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GIORNI DI SPASIMATO AMORE, di Romana Petri

maggio 7, 2014

Giorni di spasimato amoreGIORNI DI SPASIMATO AMORE, di Romana Petri

di Simona Lo Iacono

La cucina è ingombra, tazze con un fondo di caffè, brocche asciutte in cui hanno navigato limonata e ghiaccio, piattini con sbecchi di marmellata.
Sono i resti di una colazione che si rinnova ad ogni risveglio, che scandisce un’unica, interminabile giornata fatta di silenzi e lunghe contemplazioni del mare di Posillipo.
Eccolo, infatti, davanti a lui, sconfinato e quasi umano, un essere tentacoloso che a volte pare fuggire ed altre andargli incontro.
E Antonio allunga le dita, lo accarezza e se ne fa stordire, la solita domanda gli scava quel rovello nel cuore: “Ma cos’è che chiama le persone, cosa, cosa, le fa tornare”.
Dev’esserci un senso, confida al roscetto, un senso trasognato e fedele nei frammenti che il mare fa vacillare, nella sua ansia di infinito, nel suo scandire un tempo che non ne vuole sapere dei conti nè delle ragioni, e che ha deciso di fare a modo suo, di scegliere un solo ricordo in cui abitare.
Lui, ad esempio, ha deciso di fermarlo, il tempo, ha deciso che sarà fatto di piccole e comuni cose, senza clamori che non siano quelli di chi condivide la giornata con la donna che ama, sia che la vita abbia falciato la sua presenza, sia che gliela abbia pietosamente restituita.
Forse, a far tornare le persone non è che la pazienza, conclude Antonio mentre il gatto Mascherino biascica un miagolio scomposto e fiero. Forse ciò che le chiama, ovunque siano, è questa appartenenza che non si rassegna a essere disciplinata, a seguire le logiche del mondo.
E sorride, Antonio. Mette ordine ai mille messaggi telegrafici che ha trascritto su un quaderno quando lavorava alla posta di Mergellina.
Ad altri potrebbero forse sembrare un oscuro ammasso di parole, ma per lui quelle frasi mozzicate, interrotte da uno “stop”, quegli appelli di vita e di morte che volano da una persona all’altra nel mondo, sono fili che tessono un’unica storia, voci di un solo linguaggio. Forse, capitoli di un immane libro.
E se ne sta così, affacciato alla sua finestra che si specchia sul mare, concedendo al roscetto quattro chiacchiere composte, i modi gentili, le riflessioni su quella vita sempre troppo misteriosa, che le onde rimandano a scaglie.
La sua donna, Lucia, li contempla distrattamente, spignattando con grazia alle loro spalle e preparando la cena.
In lontananza, tutto si sfoca, le bombardate della guerra, le raffiche di pallottole assassine e traditrici, le fughe sotto la pioggia di cannonate in un tempo lontanissimo.
I boati tuonano ancora nel cuore di Antonio, ma forse non sono che i residui dei fuochi d’artificio, il loro botto scuotente e scellerato, o quella palpitazione ogni volta che lei si avvicina, gli posa le mani sulla nuca e lo accarezza regalandogli giorni di spasimato amore.
E “Giorni di spasimato amore” è appunto il titolo dell’ultimo romanzo di Romana Petri (Longanesi), una storia intensissima e struggente sul senso intimo e doloroso dell’appartenenza, delle sue lacerazioni.
Romana passa lieve sulle parole, le annoda alla malìa del mare, alla stordente cantilena napoletana. Penetra la soglia fragilissima tra ombra e luce – e tra vita e morte – tessendo tra esse un delicatissimo sortilegio.
Incanta, commuove, ferma il tempo.
Alla fine sembra sua la voce di Lucia quando risponde all’interrogativo perplesso di Antonio.
“Ciò che fa tornare le persone – la sentiamo recitare quasi bisbigliando – è il richiamo disperato di chi le ama senza badare alle barriere, alle spiegazioni e alla saggezza. Una pazzia per gli altri, Antò, ma per chi lo vive, semplicemente il proprio destino”.

 

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