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VARCO DI RESPIRO, di Elio Grasso

maggio 12, 2014

Elio Grasso – “Varco di respiro” – Campanotto 2013

di Claudio Morandini

 

“Un dolce imbarazzo l’impegno

del sogno dileguato in schegge”

 

Come si legge un libro di poesie? Si procede pagina dopo pagina, per coglierne l’insieme, la struttura, d’accordo, ma si torna subito indietro, a ritrovare parole, a tessere corrispondenze, e a cercare di dare qualche risposta alle numerose domande; soprattutto si apre e si legge (“tolle, lege, tolle, lege”, come in Agostino), in modo da riallacciare con impazienza un dialogo rimasto per un attimo in sospeso. Io, almeno, faccio così, e così ho fatto anche con le liriche di “Varco di respiro” (Campanotto, 2013) la più recente raccolta di Elio Grasso e l’ultima, per ora, di una corposa serie di opere poetiche.

Come in “E giorno si ostina” (puntoacapo, 2012), anche in “Varco di respiro” Grasso impone un’architettura generale, costruendo sezioni, a loro volta articolate in sottosezioni, che si suddividono in liriche numerate dalla struttura geometrica (di ugual numero di terzine, quartine, ottave – con qualche rilevante deviazione qua e là). È in questa architettura solida, anzi per lunghi tratti inflessibile, che Elio Grasso infila il suo vivido rimuginare poetico, tutto fatto di accelerazioni e decelerazioni, di spinte avanti e trattenimenti, di riprese (gli incipit delle liriche di ogni sottosezione sono identici, come a riavviare un discorso interrotto), secondo un sistema di scrittura “lineare di tipo modulare”, definizione che dall’amato Adriano Spatola attraverso Carlo Alberto Sitta arriva a Anna Ruchat, autrice della prefazione a questo volume.

“Come fare ad affievolire l’invariabile gioia

la ferrea composizione dei corpi le giovani

tremanti inchiodate come tutto l’amore…”

L’impressione (la mia impressione) è quella di un flusso di coscienza lasciato colare in formelle metalliche e solidificatosi in formule di vitrea fragilità: o, se vogliamo tornare a usare certi termini dell’analisi di Carlo Alberto Sitta a “E il giorno si ostina”, il gioco di inclusione della “forma” coinvolge “praticamente tutto, anche l’informale, talvolta l’informe”.

Colpisce, come già nella precedente raccolta, ma con maggiore ampiezza di struttura (un “romanzo” rispetto alla “novella” rappresentata da “E giorno si ostina”, secondo Anna Ruchat), quell’emergere continuo del corpo, della anatomia, della fisiologia, dell’intimità, del desiderio, della femminilità; Grasso ce ne lascia scorgere il sobbollire costante, il comprimersi della musica del corpo attraverso la grata dell’impianto metrico (ce ne fa percepire, insomma, attraverso qualche “varco”, il “respiro”):

“Nell’affogo dei corpi contro

l’insana spartizione delle chiavi

e decorando lo stupefatto freddissimo folto

del ventre offerto a chi sa esordire

l’elenco dei denti lungo le arcate

le mani vantate un corpo maniacale

che gratta nella polvere…”

E questa corporalità frammentata impressiona anche perché, oltre a essere trattenuta dalla forma poetica, subisce continuamente le interferenze dei detriti linguistici della realtà, delle cose della quotidianità, talvolta del ciarpame dei mezzi d’informazione, del bla bla delle conversazioni qualunque, oltre a contaminarsi anche con inaspettati indizi paesaggistici, con avvisaglie di interni in penombra, infine con una meditazione (ellittica, meravigliata) sul fare poesia:

“Poesia luminaria nella pancia

prevista voluta come una parola

sganciata dalle arterie la natura funebre…”

oppure:

“La natura del nodo sonnolento

poesia scompenso annuale

scomponendo i mesi dentro il piacere…”

o ancora, e per finire:

“Poesia che apre la lingua nel solco

fecondante lo sforzo potente

dell’uovo si annida nell’analisi del rettile…”.

 * * *

Elio Grasso, nato a Genova nel 1951, è poeta e critico. Ha pubblicato numerose raccolte, tra cui “L’angelo delle distanze” (Edizioni del Laboratorio, 1990), “Tre capitoli di fedeltà” (Campanotto, 2004), “E giorno si ostina” (puntoacapo, 2012). Ha vinto nel 1988 il Premio Internazionale E. Montale con la silloge “Il naturale senso delle cose” (nell’antologia di Vanni Scheiwiller “All’insegna del pesce d’oro”, Milano 1989). Ha curato una breve scelta dallo “Zibaldone” di G. Leopardi, “Un solido nulla” (Pirella 1992), tradotto i “Quattro Quartetti” di T.S. Eliot (Palomar, 2000), i sonetti di W. Shakespeare (“Dell’amore”, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (“Ai poeti e altre poesie”, Via del Vento, 2012). Tra il 2003 e il 2004 ha creato la collezione “sagittario”, che ha ospitato inediti dei poeti più importanti degli ultimi decenni. Scrive di letteratura su diverse importanti riviste di carta e online. È stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale, in francese da J.-B. Para e in rumeno da E. Macadan.

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