci ritroviamo in un posto dove niente riesce a esserci familiare. O che i figli crescono: capita. Che se ne vadano e che i genitori pensino: e adesso? O che i genitori muoiano.
Capita che ci si lasci, capita che si parta, che si rimanga, che qualcosa si spezzi e non si ricomponga. Capita che si cambia, ecco.
Lì per lì sembra mortale.
Eppure non c’è niente di più vitale.
A me è capitato.
Diciamo che sono stata costretta a farlo: ben tre delle esperienze che ho snocciolato come esempi all’inizio di questo flusso di (in)coscienza, mi sono cadute addosso, insieme, senza nemmeno il buon gusto di mettersi in fila.
Per almeno un anno e mezzo non ho capito più niente di quanto mi succedesse dentro e attorno.
Niente.
Fatto sta che, giorno dopo giorno, a un certo punto arriva quello in cui ti svegli e scopri di essere sopravvissuta. Non è una bella scoperta, lì per lì: perché se il tuo cuore, lentamente, riprende a pulsare, se la tua testa riprende a girare, non hai comunque più una vita a cui metterli a disposizione.
Così dal dolore scivoli nello smarrimento.
Io stavo per affondarci, quando una donna straordinaria, il 3 dicembre scorso, mi ha buttato lì:- Sai cosa consiglia Rudolf Steiner, in momenti come questo? Di giocare.
–         Giocare?
–         Sì. Perché non provi a fare ogni giorno, per un mese, per dieci minuti, una cosa che non hai mai fatto prima?
–         Tipo?

Per dieci minuti–         Tipo qualunque cosa. Ascoltare una musica nuova. Fare la doccia dai vicini.
–         Alla fine che cosa si vince? Riavrò la mia vita indietro? – Non ho chiesto, ma ho sperato. E non avendo niente da perdere, ci ho provato.
Ho cominciato da uno smalto rosa fucsia alle unghie dei piedi. Ho suonato il violino. Ho camminato di spalle per il centro di Roma. Sempre per dieci minuti. E mentre una misteriosa elettricità iniziava ad attraversare le mie giornate, ho capito che l’unico libro che potevo scrivere era quello che stavo vivendo.
“Per dieci minuti” non riesco a considerarlo un romanzo come gli altri. E’spudorato, malgrado e grazie all’autofiction che qui e là mi è necessariamente venuta in soccorso. Ma più che un libro per me è un amuleto, il diario di quei trentuno giorni pazzi in cui ho ricamato, ho consegnato il mio cellulare a uno sconosciuto, ho fatto tante piccole cose che non avevo mai neppure contemplato. E mentre, distratta dal gioco, non me ne accorgevo, cose grandi, enormi, entravano e uscivano dalla mia vita. Una specie di figlio. Un amore. Soprattutto la possibilità di non resistere al cambiamento. Di rinunciare a quelli che credevo gli unici confini possibili per me. E invece erano limiti. Perché: “me”, cioè chi? Mi sono chiesta, al trentunesimo giorno.
E a quel punto il libro si è scritto da sé. Non tanto per trovare una risposta. Ma per condividere quella domanda.

(Riproduzione riservata)

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