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IL SONNAMBULO, di Valerio Aiolli (un estratto del libro)

aprile 26, 2014

https://i1.wp.com/www.gaffi.it/images/upload/godot/GodotCeccato/cop_Aiolli.jpgPubblichiamo un estratto del romanzo IL SONNAMBULO, di Valerio Aiolli (Gaffi editore). Nel pomeriggio, l’autore ci racconterà il suo libro

Il libro
1992, l’anno cruciale di tangentopoli, Leonardo direttore generale dell’Alutec, aspira alla presidenza, ma troppi grovigli esistenziali lo stanno stritolando. La moglie Paola si dissolve in una sterile nebbia. La stessa cosa accade a Monica, la sua segretaria. Rimane Carla, una giovane stagista di cui Leonardo s’innamora, e che tiene in piedi un atroce rimpianto per quel tempo in cui non si era abbagliati dalla sfrenata ambizione.

* * *

Giugno

Giugno era scoppiato come un temporale atteso troppo a
lungo. Fiocchi lanuginosi ti si infilavano nel naso, nugoli di
zanzare all’ora del tramonto risalivano le strette vie in pendenza
di Francavilla, dalle rive del Sele quasi in secca su su
fino alla sommità della collina, per arrivare a succhiar sangue
a tutti gli avvocati, commercialisti, notai, proprietari
immobiliari, giornalisti del Gazzettino e dirigenti Alutec che
l’avevano a loro volta succhiato ai loro clienti, inquilini o
dipendenti per tutta la giornata, e che si riunivano per l’aperitivo
al Caffè dell’Orologio. Francavilla sembrava quasi
bella, accarezzata dalla luce sfuggente di quel crepuscolo
lento, bastava non volgere troppo d’intorno lo sguardo.
Digradava piano dal nucleo medievale giù verso la valle, ma
via via che si avvicinava al fiume perdeva uniformità fino a
raggiungere le scomposte propaggini periferiche qua e là
coagulate nelle macchie rossastre delle villette a schiera, veri
e propri villaggi fuori-le-mura perfettamente autosufficienti
con la piazzetta piastrellata in gres, il minimarket incastonato
al piano terra, il parcheggio a lisca di pesce, le auto lì in
attesa della notte per trovare un po’ di fresco. Erano tutte
vuote quelle auto, tranne una Bmw color canna di fucile.
«Adesso tocca a te» disse Monica. Si accese una sigaretta. Una
Marlboro lights. La diciannovesima Marlboro lights della giornata.
Poi si sporse per accendere quella che avrebbe potuto
essere la ventesima e che invece aveva offerto a Leonardo che le
sedeva accanto, al posto di guida.
«Così pare» convenne lui soffiando fuori il fumo.
«Se la nomina arrivasse entro l’estate potremmo festeggiarla
insieme al mio compleanno».
«Il tuo compleanno. Quand’è il tuo compleanno?».
«Sedici settembre» disse Monica. Serrò le labbra. «Pensavo lo
sapessi. I quarant’anni mi piomberanno addosso come una
mannaia il sedici settembre». Difficile sorridere con le labbra
serrate.
«Non stringere le labbra. Sono la cosa più bella che hai,
lasciale morbide» disse Leonardo.
Ora erano le labbra. Fino a qualche tempo prima era la pelle,
ora erano le labbra. Prima o poi finirò le parti del corpo che
possono piacergli, pensò Monica. In effetti la pelle a volte al
mattino se la scopriva un po’ stanca. Le capitava quando mangiava
qualcosa di pesante a cena, o quando si svegliava la notte,
fra le tre e le quattro. Era come se non esistesse più, in quei
momenti. Come se il silenzio dentro di lei e quello fuori fossero
la stessa cosa. E allo stesso tempo fossero il nulla. Cercava di
tenere gli occhi chiusi ma cominciavano a esploderle sotto le
palpebre i fuochi d’artificio. Delle specie di bengala, colori
acidi. Doveva aprirli allora, accettare il confronto con quel
nulla. E la pelle, la mattina, era segnata.
Leonardo si allentò la cravatta e si arrotolò fino al gomito le
maniche della camicia. Bianca, a sottili righe azzurre. La giacca
antracite l’aveva appoggiata sul sedile posteriore, sopra le car-
telline. In quei pochi chilometri tra l’ufficio e il parcheggio
sotto casa di Monica gli si era formata alla base della schiena
una chiazza di sudore che ora, sedendo di tre quarti, cercava
senza parere di nasconderle alla vista. L’aria condizionata in
macchina era uno dei pochi lussi a cui non era riuscito ad abituarsi,
negli ultimi dieci anni.
«Caldo bestia» disse.
La macchina era stata tutto il giorno al sole, adesso lo restituiva
con gli interessi. La tettoia nel parcheggio aziendale, tante
volte messa all’ordine del giorno nelle riunioni sull’organizzazione
interna, non era poi mai stata costruita. Leonardo non
avrebbe saputo dire il perché. C’erano cose che sfuggivano alla
sua comprensione, al suo controllo. Al suo potere di direttore
generale in attesa di promozione.
«Davvero: quando pensi che arriverà ’sta nomina?» insisté
Monica. «Con me ti puoi pure sbottonare».
«Quant’è che è morto Michelotti?».
«Un mese ieri».
«Allora dovremmo quasi esserci».
Non era la prima volta che in Alutec si aprivano queste
pause, queste vacanze di potere. Monica lo sapeva bene, lavorava
lì da quando aveva diciannove anni. Da otto era segretaria
di direzione, e di presidenti ne aveva visti arrivare e andarsene
tre. L’ultimo era stato quel Michelotti, un vecchio dall’apparenza
bonaria, con quei suoi occhi di un celeste acquoso, ma
che era capace di perfidie da uomo deluso, dopo una serie di
passi falsi che l’avevano portato in poco tempo dall’essere uno
dei candidati al posto di ministro dell’Industria a quell’esilio in
provincia. «Anime morte, anime morte…» canticchiava
andando avanti e indietro per i corridoi, senza alcuna inten-
zione di riempire con una qualsiasi attività quella carica onorifica.
«Carne, carne… anime morte!». Era schiantato d’infarto
un mese prima sugli scalini della federazione provinciale del
partito, dove andava in pellegrinaggio un giorno sì e uno no
per far pressione sui funzionari perché gli trovassero un modo
onorevole per farlo fuggire via da lì.
«Insomma è questione di giorni».
«Mah, devono ancora convocare l’assemblea dei soci» disse
Leonardo, dubbioso. «E comunque prima ci vuole il placet del
partito».
Ma l’assemblea dei soci era una farsa, serviva solo a ratificare
ciò che veniva deciso nelle stanze del partito. E al partito gli
avevano già fatto capire che non ci sarebbero stati problemi.
«Lui ha altro a cui pensare che metterti i bastoni tra le ruote»
gli aveva detto Santucci alla federazione provinciale. Era stato
eletto da poco a capo del partito, lui. Leonardo l’aveva conosciuto
di sfuggita, mesi prima. Un siciliano cauto affilato e
determinato, con un paio di baffetti demodé. Altro a cui pensare.
Avvisi di garanzia, Milano, macchia d’olio. Mezza classe
politica che rischiava, se non direttamente la galera, di essere
rispedita a casa con una pedata nel culo.
Osservò le rondini che sfrecciavano basse al di là del parabrezza,
i becchi spalancati a ingoiare quanti più moscerini possibile.
Accarezzò il volante, si voltò verso Monica.
«E noi?» disse lei sfruttando l’onda di quel movimento. «Noi
quando ci vediamo un po’ da vicino?».
Capì, dalla mancanza di reazione dello sguardo di lui, di aver
fatto il passo più lungo della gamba. A Leonardo domande di
quel tipo non andavano poste. Non aveva mai amato parlare di
quella loro relazione. Tra loro due tutto era accaduto, tutto
accadeva in modo in apparenza naturale. Potevano stare anche
tre settimane senza dirsi una parola, per poi ritrovarsi d’improvviso
un pomeriggio intero in un albergo. In ufficio certo
non facevano altro che parlare, ma lì erano il direttore e la
segretaria che si scambiavano informazioni di lavoro. Monica
era convinta però che dietro quella naturalezza Leonardo
nascondesse la strategia di mantenerla a una distanza di sicurezza.
Aveva adocchiato, quando era scesa dalla sua Fiesta per
passare sulla Bmw, le due cartelline azzurre sul sedile di dietro.
Sapeva che erano lì per lei, che avrebbe passato in loro compagnia
il fine settimana. Non sarebbe stato un divertimento, ma
almeno avrebbe avuto qualcosa da fare. Spense la sigaretta
ancora a metà nel posacenere, lo richiuse con uno scatto secco.
«Ma che fai» disse lui a bassa voce con un improvviso tono
gelido. Le aveva afferrato il polso e glielo stringeva con forza,
poi lo lasciò cadere. Riaprì il posacenere, prese il mozzicone
per la punta e le agitò il filtro macchiato di rossetto davanti al
viso. «Me lo fai apposta? Dimmelo, se me lo fai apposta».
Monica si voltò dall’altra parte. Offesa, le guance che avvampavano.
A quarant’anni. Le faceva impressione quel numero. A
quarant’anni essere trattata in questo modo, pensò. Non c’era
nessuno in giro, a parte le rondini con quei loro stridii. Il resto
erano macchine parcheggiate e luci azzurrine negli ingressi dei
blocchi a tre piani.
«Non ci sono bambini» disse come fra sé. «Non ci sono tonfi di
pallone. Dove sono i bambini e i palloni? Com’è questa storia?
Sono spariti dalle strade i bambini e i palloni. Cos’è, una sera
sono saliti su in casa per cena e non si sono mai più fatti vivi?».
Le finestre aperte lasciavano uscire rumori di stoviglie e voci
di conduttori del telegiornale, di giochi a premi.
«Sono l’unica a non avere un televisore qua intorno, lo sai?»
sorrise. «Sì che lo sai. In città, in Italia, nel mondo. L’unica. In
ufficio parlano tutti soltanto di quello che hanno visto la sera
prima alla tivù. Costanzo, Sgarbi, Gianni Ippoliti. Chi cazzo è
questo Gianni Ippoliti, tu lo sai? È come un nuovo paganesimo,
con queste divinità antropomorfe che benignamente si
concedono alla visione dei più, tutte le sere. Cullano gli inquieti,
eccitano gli apatici, divertono gli infelici. Quello che devono
fare gli dei. Dio Costanzo. Dio Gianni Ippoliti. Di’ la preghierina
a Dio Gianni Ippoliti. Ma chi cazzo sarà ’sto Gianni Ippoliti,
lo devo scoprire».
Per un po’ era stata considerata quella un po’ stramba ma
simpatica. Quella che dice sempre no, il bastian contrario che
però non fa male a nessuno. Non vuoi comprare la televisione?
E non la comprare, che ce ne frega a noi. Ma negli ultimi tempi
si era accorta di venire guardata con commiserazione, se non
con disprezzo. Il lunedì di un paio di settimane prima, quando
si era presentata al lavoro e aveva dichiarato candidamente di
non aver visto, di non aver potuto vedere le immagini dell’autobomba
di Capaci, aveva percepito l’odio nello sguardo di
qualcuno. E si era anche vergognata, quella volta si era proprio
vergognata. Era rimasta sconvolta per Falcone, sconvolta per
gli uomini della scorta. Ma ad averla colpita era stata soprattutto
la fine di Francesca Morvillo, la moglie di Falcone. L’unica
a non aver scelto il rischio di morire in quel modo. Perché
nella decisione di Falcone di seguire fino in fondo un ideale di
giustizia, la volontà eccome se aveva contato. E aveva contato
anche, seppur in misura minore, nella necessità che aveva
potuto spingere un uomo della scorta ad accettare un lavoro
così pericoloso. Ma in amore no, in amore non c’è vera scelta.
Per questo le sarebbe piaciuto – no, piaciuto no: avrebbe avuto
bisogno di – vederle quelle immagini, e di vederle proprio
mentre scaturivano per la prima volta dai teleschermi, di
assorbirle fin dal momento in cui una didascalia che annunciava
l’attentato e una prossima edizione straordinaria del telegiornale
aveva cominciato a sfilare sotto tutti i programmi in
onda quel sabato pomeriggio. Ma non aveva visto niente, non
aveva potuto vedere niente. Neppure il giorno dopo sui giornali,
perché neanche i giornali comprava. Quel suo rifiuto,
quel suo chiudersi a riccio di fronte al flusso incessante delle
parole e delle immagini sparate dal sistema dell’informazione
e dell’intrattenimento, era una lotta che aveva cominciato
troppo tempo prima per ricordarsene i motivi con precisione.
C’erano mischiati la contestazione, il femminismo. La voglia di
viaggiare e l’impossibilità di farlo per motivi economici. Qualcosa
che aveva a che fare con un senso di rivolta. Tutti quelli del
suo ambiente, tutti i suoi amici, compravano il giornale, e lei
aveva deciso di non comprarlo più. Leggere il giornale, essere
cittadini informati, era considerato etico, morale, e a lei dava
fastidio doversi conformare alla morale corrente. La morale
corrente. Adesso non avrebbe saputo identificarla con precisione,
la morale corrente. Tutto era cambiato rispetto ad allora,
e quel poco che non era cambiato stava cambiando. Il compromesso
inconfessabile, l’accordo sottobanco, erano diventati la
norma, al punto che erano usciti dagli abissi dove la luce non
arriva mai ed erano saliti a galla. Qualcuno stava cominciando
a puntarci sopra i riflettori. Tutto ciò che si diceva in giro a
proposito di quelle inchieste le dava un brivido di paura
mischiato a un brivido di speranza. Avrebbe voluto seguire,
partecipare; leggere, informarsi. Quel no alla televisione e ai
giornali, si rendeva conto, era un reperto fossile di se stessa, il
simulacro di ciò che avrebbe voluto diventare da ragazza.
Dette un’occhiata al mozzicone macchiato di rossetto che Leonardo
teneva ancora tra le dita e mormorò: «Scusa».
«Stiamoci un po’ più attenti a quello che facciamo» disse lui
ma senza più animosità, anzi con un’eco di dolcezza. O forse era
soltanto spossato per la lunga giornata di lavoro, la barba che
già faceva capolino e tutto quel sudore sulla schiena. Gettò il
mozzicone dal finestrino, sbuffò, si passò una mano tra i capelli.
Non accennavano ancora a diradarsi, a differenza di quelli
della maggior parte dei suoi coetanei (per non parlare degli
sfortunati tipo Corrado, diventato calvo a trent’anni). Come
avrebbe affrontato i primi segni dell’invecchiamento, quando
fosse arrivata la sua ora? Non si sentiva ancora pronto. Forse era
questo suo non sentirsi pronto a mantenerlo integro. A parte i
suoi attacchi di bile, o di gastrite nervosa – i medici non si erano
mai messi d’accordo – che lo infastidivano fin dai tempi dell’università,
ma che proprio per questo lui considerava come dei
vecchi amici un po’ rompicoglioni che ti capitano a cena quando
ti sei già messo in pigiama, pronto per infilarti a letto. Per il
resto non un filo di pancia, tutti i valori degli esami del sangue
nella norma. Dava per scontato che l’incontro con lo specchio,
ogni mattina, gli regalasse un rassicurante “niente da segnalare”.
Non sarebbe durato così per sempre, lo sapeva ma non voleva
pensarci. Guardò l’orologio, le nove e venti.
La messa è finita. Monica accartocciò il pacchetto vuoto
delle sigarette, lo lasciò cadere nella borsa, si allungò verso il
sedile posteriore per prendere le due cartelline. La messa è
finita, andate in pace. Infilò con una certa difficoltà l’indice
nell’uncino di apertura della portiera.
(…)

(Riproduzione riservata)

© Gaffi editore

* * *

Valerio Aiolli: Nato a Firenze nel 1961, ha pubblicato la raccolta di racconti Male ai piedi (Cesati, 1995). Per le Edizioni e/o ha pubblicato i romanzi Io e mio fratello (1999, Premio Fiesole), Luce profuga (2001), A rotta di collo (2002, Premio Giusti). Per Rizzoli Fuori tempo (2004). È del 2007 il suo ultimo romanzo Ali di sabbia, pubblicato dalle edizioni Alet. Alcune sue opere sono state tradotte in Germania, Ungheria e Olanda.

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