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VALERIO AIOLLI ci racconta IL SONNAMBULO

aprile 26, 2014

ImmagineVALERIO AIOLLI ci racconta il suo romanzo IL SONNAMBULO (Gaffi editore). Stamattina abbiamo pubblicato le prime pagine del libro

di Valerio Aiolli

Prima di uscire e provare a farsi strada nel mondo, Il Sonnambulo ha abitato diverse case della mia vita, ha assunto diverse forme, preso diversi nomi, è entrato in contatto con diverse persone, tutte di grande importanza per lui (se ci si può riferire a un romanzo come a un lui) e per me.
Nacque nell’estate del 1992, in diretta rispetto ai fatti che narra, che sono appunto ambientati nei mesi di giugno e luglio di quell’anno. Il ciclone di Tangentopoli era solo all’inizio, ma quella frana crescente di tutto un sistema mi colpì al punto da generare in me l’esigenza di provare a raccontarla non dall’esterno, come ovviamente non potevano non fare i giornalisti, bensì dall’interno, mettendomi nei panni di chi fino a quel momento in quel sistema ci aveva vissuto come l’unico possibile, e adesso si ritrovava sbattuto fuori e messo alla gogna. Volevo cercare di comprendere come si intrecciavano acquiescenze personali e ipocrisie collettive, abbandono dei sogni di gioventù e crisi personali e di coppia. Senza giustificare nessuno, senza scendere in pietismi, ma senza cedere alla facile credenza che quelle persone lì fossero tutte dei mostri. Leonardo (il manager pubblico protagonista della storia), Corrado (suo amico d’infanzia e principale collaboratore), Paola, Monica, Carla (moglie, segretaria-amante, stagista), e molti degli altri personaggi di contorno nacquero allora, in sei-sette paginette a cui all’epoca avevo dato il nome di La distrazione e la forma di un soggetto per un film. Sì, perché in quel periodo ero convinto di essere molto più portato a scrivere film che romanzi. Più di vent’anni dopo posso dire con certezza che mi sbagliavo alla grande: ho pubblicato sette libri, non ho scritto nessun film. La distrazione comunque fu concepita in una casa luminosa anche se non molto grande rispetto al fatto che ci abitavamo in tre (poi in quattro), e ricevette la lettura attenta, critica ma benevola di mia moglie e, qualche mese più tardi, di Chiara Tozzi, scrittrice e mia insegnante in un corso di sceneggiatura. Provai anche a scriverla una sceneggiatura tratta da quel soggetto: non ne venne fuori niente di buono. Capivo che ero solo all’inizio di un cammino, che sarei dovuto scendere molto più in profondità rispetto a dove mi ero fermato per il momento.
https://i2.wp.com/www.gaffi.it/images/upload/godot/GodotCeccato/cop_Aiolli.jpgPassano quindici anni, arriviamo all’inizio del 2007. Mi è stato appena accettato il mio quinto romanzo, Ali di sabbia, che verrà pubblicato a settembre di quell’anno da Alet. Qualcosa mi dice che è arrivato il momento di rimettere le mani una volta per tutte su quell’ormai lontana Distrazione. Non è una novità: ogni volta che ho finito un libro ho provato a iniziare un romanzo a partire da quelle paginette di tanti anni prima. Ne ho scritte via via venti, trenta, di pagine. Forse quaranta. Ogni volta che le rileggevo mi dicevo che erano buone. Ma non così buone, evidentemente, da infondermi l’energia per andare avanti. E passavo ad altro. Ma questa volta no. Questa volta sento che la distanza fra me e quel periodo storico è diventata quella giusta. Vedo i personaggi in prospettiva, non più schiacciati contro un fondale che rischiava di rivelarsi troppo ingombrante, invasivo. Li vedo muoversi, li sento andare avanti e indietro dentro le loro vite. Intanto cambio il titolo, che diventa Erosione. E poi comincio a scrivere, senza fermarmi. Mi aiuta l’ambiente in cui sono immerso: una casa silenziosa con un bel pavimento in parquet (ho la sensazione di scrivere meglio poggiando i piedi sul parquet; una mania, mi rendo conto), una piccola stanza tutta per me, una finestra da cui si vedono tetti e colline. È lì che emergono pagine a cui sono affezionato come quelle sull’amicizia di ragazzi fra Leonardo e Corrado, quelle sul dolore di Monica, quelle su come cambia la percezione del tempo via via che si invecchia. Termino di scrivere il romanzo un anno dopo, proprio nei giorni in cui lascio per sempre quella casa, con emozioni forti e dure che si incrociano e che lasceranno un segno perenne in me. Lo invio ad Agnese Incisa, la mia agente. A lei piace molto, mi suggerisce solo di cambiare il titolo. Quasi subito trovo quello che sarà il definitivo.
Dopo qualche tempo ricevo da un grande editore (che per un po’ parve interessato alla pubblicazione) l’input a rimettere le mani sulla storia, in quella prima stesura narrata da un testimone esterno che, oggi, ricostruiva la vicenda di allora. Riflettendoci insieme ad Agnese e a Chiara Tozzi, dalla quale ricevetti ancora consigli preziosi, mi convinsi a eliminare quel punto di vista odierno, quella specie di cornice che in effetti appesantiva un po’ il racconto, e a modificare alcune pagine sul finale, rendendolo più ampio ed evocativo. Ora il romanzo stava diventando più compatto, più vero. Sentivo che stava assumendo la sua forma definitiva. Ci lavorai su nella stessa casa in cui Il sonnambulo era nato, nella quale per una serie di vicissitudini ero tornato ad abitare. Da solo, questa volta.
Fu in quella casa, la stessa in cui sto scrivendo ora, che ricevetti poco più di un anno fa la mail di Andrea Caterini, della Gaffi, che mi comunicava di volerlo pubblicare. È stato in questa casa che, a gennaio, ne ho ricevute le prime copie. Chiudendo un cerchio di scritture e riflessioni durato più di vent’anni e iniziato qui, su questa stessa fratina di noce dove è poggiato il mio computer, sul quale adesso termino di stendere questo racconto sulla nascita di un racconto.

(Riproduzione riservata)

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