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LA NASCITA DEL CHE di Davide Barilli (un estratto del libro)

Maggio 2, 2014

immagine scheda libroPubblichiamo un estratto del volume di racconti LA NASCITA DEL CHE. Racconti da Cuba di Davide Barilli (Aragno editore). Domani, Davide Barilli ci “racconterà” il suo libro

Dalla prefazione di Giovanni Tesio
Barilli annoda il vicino e il lontano, la Bassa più sua, di cui corre qui almeno un accenno di nebbia, ad una Cuba assente da ogni voyeuristica e perbenistica curiosità. Non già l’Isla en touriste di qualsivoglia dimensione, ma invece la Cuba in cui s’aggirano i lenti passi delflâneur. Momenti, istanti, improvvisi, dove la parola cattura l’immagine con leggerezza a volte dolente a volte ridente, aprendosi ad assaggi e incroci che rendono più mobile la percezione delle cose, che ci parlano di un’altra Cuba, di una Cuba rinserrata in un gesto, in un volto, in uno scorcio, in un oggetto (La nascita del Che), o anche in un incubo (le magnifiche atmosfere claustrofobiche de Il maggiordomo di Caruso) e per virtù di scrittura rivelata ai sensi di chi sa strappare le maschere al suo segreto.

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Un estratto di LA NASCITA DEL CHE di Davide Barilli (Aragno editore)

Ormai sono un uomo senza futuro e senza denti. Un tempo, prima di diventare quello che sono oggi, mi bastava sorridere per illuminare gli occhi delle donne. Mi chiamavano ”il mango”, come dire il frutto più gustoso e dolce che esiste in quest’isola.
Vengo dalla penisola di Zapata, una terra nobile che non mi appartiene più. Come non mi appartiene la giovinezza che ho perso nelle strade, nelle battaglie, al fianco di chi oggi faticherebbe a riconoscermi.
La mia vita è volata via. Non ho niente ormai, neppure il mio orologio. L’ho venduto a Canel, l’orologiaio di Calle Monte. È un Cuervo y Sobrinos, un pezzo d’epoca. Tondo come una cipolla, con un tintinnio che è goccia d’oro. È stato costruito dagli svizzeri di Zurigo, questo capolavoro. E marchiato qui sull’isla. Apparteneva a mio padre, pace all’anima sua. Quando morì me lo mise in tasca, e da quel giorno non me ne sono più staccato.
Quando Canel lo ha visto mi ha detto che era fasullo, che non valeva nulla.
«Vedi, il quadrante sembra avorio, ma non lo è, è solo un cerchio di carta maldestramente ingiallito con il chiaro d’uovo. Anche le ore, se le osservi bene, sono scritte a mano…e le lancette non sono originali, fili di ferro dipinti e ben falsificati…un lavoro ben fatto, ma al mio occhio non sfuggono certi particolari…».
Poi, stringendo i piccoli occhi da roditore, aggiunse:
«Certo, uno yuma sprovveduto, uno di quei turisti che si fanno imbrogliare da tutti, magari ci cascherebbe subito….ma se vuoi venderlo bene, farci sette o ottocento dollari, devi valorizzarlo con pezzi d’epoca… vanno sostituiti il cubo, la corda, il volante e l’aguia, la lancetta dei secondi…se vuoi posso procurarti quelli originali della Roskopf, una delle ditte svizzere che costruivano i Cuervo y Sobrinos che si vendevano nell’Isla mezzo secolo fa».

immagine scheda libroC’ero rimasto malissimo. Pensavo di aver in mano un capitale, invece quell’orologio era il prodotto di una estafa, una truffa, così aveva detto Canel, e per farlo aggiustare ci volevano cento cuc, una pata di dollari cubani. Alla fine mi aveva convinto: il Cuervo y Sobrinos era andato a lui e io mi ero messo in tasca trenta dollari. Ma con un patto, che potevo tornare da lui e riprendermelo, il mio orologio, quando volevo. Dovevo solo aggiungere altri cinquanta dollari ai trenta. E l’affare era fatto. Mi sarei ritrovato con un pezzo nuovo di zecca che valeva almeno sei, sette, volte di più. Dell’orologiaio di Calle Monte mi sono sempre fidato. Era un tipo onesto, lo dicevano tutti. Prestava soldi a usura, ma con dei tassi abbordabili. E poi se non ci arrivavi coi soldi, lui i debiti se li faceva ripagare con altri mezzi. Perché Canel era un uomo baciato dalla vita, un tipo dalle mille risorse. Accanto al suo piccolo laboratorio
di calle Monte aveva una stanza, ad esempio, che riempiva con le cose che gli portavano i creditori. Vecchi dondoli, ritratti di nobili creoli, spade dai pomoli d’ottone risalenti alla guerra di indipendenza, sacchi di passamaneria, sigari inscatolati, materassi, scarpe da ballerina, voliere. Tutta merce accumulata nel corso degli anni che costituiva il suo capitale. Ma il suo capolavoro erano i libri. Aveva cominciato recuperando i volumi che alcune famiglie un tempo benestanti, a corto di liquidi, svendevano a poco prezzo. Ricorda ancora l’espressione di certe signore, quasi in lacrime per dover separarsi da collezioni di romanzi su cui avevano trascorso la giovinezza, oppure il dispiacere di ingegneri, che sbarcavano il lunario vendendo sogni ai turisti, costretti a disfarsi di testi professionali su cui avevano passato notti insonni a studiare. Poi si mise in affari con certi individui che sgomberavano le abitazioni abitate da vecchi senza prole e nipoti: alla loro morte veniva avvertito e, in cambio di una piccola percentuale, comprava intere biblioteche, casse di legno che contenevano epistolari, raccolte di agronomia, grammatiche spagnole, testi dell’opera omnia del filosofo Enrique José Varuma o del critico letterario Manuel Sanguily, per non dire dei testi del poeta rivoluzionario Bonifacio Byrne o del novellista Carlos Loveira, comprese certe scaffalature di valore, in legno di ebano, oppure boiserie olandesi zeppe di enciclopedie spagnole del diciottesimo secolo. Nel mucchio, spesso, gli capitavano anche certi volumacci di nessun valore, né antichi né nuovi, datati, illeggibili perché mancavano pagine o erano strappate, oppure l’inchiostro si era sbiadito; insomma, libri da cui non avrebbe cavato un peso, del tutto invendibili.

(Riproduzione riservata)

© Aragno 

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Davide Barilli è nato a Parma nel 1959. Ha pubblicato tre romanzi, La fascia del turco (1989), Musica per lo zar (2001), Le cere di Baracoa (2009) – nella terna finalista del premio Fabriano 2010 – e raccolte di racconti, Poltrona per acqua (1998),La casa sul torrente (1998) e Piombo e argento (2003). A Cuba ha dedicato una serie di brevi testi, illustrati da pittori, uno dei quali – Carte d’Avana (2010) – è stato vincitore del premio per la narrativa di qualità al Festival della Microeditoria nel 2011. Lavora come giornalista alla Gazzetta di Parma.

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