Home > Brani ed estratti > TERRA IGNOTA, di Vanni Santoni (un estratto del libro)

TERRA IGNOTA, di Vanni Santoni (un estratto del libro)

maggio 27, 2014

Pubblichiamo un estratto del romanzo “TERRA IGNOTA. Il risveglio“, di Vanni Santoni (Mondadori). Domattina Vanni Santoni ci racconterà il suo romanzo.

Il libro
È una limpida notte di luna piena, una notte di gioia e di festa, quando il Villaggio Alto subisce l’improvviso attacco di un manipolo di spietati cavalieri che portano morte e devastazione.
In pochi sopravvivono: tra questi la giovane Ailis, mentre la sua migliore amica Vevisa viene rapita.
Seguendo il folle proposito di vendicare la furia distruttrice che ha falcidiato il suo popolo e ritrovare Vevisa, Ailis, che è poco più di una bambina ma ha lo spirito audace e temerario di un guerriero, intraprende la sua lunga e perigliosa ricerca. Attraversando lande sconosciute e meravigliose conoscerà la schiavitù, la battaglia, le illusioni della magia e dell’amore, vedrà le molte facce della morte e capirà che senza questo iniziatico viaggio non avrebbe mai sollevato il velo sulle proprie arcane origini e sul proprio enigmatico destino: da lei potrebbe infatti dipendere l’equilibrio e il futuro stesso delle Terre Occidentali.

Il primo volume di una grande saga che mescola fiaba, azione, epica cavalleresca e mito classico, dando nuovo splendore al genere fantasy in Italia.

* * *

 

Terra ignota – un estratto dalla IV parte

[…]

– Fjere…
– Sì?
– Mi sento un po’ strano.
– Vedrai dopo che avrai sbadigliato.
– Sbadigliato? – chiese Val, e proprio mentre lo diceva, un irrefrenabile sbadiglio gli montò dal petto alla gola e al volto, e giusto prima che lo sbadiglio stesso gli facesse chiudere gli occhi, vide che anche Ailis sbadigliava.
Quando li riaprì, tutto era diverso. Ailis era lì accanto a lui e reggeva il Ramo d’Oro, che adesso emanava un chiarore simile a quello di un mazzo di candele, ma Fjere e Fen erano scomparsi. Il sentiero non sembrava più quello dove erano fino a un attimo prima, né era sicuro che quelli tutto intorno a lui fossero alberi o colonne, o chissà cos’altro. Anche l’odore che aveva l’aria era diverso. Mosse un braccio, si guardò la mano. La sua stessa posizione nello spazio pareva in qualche modo differente, e la mano sembrava pulsare. Di certo, pensò avvicinandosi a una grossa foglia piena di gocce di rugiada, la realtà ha una grana diversa. Da sotto al cespuglio (ma poi, era davvero un cespuglio?) spuntò una faccia. Somigliava un po’ a quella di un suo antipatico biscugino di Ejdam, ma gli occhi erano più grandi e acquosi, lontani tra loro, e le sopracciglia erano tanto folte da sembrare una spazzola. La faccia gorgogliò una orribile risata e scomparve di nuovo nel terriccio. Val, atterrito, guardò indietro. Nel profondo del buio alle sue spalle luccicavano minuscole particole. Dove si trovavano? Dov’era Fjere? Ailis gli sorrise, non più spaesata di quanto non fosse stata fin lì. Da dietro un alberello pieno di bubboni sgambettò fuori una figura. Non era che una testa, con sotto due gambette storte come quelle di un nano, e portava un cappello rosso con una piuma d’oca, dal quale usciva un ciuffo di capelli neri. Aveva un’espressione tra l’indifferente e l’impertinente e veniva verso di lui. Val sguainò tremando la spada, mentre quella cosa gli si avvicinava:– Stai lontano!
Ma l’essere non arretrò, e anzi Val si rese conto che altri uscivano fuori dal buio tutto intorno a lui, un bambino con la testa di topo e le ali grigie e scintillanti come quelle di una falena; un naso umano, grosso come una zucca, che si spostava su zampe da ragno; una lumaca con piccoli volti di vecchia sulla cima delle corna; una giovinetta scheletrica coi piedi rivolti all’indietro e un imbuto in testa; un gobbo con una bocca di rana al posto del viso e un fallo spropositato e pieno di bozzi…
– State lontani! – Gridò Val. Strappò il Ramo d’Oro di mano a Ailis e tenendo il ramo nella sinistra e Alta-e-chiara nella destra, li vorticò in ogni direzione. Gli esseri arretrarono un poco, ma ben presto ripresero ad avanzare ridacchiando. Allora Val si mise il ramo alla cintola e afferrò Ailis per il polso e mollando fendenti a casaccio si diede a corsa, avanti lungo il sentiero, e corsero a perdifiato finché gli esseri non furono lontani dietro di loro.
Quando si fermarono, vide che Ailis aveva qualcosa tra i capelli: era un bruco, e appena Val lo notò, sul dorso di esso si schiuse un occhio umano, tutto circondato di setole. Lo spazzò via con la mano e sentì una puntura come quella di un’ape. Lo pesticciò, e quando alzò il piede non c’era più traccia di alcunché. Fu allora che si accorse che il lembo di sigillo che dalla camicia si intravedeva sul collo di Ailis non c’era più. La spogliò e avvicinò il Ramo d’Oro per fare luce. A guardar bene, il sigillo c’era ancora, ma era ormai quasi del tutto scolorito. Lo toccò, ma non rimase inchiostro sul suo dito.
– Dobbiamo andare avanti, Ailis. Altre scelte non ne abbiamo.
Procedettero nel buio, lungo il sentiero, cercando di non far caso ai volti spaventosi che di tanto in tanto si materializzavano tra gli alberi o sotto ai cespugli, e imparando a scappare ogni qual volta quelle cose “interstiziali”, come le aveva chiamate Fjere, uscivano dalle ombre e venivano verso di loro. Val capì che con Alta-e-chiara poteva ferirle, anche se la loro consistenza era vaga, qualcosa a mezzo tra la schiuma e la tela di ragno, e anche quando le distruggeva, dopo poco si riformavano.
Arrivò tuttavia il momento in cui gli spiriti uscirono in massa: c’erano tutti quelli che Val aveva visto fin lì, e molti altri: scolopendre irte di orecchie e gambe autonome, saltellanti, e funghi stridenti e teste di fanciullo con ali di passero, e un cinghiale col velo da sposa a cavallo di un pesce con l’armatura, e ancora nani col becco come gli uccelli e bambine senza gli occhi che si alzavano ridendo le gonne e altre che vomitavano astragali e monete, e sopra questa moltitudine si stagliava un’ombra più grande, e più buia dell’oscurità stessa in cui si trovavano: la temperatura si raffreddò di colpo, ed ecco, proprio davanti a Val e Ailis, in mezzo al sentiero, un uomo gigantesco, tutto nero e avvolto in una cappa essa pure nera, alto quattro metri o anche cinque, e attraverso il cappuccio non si vedeva un volto, ma soltanto il niente più profondo, come se vi fosse il fondo stesso del cielo, un luogo dove anche la luce, e con essa tutto ciò che di caldo e buono c’è al mondo, andava perduta.
[…]

(Riproduzione riservata)

© Mondadori

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo