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Considerazioni su DOPO IL DILUVIO (parte II)

maggio 22, 2014

Dopo il diluvio. Sommario dell'Italia contemporaneaProseguiamo con le riflessioni su “Dopo il diluvio” (Sellerio)

di Massimo Maugeri

Dopo il diluvio. Sommario dell’Italia contemporanea” è stato presentato da Dino Terra (l’originario curatore dell’opera) come “una genuina impresa letteraria”, realizzata da “un’ideale maestranza”, da “un occasionale consorzio” di scrittori, poeti, giornalisti/scrittori (che chiama soci). Il motivo per cui viene sottolineata la valenza letteraria dell’opera lo spiega lo stesso Terra: “la letteratura conosce quello che il presente ignora. La letteratura dice quello che il presente tace”. Ecco, dunque, “l’utopia” della letteratura: elemento salvifico sulla strada dell’acquisizione della consapevolezza e dello sviluppo del senso critico.
Una società di letterati da intendersi, sempre secondo Terra, non come professionisti della letteratura… ma come dilettanti… laddove il termine dilettante è da intendersi in senso positivo (il letterato dilettante è colui che non punta allo specialismo e all’esattezza della scienza specialistica, ma alla “libertà mentale”, alla “leggerezza”: il diletto della letteratura). In altri termini, l’auspicio era che i vari interventi ospitati dal libro non fossero il frutto del lavoro di burocrati della letteratura, ma di artisti della parola.
Ritengo che la rilettura odierna di “Dopo il diluvio” assolva a un duplice compito: contribuire a scoprire l’Italia di ieri (quella, appunto, dell’immediato dopoguerra) e aiutare a comprendere e interpretare l’Italia di oggi (data la chiaroveggenza di alcuni di quei contributi).
Impossibile fornire approfondimenti, in questa sede, su tutti e trentuno i saggi, ma non c’è dubbio che ogni contributo, in un modo o nell’altro, spinge ed esorta a una riflessione su ciascuna delle varie tematiche che si è deciso di affrontare. Certo, non tutti i saggi hanno la stessa valenza. Alcuni sono più lucidi e più analitici di altri, per varie ragioni facilmente intuibili: maggiore o minore competenza nell’affrontare l’argomento da sviluppare, maggiore o minor tempo a disposizione per assolvere il compito assegnato, maggiore o minor attitudine e talento dei singoli intellettuali a fornire il proprio contributo rispetto al tema specifico e agli obiettivi generali dell’opera. E comunque è davvero sorprendente l’elemento di attualità insito in molti di questi scritti, tenendo conto della premessa di Dino Terra: “Dopo il diluvio” non è una raccolta di analisi tecniche, ma il frutto del contributo di un consorzio (occasionale) di scrittori.

E a proposito di “impresa letteraria” non credo sia un caso che la raccolta di saggi cominci con uno scritto di Giuseppe Ungaretti che ha come titolo “La missione del letterato”. C’è un passaggio molto bello e significativo nella parte iniziale di questo contributo, che suona quasi come un urlo di dolore: “Questa nostra Patria è fra tutti i paesi forse quello che dalla guerra ha sofferto di più. Porta nella carne e nelle anime atrocemente il ricordo dell’iniquità e della rovina. Sono state offese non risparmiate ad altri, e qualche popolo ebbe a subirle quanto e più di noi. Ma abbiamo visto cadere, noi più di tutti, annientati per sempre, monumenti dello spirito, carte o pitture, campanili o statue, bellissimi atteggiamenti d’un volto che mille e mille anni di fatiche avevano reso espressivo nell’ansia di rendere universale la gentilezza umana convertendola in patrimonio di tutti”.
Molto interessante anche il contributo di Carlo Levi su “La citta”.
Le città”, sostiene Levi, “non sono più un dato, una eredità accettata naturalmente, ma un problema, che non è soltanto di ricostruzione, di architettura, di piani regolatori, ma il problema stesso dei rapporti umani, della vita sociale”. E ancora: “Un piano regolatore è insieme un’opera di critica storica, di previsione politica, di creazione sociale e di critica artistica. Partendo dai bisogni attuali e regolandoli, si pone un’ipoteca sull’avvenire”. Guido Crainz, nel suo saggio finale scritto appositamente per la nuova edizione di “Dopo il diluvio”, fa giustamente notare che in queste parole di Levi possiamo scorgere frammenti del dibattito che ha interessato la ricostruzione di città distrutte dal terremoto anche in anni recenti (è il caso dell’Aquila).
Feroce la critica di Guido Piovene a “La Chiesa”, così come durissima è la critica di Alberto Savinio a “Lo Stato”.
Ogni rivoluzione, per Savinio, finisce paradossalmente con il rafforzare lo Stato: “Nascono infatti le rivoluzioni quando la stabilità si va indebolendo, e conseguenza di ogni rivoluzione vittoriosa è il rinvigorimento dello Stato, ossia della stabilità. Oggi si ripresenta una condizione di stabilità indebolita, e dunque favorevole alla rivoluzione; e se questa avverrà e vincerà, avremo una stabilità estremamente rinvigorita e uno stato tirannico”.
Per Savinio, “tra le varie forme di autorità, lo Stato è la più subdola e tenace. E tale essa è perché meno vulnerabile. E più pericolosa dunque”.
E poi, ancora: “Non c’è ragione di considerare lo Stato come un modello tutt’ora valido. (…) Non dico di gettare il popolo nell’anarchia, levargli guida e direzione e i tutori dell’ordine. Ma togliere ai reggitori e amministratori della cosa pubblica la posizione di centro, ogni posizione che imiti la posizione e il potere centipreto di un dio, la funzione accentratrice, e disporli in fila, in ordine sparso, ai margini della vita fluente”.
Bonaventura Tecchi si occupa de “Le autonomie regionali”. L’incipit del suo contributo fa sorridere e dimostra come, in alcuni casi, gli intellettuali coinvolti in quest’opera non si sentissero “all’altezza del compito” loro affidato. Scrive Tecchi: “Questo, delle autonomie regionali, è un problema grosso e che andrebbe trattato, io credo, soltanto dai competenti, in sede tecnica, poiché di problema tecnico, amministrativo, economico, in gran parte si tratta. Che cosa può dire, in questa sede, un povero letterato, se non ripetere quel che è già stato detto e ripetuto in questi ultimi tempi?”. Eppure l’analisi di Tecchi si sviluppa poi in maniera interessante evidenziando tematiche di grande attualità. “Altro punto importante”,sostiene Tecchi, “è quello dei rapporti dell’Ente Regione e le province. Una volta costituito l’Ente Regione, dovrebbero le province attuali rimanere come sono o non piuttosto trasformarsi semplicemente in un «consorzio provinciale dei comuni»? Questa soluzione sembrerebbe più ragionevole. Ma trasportando la maggior parte dei servizi e degli uffici dai capoluoghi delle province al capoluogo di regione, non sorgerebbero inconvenienti di distanze maggiori, di spese per gli interessati?
Aldo Palazzeschi affronta le problematiche legate al paesaggio. Tra i vari spunti, merita di essere evidenziato quello legato al concetto di bellezza (dato che “Grande bellezza” è diventato uno dei tormentoni dei nostri giorni): “C’è una sola offesa che l’italiano non perdona: quella fatta alla bellezza. Il paesaggio è l’uomo, ed è per tutti gli uomini un alimento quotidiano, per l’italiano è qualche cosa di più; è fierezza, esaltazione, ebbrezza”.
Tra i vari saggi, quello che emerge sugli altri per efficacia, lucidità e attualità è quello che Alberto Moravia dedica a “La borghesia” (una borghesia disunita e che, proprio per tale ragione, non esiste). Un saggio la cui lettura coinvolge il lettore di oggi con la stessa efficacia con cui ha probabilmente coinvolto il lettore del 1947. Per questo, tale contributo merita di essere valutato a parte.
Mario Soldati parla della “Libertà” usando una metafora: “la libertà è come la donna: che è più facile amarla quando è lontana di quando è vicina; quando la si desidera di quando la si possiede. E come il possesso uccide a lungo andare l’amore; e lo tien vivo solamente la continua paura e un animo direi tremante e dubbioso; così sarà certamente anche per la libertà, che oggi noi comincia ad annoiare, quasi moglie fedele”.
Libero Bigiaretti si occupa de “La stampa”. Il suo contributo sfocia, come è ovvio che sia, in una critica durissima al servilismo della stampa nel corso del ventennio fascista. Il saggio è assai interessante nella sua integralità, ma mi piace evidenziare la conclusione (anche per via del riferimento alle problematiche connesse alla scarsa attitudine alla lettura): “Non sarà male se l’Italia rinuncerà al suo unico e ridicolo primato, se cesserà d’essere il paese dalle 2.000 testate; giacché il problema della stampa è da noi un problema di qualità. Ricordiamoci che in Italia spesso il giornale è l’unico testo cui attinge l’uomo medio. In questo antico e, per definizione, civilissimo paese che legge pochissimi libri e pochissime riviste e spinge la propria pigrizia al punto di scegliere, per lo svago, i settimanali dove meno c’è da leggere e più da vedere, il giornale è la vera cattedra, spesso l’unica, per dirla retoricamente, fucina delle coscienze”.
Non fa sconti Dino Terra nel suo “Il residuo littorio” sottolineando come “nella selva del carattere umano la dittatura littoria ebbe l’abilità di coltivare intensamente l’adulazione, di far ingrassare la meschinità, di ridurre gli individui a massa, ad una massa strettamente legata e ampiamente nutrita dalle più volgari retoriche. (…) E se è morta la particolare retorica fascista, non è affatto morta la retorica ingrassata dal fascismo, il gusto di una retorica qualunque sia, e nella quale gli italiani trovano le soddisfazioni di Onan nipote d’Israele, esonerandosi da ogni principio di responsabilità e dignità personale. La vendetta del defunto regime è nell’aver lasciato la nazione priva dei principi elementari di un’autentica vita civile, di una vita civile basata sulla dirittura dei caratteri e quindi sull’onesta responsabilità individuale. (…) Altro guaio postumo del crollato regime è il discredito per la maestà della legge, forse confusa con le deboli maestà umane.”
Cito, infine, Giacomo Noventa autore dell’intervento intitolato “Quelli dell’Arca”. Le sue parole, espresse in forma di domanda, suonano come un monito (e sembrano riecheggiare ancora oggi): “È veramente finito il diluvio? (…) O forse il diluvio non è incominciato neppure, e nonostante tutte le rovine, tutte le ingiurie e tutte le angosce, noi non abbiamo assistito finora che alla preparazione di questo castigo di Dio?

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