Home > Articoli e varie, Recensioni > La nièce de Fellini, di Gilles Verdiani

La nièce de Fellini, di Gilles Verdiani

maggio 27, 2014

La nièce de FelliniLa nièce de Fellini” (La nipote di Fellini), di Gilles Verdiani
Éditions Écriture, 2014

di Claudio Morandini

“La nièce de Fellini”, il primo romanzo di Gilles Verdiani, che di cinema si è occupato a lungo come critico e sceneggiatore, racconta solo in parte i tentativi di una cineasta (Anita Sorbello, immaginaria nipote di Federico Fellini) di recuperare credito e attenzione dopo il flop del secondo film per poterne girare un terzo. Il libro si apre quasi subito ad altre storie e finisce per descrivere la laboriosa e complessa dedizione all’arte di un piccolo gruppo di esteti talentuosi e un po’ sconnessi dal mondo: Andreas Karyophoros, che compare prima come autista della Sorbello e si rivela subito giornalista e scrittore (ma, classicamente, uno scrittore che non ha mai scritto una riga di romanzo); Franz Berthold, un dotatissimo compositore allievo di Messiaen che rimane recluso nel suo appartamento, dove compone musiche di rara bellezza che nessuno, tranne sua sorella e i suoi rari ospiti, ascolterà mai (anche questo, se vogliamo, un ripiego piuttosto classico dinanzi all’ottusità dei tempi); altri ancora (galleriste, artisti, attrici). Anita Sorbello, si diceva, giunta a Parigi per partecipare a una trasmissione televisiva e cercare di coinvolgere in un suo nuovo progetto cinematografico alcuni produttori, finisce per rimanere piacevolmente invischiata in questa compagnia di Eloi che non hanno nulla del bohémien, ma semplicemente si esimono dall’avere contatti troppo stretti e costanti con un mondo imbarbarito e deprivato di senso per la bellezza. L’effetto generale è quello di una sorta di Arcadia in cui ingegni superiori hanno deciso di esiliarsi per coltivare, tra pochi intimi, il frutto della loro ricerca artistica – solo ogni tanto, per necessità, o per superiore sense of humour, o per solidarietà affettuosa, scendono a qualche compromesso con la società che li ignora o li fraintende.

C’è dell’altro, ovviamente, nella trama di questo romanzo, ma non ne parleremo, perché è giusto che la sorpresa resti una prerogativa del lettore (e di chi, in Italia, vorrà interessarsi al libro di Verdiani). Voglio invece soffermarmi su alcuni aspetti che mi hanno intrigato, come la distanza rispetto al nome (importante, ingombrante) evocato nel titolo.Quanto c’è di felliniano, insomma, in questo romanzo? C’è un inizio panoramico e visionario, in cui si descrive Parigi non più come centro planetario, ma come “capitale del tempo”, ovvero, in sostituzione di un’espansione nello spazio, come concentrato di tutte le epoche: e questo inizio può ricordare un certo sguardo di Fellini su Roma (compresa la Roma di “Toby Dammit” o del “Satyricon”, film questo a cui i personaggi del romanzo dedicano qualche battuta non casuale). Ci sono anche situazioni che anche Fellini ha esplorato, intuendone il decadere: l’incontro tra arte e televisione (interviste banali, frettolose o capziose, in mezzo a personaggi potentemente insignificanti), che nel romanzo diventa anche incontro impossibile tra cinema indipendente e cinema di cassetta (ecco allora il produttore di film commerciali, ossessionato dai film d’azione, dal noir, ecc.). Ci sono anche momenti di attesa prolungata e di spleen estenuato, “tempi morti” contemplativi assai suggestivi (spesso in auto, come in “Roma”, in “Toby Dabbit”).

Ma – ora che abbiamo soddisfatto questa nostra curiosità un po’ oziosa – notiamo che gli omaggi veri o presunti a Fellini sono parchi e ben nascosti, e le differenze sono molte. Innanzitutto, l’opera di Verdiani predilige dialoghi da commedia sofisticata, e davvero qui siamo lontani dal cinema di Fellini (e anche da molto cinema italiano contemporaneo, che diversi personaggi del romanzo perfidamente danno per morto o quasi). Il racconto anzi procede soprattutto attraverso queste pagine di dialogo di impeccabile leggerezza, questi recitativi brillanti in cui ogni personaggio ha subito la battuta più efficace, scova nei tempi giusti la frase che verrebbe voglia di segnarsi per sfoderarla in occasioni simili. Insomma, anche se ammiccante a diversi generi cinematografici (compresa una breve e sorprendente scena di erotismo assai esplicito), “La nièce de Fellini” non sembra un testo pensato per il cinema, e resta solidamente romanzo, anche nel nascondere, nell’elidere, nello sfumare, nell’intrattenere una sfida giocosa con l’intelligenza del lettore.

 * * *

Gilles Verdiani è nato a Marsiglia nel 1966. Critico cinematografico per Première (1994-2000) e TélécinéObs (2004-2006), giornalista per Elle (2000-2004), artista multimediale all’interno del collettivo La Zone Erogène, dal 2004 conduce la trasmissione “Le Cercle” su Canal + Cinéma. Sceneggiatore, ha collaborato alla stesura del film di Frédéric Beigbeder “L’amour dure trois ans” (2012). È autore di un saggio di estetica (“Moratoire sur le champ/contrechamp”, 2007) e di “Mon métier de père”, Lattès, 2012.

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: