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IL SOGNO DI CHIARA, di Lorenzo Marotta

maggio 26, 2014

Il sogno di ChiaraPubblichiamo le prime pagine del romanzo IL SOGNO DI CHIARA, di Lorenzo Marotta (Vertigo edizioni)

Il libro
Chiara, una ragazza nata da una violenza subìta dalla mamma a Parigi da parte del suo compagno Paul, vive con gli anni il vuoto dell’assenza del padre alternando sentimenti di odio ad altri di intenso bisogno e vagheggiamento. Raggiunta la maggiore età, decide di cercare il padre, un pittore geniale dalla vita maledetta. Nato in Serbia, Paul ha avuto una vita fatta di abbandoni e di violenze, fino a quando viene adottato all’età di quindici anni da una ricca famiglia che vive a Parigi. Qui Paul studia ed affina il suo innato talento pittorico, ma è tormentato dagli incubi e dai fantasmi nefasti del suo passato.
Chiara, con i pochi indizi in suo possesso, affronta da “combattente” la difficile avventura della sua ricerca, vivendo di continuo le lacerazioni del suo animo ed anche il rischio di essere uccisa dalla malavita.
Un viaggio che è al contempo una discesa agli inferi, un calarsi tra le brutture della vita e le ossessioni che sconvolgono l’esistenza e di ascesa verso le possibili vie della speranza quando l’amore si fa perdono.

* * *

Le prime pagine del romanzo IL SOGNO DI CHIARA, di Lorenzo Marotta (Vertigo edizioni)

L’ombra del padre

Da quando aveva saputo, non aveva smesso di accompagnarsi ad un pensiero che custodiva in fondo al cuore. Un pensiero sempre rimosso, ma sempre vivo. Ora ad inquietare le sue notti, ora a farsi sogno ed immaginazione.
Così si ritrovava con la mente a percorrere mari e oceani, grandi metropoli e piccoli villaggi. Si vedeva mentre attraversava vie sconosciute e buie, girovagare per le periferie delle città o stare seduta nei bar di notte a scrutare i volti degli uomini che si attardavano a chiacchierare davanti ad una bottiglia di cognac.
Non aveva mai conosciuto suo padre.
Chiara aveva sempre chiesto notizie di lui.
Luisa, dapprima, aveva tentato di cambiare discorso, poi, costretta dalle insistenze della figlia, aveva risposto a monosillabi alle sue domande.
Lei non voleva ricordare.
Solo parecchi anni dopo, quando Chiara aveva da poco compiuto quattordici anni, una sera d’inverno, mentre fuori raffiche di vento e di pioggia scuotevano le imposte delle finestre, Luisa le volle dire tutto di Paul, suo padre.
Per una notte intera andò indietro nel tempo e nella memoria.
Si rivide innamorata e felice camminare di sera lungo l’Arno a Firenze, in compagnia di Paul, di Elias, di Joaquìn, di Elsa, di Raquela.
Giovani artisti, quasi tutti provenienti dall’America meridionale, che portavano negli occhi e nella creazione pittorica i colori caldi della terra d’origine.
A Paul piaceva la loro arte, quelle immagini piene ed espressive di donne ora sdraiate seminude su morbidi divani, ora ritratte con lo sguardo lontano, appoggiate a finestre disadorne e a mura screpolate.
Per lo più erano volti, induriti dalla fatica e dalla rabbia, di gente radunata nelle piazze dell’Argentina e del Cile a rivendicare pane e lavoro.
Labbra serrate dal dolore, occhi come saette infuocate per l’indignazione e la rivolta contro le condizioni di vita e di sfruttamento.
In quei volti si potevano leggere la storia dei loro Paesi e la sofferenza di anni di lotta e di disperazione.

Paul era venuto da poco In Italia.
A Firenze aveva incontrato Luisa. Anche lei giovane artista, piena di sogni e di passione. Non molto alta, i capelli ondulati color castano, gli occhi scuri e una carica di simpatia irresistibile.
Lei veniva dall’entroterra siciliano, un piccolo paese, disteso sui fianchi di un monte, di nome Aidone.
Aveva scelto come scuola superiore l’Accademia delle Belle Arti, contro il volere di tutti. D’estate e nelle pause scolastiche partiva da sola per visitare le città d’arte, frequentando gallerie e giovani artisti.
Da tutti, in paese, era considerata un tipo libero, un po’ ribelle, troppo moderna per i modelli di vita di quel luogo, ma lei non badava alle critiche.
Aveva il sostegno del padre, un uomo intelligente, anche lui curioso della vita.
Fin da bambina amava disegnare.
Rimaneva spesso assorta e rapita dai colori sempre diversi dell’orizzonte, indugiando a seguire gli squarci di luce nei tramonti estivi e autunnali.
Presto riuscì a depositare sulla tela le immagini catturate dal suo sguardo e ricreate dalla sua mente, meritando i primi riconoscimenti.
Era la natura il grande libro da cui attingeva per le sue creazioni pittoriche.
Scorci di tramonti con il sole a perdersi dietro le colline, cascate di gerani dal colore rosso intenso, fiori di campo appena sbocciati, distese dorate di terre dopo la mietitura, giumente e puledri lasciati liberi a correre sotto l’azzurro intenso del cielo.
Da giovane furono i maestri dell’arte italiana i modelli da studiare e da imitare. Da qui la scelta di vivere lunghi periodi nelle città d’arte.
Venezia, Firenze, Roma, Napoli erano le mete preferite.
Il padre Vincenzo era orgoglioso di lei. Anche il fratello più grande, Antonio il “filosofo”, – come lo chiamava Luisa – la sosteneva nell’incontenibile voglia di vivere.
http://www.vertigolibri.it/libri/ilfollecopgraDa sempre libera, amante del bello e curiosa di scoprire il mondo, Luisa rimase quella volta affascinata dal carisma artistico di Paul.
«Fu subito amore», disse quella sera alla figlia che l’ascoltava con lo sguardo lucido dalla commozione per quel momento tanto atteso.
Dopo una pausa che le sembrò infinita aggiunse:
«I suoi occhi sprigionavano una luce intensa, riuscivano a penetrare dentro, a trasferire tutta la carica emozionale del suo animo».
«Com’era?» chiese Chiara sempre più avida di sapere.
«Me lo puoi descrivere?».
In passato lei aveva frugato di nascosto, durante le assenze della mamma, nei cassetti, nei ripostigli, dovunque, in cerca di qualcosa che le parlasse del padre.
Voleva avere una sua foto con la quale dare forma a quelle immagini che si affollavano e si sovrapponevano nella mente.
Non aveva trovato niente.
Neppure qualche dipinto da scrutare, da guardare, da accarezzare con gli occhi. Niente!
Ora voleva sapere ogni particolare dalla mamma.
«Era alto, tuo padre» rispose Luisa con un respiro profondo che tradiva tutta la sofferenza di un ricordo ancora doloroso.
«Non era bello. Aveva una corporatura asciutta, il volto scavato e gli occhi chiari».
Poi, accarezzando delicatamente le mani della figlia disse: «le sue dita erano affusolate, proprio come le tue …..e il portamento elegante e inquieto».
Chiara si guardò le mani e subito strinse più forte quelle della mamma.
I suoi occhi non seppero trattenere due grosse lacrime che bagnarono il viso. Con voce incrinata dall’emozione chiese:
«Ma come vestiva?»
«In modo stravagante» rispose subito Luisa, tentando di alleggerire il suo cuore e quello della figlia.
«Pantaloni larghi con grandi tasche e una camicia colorata. Ai piedi sandali e attorno al collo un foulard di seta. In testa quasi sempre un cappello a falde larghe bianco».
«Perché non abbiamo niente di lui?» chiese ancora Chiara con un moto di stizza represso a fatica.
Luisa si fece triste, i suoi occhi si spensero per un istante infinito, ma si fece forza.
Raccontò dei mesi nei quali, dopo averlo seguito a Parigi, Paul rimaneva rinchiuso nel suo studio ricavato in uno scantinato, sotto un antico palazzo nel cuore del boulevard de Saint Germain.
«Gli unici suoi compagni erano diventati alla fine la tavolozza e i colori, la solitudine e le bottiglie di cognac» disse con grande tristezza.
«A volte lo trovavo disteso a terra, con la testa sporca di colori, in mezzo alle tele alle quali aveva lavorato. A nulla era servito il mio amore, le continue richieste di non bere, di parlare con me dei tormenti e degli incubi della sua mente».
«Furono mesi di angoscia e di paura», continuò con gli occhi inumiditi dal dolore e dalla rabbia rassegnata.
«Quando non era sbronzo del tutto, di sera usciva. Non sapevo dove andasse e chi frequentasse. Solo all’alba faceva ritorno a casa stravolto dall’alcol e dalla droga» ricordò, asciugandosi delle lacrime che silenziose erano scivolate sulle sue guance.
Chiara volle accarezzare il viso intristito della mamma.
Guardò i suoi occhi e vi lesse un’inquietudine nascosta, come un buco nero rimasto per troppo tempo nascosto dentro di lei.
Con una certa esitazione le chiese del suo concepimento. Quando avevano deciso di avere un figlio e se lei e Paul fossero stati contenti di aspettare la sua nascita.
Luisa aveva sempre temuto quella domanda.
Per tanti anni aveva custodito nel cuore il segreto doloroso del concepimento della figlia.
Ora non poteva più.
Sua figlia aveva il diritto di sapere la verità, tutta la verità.

(Riproduzione riservata)

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