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IL CUORE A DESTRA, di Silvana Grasso

maggio 6, 2014

IL CUORE A DESTRA, di Silvana Grasso

Quando il cuore batte a destra

di Anna Vasta

Nello spazio tempo di un racconto – Il cuore a destra di Silvana Grasso, Edizioni Le Farfalle – nella sua misura di incompiuta brevità si svolge senza giungere a compimento, incagliandosi e intuppandosi come ciocche di capelli e scarti di cibo nello scarico del lavandino o della pilozza, il vissuto-destino di Apollonia/Billonia, zitella quarantenne dal nome forestiero, stravagante in un luogo, Spinasanta, di Sarine, Nerine, Marìdde e Catìne, tanto da doverlo storpiare in Billonia perché possa essere legittimato ad esistere come nomen e omen-sorte legata a un nome.

Apollonia- Billonia, spacciatrice di santi e miracoli, che esercita il suo mestiere, il suo talento affabulatorio, il suo straordinario potere di raggiro e di plagio sui cafoni di Spinasanta,- i quali si consegnavano a lei corpo, anima e denaro, per un’effimera guarigione dai piccoli mali quotidiani; del grande male, quello del vivere, nascita, matrimonio, debiti e in ultimo la stessa morte con soffrimento, in quelle anime perse neppure un barlume di coscienza-è fatalmente personaggio di romanzo, di narrazione. Essa stessa autrice di storie, di fandonie, di narrazione. I santini di cui fa incetta, sin da bambina le avevano ispirato una vera passione, una foga incontenibile di collezione, lei così apatica, pigra, “mutangola” e sularina, stizzosa come una mula di quei mortidifame dei suoi clienti che essa disprezzava senza misericordia. Lei che nutriva fastidio e rigetto per la vile attività commerciale delle zie adottive, e nessuna cura del corpo, mascula nel cinico distacco da emozioni e vanità femminili, non come le svenevoli zie, le gemelle Corallo, “rizzicanate”, ma con una carnagione di porcellana. Zitelle convinte e impunite( Nerina e Sarina non s’erano fatte fregare come tutte le picciotte del paese, che si sposavano prima dei vent’anni ), vendevano galosce e zoccoli a contadini, lavandaie, braccianti a giornata in pochi metri quadri di negozio, e scialacquavano in saponette, unguenti e lavanda, vezzose camicie da notte biancolatte, le stesse di quando le trovarono stecchite nel loro letto.
Ognuno con il proprio curriculum di santità e prodigi, questi santini rappresentavano per Billonia materia inesauribile di fantasticherie e di affari. Morte le zie gemelle improvvisamente e simultaneamente di morte subitanea, miracolosa, santa, come si conveniva a due immacolate signorine, Billonia intraprende la sua nuova attività, più redditizia e gratificante: commerciare in santi, di quelli dai nomi strani, che non li trovi neppure nel calendario di Frate Indovino, spesso di sua invenzione, e in frottole con gli scimuniti creduloni di Spinasanta.A ogni santo, una malattia da guarire, e un suo territorio taumaturgico. Billonia si limitava a fare la sensalìa, la mediazione tra i santi e i fessi che pagavano salata la propria interessata devozione.
A un certo momento della storia, entra in scena Marìdda, una duplicante di Billonia, con la sua gemella, Catìna. E da qui una confusione, uno scompiglio, un rimescolamento di ruoli, una promiscuità, uno scambio di identità tra il personaggio principale e le sue comprimarie da far saltare ogni parametro di genere-thriller, pulp, mystery e chi più ne ha, più ne metta- a chi legge.
Billonia, come una matrioska si riproduce in Marìdda che a sua volta si sdoppia nella gemella pazza, la quale vorrebbe prenderne il posto nella casa e nel letto della copia originale. E altre storie trucide di delitti, infanticidi, di cui non si viene a capo come in un dramma pirandelliano o in una commedia degli equivoci i cui personaggi si scambiano i ruoli, trafficano tra loro e con l’Autore, spiazzando il lettore.
Con Marìdda e Catìna il tema latente della follia, della diversità di Billonia travestito, camuffato sotto forma di una congenita anomalia cardiaca viene fuori, esplode e poi implode in coupe de theatre senza azione, dove non accade niente- nuddu muriu-perchè tutto è già accaduto e ancora deve accadere.

In questo racconto di Silvana Grasso tornano i temi, le vicende, dei suoi romanzi e racconti, le trame di ordinaria follia, le lacerazioni di un’umanità lazzariata, piagata, divisa, come sopravvissuta a un primordiale diluvio.
Così la lingua, arcaica, remota, intrisa di echi e risonanze che affondano in una Babele delle origini, e di una fisicità fatta di suoni, di rimandi fonici, di polisemie, ambiguità di senso, e metaforiche allusioni da rasentare la poesia.

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Silvana Grasso, nata a Macchia di Giarre, ha scritto la sua prima raccolta di racconti, Nebbie di ddragunàra, nel 1993, l’ultima, Pazza è la luna, nel 2007. Da questa è stata tratta la pièce teatrale Manca solo la domenica. Un’umanità dogliosa, esuberante e violenta, abbandonata e malata, cinica e tenera, si alterna nei suoi romanzi: Il bastardo di Mautàna (1994), Ninna nanna del lupo (1995), L’albero di Giuda (1997), La pupa di zucchero (2001), Disìo (2005), L’incantesimo della buffa (2011). Vera protagonista indiscussa della sua scrittura è, però, la lingua: mobile, plurilingue, densa, mai prevedibile.

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