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IL BACIO DELL’ASSUNTA, di Giovanni Cocco (le prime pagine)

maggio 24, 2014

Pubblichiamo le prime pagine del romanzo IL BACIO DELL’ASSUNTA, di Giovanni Cocco (Feltrinelli). Nei prossimi giorni Giovanni Cocco ci racconterà il suo libro

La scheda del romanzo
Primi anni ottanta. Sulla sponda occidentale del Lago di Como, nel triangolo soleggiato compreso fra Menaggio, Bellagio e l’Isola Comacina, dentro il quadro fastoso del turismo internazionale e dei grandi personaggi che vi hannosoggiornato (Liszt, Stendhal, Churchill, Hitchcock e l’ex cancelliere tedesco Konrad Adenauer), vanno in scena le piccole vicende della Tremezzina. In quella provincia italiana dove il tempo sembra essersi fermato el’opulenza degli alberghi di Cadenabbia e di Villa Balbianello sembra lontanissima, irrompe sulla scena il piccolo borgo di Mezzegra.
Qui sono in gioco le dispute fra parroco e sindaco, le grazie non ancora onorate di Angela – l’organista –, la moto rombante dell’anarchico Bernasconi che quelle grazie vorrebbe onorare, le feste di paese, i traffici illeciti con la vicinaSvizzera, e poi corriere, biciclette, l’epopea del volo in idrovolante, milanesi e “teroni”, battelli della Navigazione Lago di Como e una galleria di personaggi irresistibili.
È proprio questo mondo che viene scosso dalla sparizione della statua della Madonna del Carmine. Chi ha commesso questo atto sacrilego? A che scopo? Che fine ha fatto la statua? Il bravo don Luigi, erede di tutti i curati di campagna che hanno lasciato traccia nella letteratura e nel cinema, non perde le staffe, cerca di capire, indaga, interroga e non dimentica che “il diavolo è nel dettaglio”. Una commedia degli errori che, in forza della macchina dell’indizio, lascia trapelare piccoli segreti, calde passioni, speranze e appetiti inconfessabili.
Cocco sonda ritmi e linguaggi da commedia, creando un nuovo luogo geografico-letterario, compreso tra il mondo in dialetto di Davide Van de Sfroos e la memoria di grandi scrittori lacustri come Piero Chiara. Ritmo impeccabile,personaggi incisi con gusto e maestria, un senso inedito della comunità e della narrazione, e un che di amaro, che arriva da più lontano.

* * *

Le prime pagine del romanzo IL BACIO DELL’ASSUNTA, di Giovanni Cocco (Feltrinelli)

Prologo

Sulla sponda occidentale del Lago di Como, nel territorio
compreso tra Cernobbio e Domaso, esiste una regione
chiamata Tremezzina, che include, risalendo la strada Regina
verso nord, gli attuali comuni di Colonno, Sala Comacina,
Ossuccio, Lenno, Mezzegra, Tremezzo e Griante.
Identificata in questo romanzo come luogo dell’anima e
non come circoscrizione territoriale, la striscia costiera del
Lago di Como è diventata, a partire dalla fine del Settecento,
meta di turismo aristocratico e luogo di soggiorno per celebrità
provenienti da tutta Europa. I nomi delle dimore sono
famosi nel mondo: Villa Carlotta, Villa Balbianello, Villa Balbiano,
Villa Sola Cabiati, Villa La Collina. Senza dimenticare
Villa d’Este a Cernobbio.
Nel tempo vi hanno soggiornato personaggi come Stendhal,
Liszt, Churchill, Hitchcock, l’ex cancelliere tedesco
Adenauer. Più recentemente – e in posizione leggermente
defilata, a Laglio –, George Clooney.
Dal 1928 i comuni di Lenno, Mezzegra e Tremezzo hanno
dato vita a quello che per vent’anni è stato il comune di
Tremezzina, sciolto nel 1947.
Nel dicembre del 2013 un referendum ha ribadito la volontà
della popolazione locale di procedere alla fusione dei
comuni (ai tre iniziali si è aggiunto quello di Ossuccio), per
dare vita a una nuova entità territoriale.
Di fronte alla Tremezzina, al termine di quella penisola
che culmina nel Monte San Primo e si tuffa nel lago all’altezza
della Punta Spartivento, c’è Bellagio.
La storia raccontata in questo romanzo è ambientata a
Mezzegra, l’unico borgo della Tremezzina che, non avendo
sviluppato un significativo approdo a lago, è cresciuto soprattutto
tra la montagna e la collina. Un mondo in cui l’orologio
della Storia sembra essersi fermato.

* * *

Autunno

Dal luglio 1837 al 18 marzo 1838 Franz Liszt soggiornò
sul Lago di Como insieme a Marie de Flavigny, moglie del
conte d’Agoult.
Quella tra il compositore ungherese e la scrittrice ginevrina
è una travolgente storia d’amore, scandalosa e semiclandestina,
che porterà alla nascita di tre figli: una, Cosima,
nacque proprio a Como il 25 dicembre 1837.
“Quando scriverete la storia di due amanti felici, scegliete
come ambiente le rive del Lago di Como,” scrive Liszt a
un amico in una lettera inviata da Bellagio il 20 settembre
dello stesso anno.
Da mesi, ormai, la coppia ha stabilito il proprio buen retiro
nella Villa Melzi di Bellagio, dove i celebri platani li pongono
al riparo dal chiacchiericcio e dai pettegolezzi della
società mitteleuropea.
I mesi sul Lago di Como – mesi di passione, tenerezza e
trasporto – culminano nella visita a Villa Sommariva (l’attuale
Villa Carlotta di Tremezzo), dove ammirano il “magnifico
bassorilievo di Thorwaldsen”; in quella alla Pliniana, “in
fondo a una delle insenature più remote del lago”; in quella
a Villa Serbelloni, “i cui larici cupi ondeggiano al vento”.
Del soggiorno lariano vanno ricordati un concerto che il
pianista tenne al teatro Sociale di Como il 29 dicembre 1837
– in cui eseguì la serenata L’orgia fantastica di fronte a un pubblico
estasiato, che in quell’occasione afferma convinto: “forse
in Como non si udirà più un consimile eccellente pianista” – e
la serenata che i conti Belgioioso dedicarono alla coppia.
È una sera d’estate, Liszt e Madame d’Agoult sono a Bellagio.
L’aria è tersa, il lago placido, le luci della sera stanno
per lasciare il posto alla notte. I due si preparano per uscire
in barca. A un certo punto della traversata, sul battello su cui
viaggiano gli amanti irrompono tre tenori dilettanti, ingaggiati
dai conti nei paesi rivieraschi.
Intonano, in forma di serenata, un brano del Guglielmo
Tell
.
Anni dopo, Liszt scriverà: “Non ho mai sentito nulla di
paragonabile a queste tre voci portate sulle acque, che si elevano
e si perdono nella notte stellata”.

* * *

1.
Le campane della chiesa di Sant’Abbondio rintoccarono
otto volte.
Lungo la strada che da Palazzo Brentano conduceva fino
al lavatoio e poi alla parrocchiale, all’incrocio tra le frazioni
di Giulino e Bonzanigo, Angela Bordoli affrettò il passo,
stretta nello scialle che le cingeva le spalle arrivando poi fin
su in alto a toccare il bavero alzato del cappotto.
Faceva freddo sul lago, e lungo salita Sant’Anna non aveva
incontrato anima viva.
Angela Bordoli era l’organista del paese.
L’unica persona, oltre a don Luigi, ad avere accesso nei
giorni feriali alla piccola porta che da un’ala della canonica
conduceva fino all’organo della chiesa. Aveva studiato pianoforte
da ragazzina, quando sua madre ogni giovedì la spediva
fino a Como in aliscafo per studiare teoria e solfeggio.
Di lì a poco, in coincidenza con l’inizio dell’Avvento, la
corale del paese avrebbe ripreso le prove. Il che stava a significare
che, a partire dal venerdì successivo, ci si doveva ritrovare
in una sala dell’oratorio, con la stufa accesa, per mettere
a punto i canti natalizi.
Una specie di volontariato per Angela, visto che tra baritoni
e soprani a stento qualcuno capiva di note e musica.
Dai vetri delle case illuminate si udiva un vociare sommesso
insieme al crepitare dei camini accesi. A giudicare dal
profumo che arrivava fino alla strada, qualcuno nei dintorni
aveva appena cenato a base di polenta e spezzatino. Nei locali
dell’osteria un tizio stava bestemmiando all’indirizzo di
Forlani. Nella casa del sindaco, una villetta unifamiliare con
giardino e bersò, era possibile distinguere il rumore dei piatti
dalla sigla dell’Almanacco del giorno dopo. Tutto il paese
era in attesa della voce di Mike Bongiorno che, dopo il telegiornale,
avrebbe annunciato l’inizio di una nuova puntata
di Flash.
Poco più sotto, davanti all’osteria Risorgimento, un paio di
giovanotti in guanti e giacca a vento se ne stavano appoggiati
sull’uscio a fumare sigarette d’importazione. Il tintinnare dei
bicchieri era sovrastato dalla voce degli Alpini che avevano
appena intonato la strofa iniziale di Vecchio scarpone.
Angela controllò di avere con sé le chiavi della canonica
e poi lanciò un ultimo sguardo verso il lago.
Il sagrato della chiesa di Mezzegra – dalla facciata imponente
– era un grazioso rettangolino a piotte e prato all’inglese.
In mezzo, perfettamente centrato rispetto all’asse della
basilica, campeggiava il monumento ai Caduti, una specie di
obelisco cintato da piccole catene assicurate a pilastrini in
ferro battuto.
Oltre il sagrato, verso lago, lo spettacolo del Lario. A un
tiro di scoppio, il Làvedo di Lenno con Punta Balbianello, e
sullo sfondo, preannunciata dalla sagoma di Villa Melzi, la
penisola di Bellagio.
Angela Bordoli aprì il catenaccio d’ingresso, infilò la
chiave nella serratura del portone ed entrò. Dentro sembrava
fare più freddo che fuori.
Dopo essersi avviata lungo la scala che conduceva all’organo,
cercò di fare mente locale. Quel pomeriggio, poco prima
della messa delle cinque, aveva provato un paio di brani
nuovi, tratti dal repertorio di Gounod. Era intenzionata a
suggerirli a don Luigi per le festività in arrivo, Natale, Epifania
e Quarant’Ore.
Al termine delle prove aveva scordato gli spartiti in un
angolo della pedana ed era uscita con l’intenzione di recuperarli
per potersi esercitare a casa nei giorni successivi. Possedeva
un prezioso pianoforte verticale, un August Förster in
radica del 1937, con la meccanica scoperta, tre pedali e ottantotto
tasti.
Non appena fu arrivata nella balconata sopra il portone
d’ingresso, laddove cent’anni prima era stato collocato l’organo,
le sembrò di udire, poco più sotto, un rumore, come se
qualcosa avesse urtato contro un oggetto metallico. Voltatasi
all’indirizzo dell’unica grande navata della chiesa, osservò
l’edificio deserto sotto di lei.
Le quattro cappelle laterali e il crocifisso ligneo erano
uguali a sempre. L’altare, in attesa dei fiori che sarebbero
arrivati il sabato, non presentava nulla di insolito. Le balaustre
disegnavano i soliti ghirigori di luce. Rimanevano solo
un paio di candele accese. Pensò di essersi sbagliata.
Sarà il freddo, si disse, oppure, più semplicemente, la
stanchezza.
E del resto, chi poteva essere così matto da andare in
chiesa a quell’ora, con la nebbia e con quel freddo?
Don Luigi, che quando non aveva impegni in parrocchia
cenava sempre alle sette in punto e se ne andava a letto intorno
alle dieci dopo aver recitato Vespro e Compieta, non era
in casa. Eufrasia, la perpetua, dormiva già da un pezzo. Il
sagrestano, Antonio Bilotta, abitava cento metri più in basso,
dove si raccontava che mezzo secolo prima qualcuno avesse
sparato al Duce e alla Claretta.
Quel giovedì sera il parroco era dovuto uscire in fretta e
furia poco prima delle sette. Lo avevano chiamato ad Azzano
per portare l’estrema unzione a Emilio Botta, ottantacinque
anni, ex fabbro del paese, le cui condizioni erano andate
peggiorando negli ultimi giorni.
Angela aveva visto il parroco l’ultima volta alla messa delle
cinque, dopo la quale era solito ritirarsi nel suo studio per
mettere a punto l’omelia domenicale.
Si riscosse da quei pensieri. Si voltò verso l’organo, frugò
attorno alla pedaliera e recuperò gli spartiti. Dopo averli arrotolati
li ripose nella borsa, l’ultimo regalo di suo padre.
Fu nell’istante in cui si stava avvicinando alla porta di
accesso alla scala che sentì, in maniera distinta, un rumore
simile a quello ascoltato in precedenza, seguito dai passi pesanti
di qualcuno che si muoveva all’interno della chiesa. Ritornata
sui suoi passi guardò in basso, cercando di non farsi
notare. Non vide nessuno, ma sentì sbattere la porta di uno
degli ingressi laterali della chiesa.
Ridiscese precipitosamente le scale, arrivò alla porticina
e guardò fuori, con circospezione. Il sagrato, avvolto nella
nebbia, era deserto. Chiunque fosse stato, si era dileguato
senza lasciare tracce. La luna, in lontananza, era una debole
macchia di luce in cui le nuvole avevano disegnato il profilo
di un naso adunco.
Le luci della canonica erano ancora spente, segno evidente
che don Luigi non era ancora rientrato.
Una volta all’aperto, Angela sostò qualche attimo di fronte
alla chiesa. La porta di destra era socchiusa. Il vento leggero
che si era alzato dal lago la faceva sbattere contro lo stipite.
Rifletté sul da farsi e valutò il pericolo che poteva correre.
Poi decise di controllare nuovamente l’interno della chiesa.
Se era stato un ladro doveva avere lasciato qualche traccia,
magari dei segni di scasso.
Oltrepassò la porticina di legno, facendo attenzione a riaccostarla
senza fare rumore, e avanzò a piccoli passi lungo la
navata. Buttò l’occhio verso le cassette delle offerte davanti
agli altari laterali: erano in ordine. Chi si era introdotto, evidentemente,
non lo aveva fatto per rubare i soldi.
Sull’altare, i candelabri d’argento erano al loro posto. La
porta di accesso alla sagrestia risultava chiusa.
Non poteva essersi sbagliata. Era sicura di non aver sognato.
Aveva sentito i passi di qualcuno. Escludendo volpi e
cinghiali, doveva essere stato un uomo.
Mentre scendeva i gradini dell’altare, il suo sguardo, attratto
da qualcosa che nemmeno nei giorni seguenti avrebbe
saputo spiegare, si spostò in direzione della nicchia in cui era
custodita la statua della Madonna del Carmine. La Madonnina,
come erano soliti chiamarla i fedeli.
La nicchia era piena di vetri, l’intelaiatura metallica dello
sportello divelta. Il tabernacolo era vuoto. La persona che si
era introdotta nella chiesa si era portata via la statua della
Madonnina.

(Riproduzione riservata)

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Pubblicato in accordo con Loredana Rotundo Literary Agency

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