Home > Brani ed estratti > LOTTA DI CLASSE AL TERZO PIANO, di Errico Buonanno (un estratto del libro)

LOTTA DI CLASSE AL TERZO PIANO, di Errico Buonanno (un estratto del libro)

Maggio 30, 2014

Lotta di classe al terzo pianoPubblichiamo le prime pagine del romanzo LOTTA DI CLASSE AL TERZO PIANO, di Errico Buonanno (Rizzoli).
Domani Errico Buonanno racconterà il suo libro.

La scheda
È il 1861 e Karl Marx è senza un soldo. Vive in un vecchio condominio londinese, a spese del compagno Engels, e ha l’eroica missione di scrivere il libro del secolo. C’è un solo problema: non gli riesce di buttare giù una riga. Mentre il movimento operaio fibrilla e tutta l’Europa è una polveriera che attende il la per la rivolta, Marx tace, aspetta, si nasconde. Soltanto un uomo può capirlo, colui che in teoria è il suo nemico giurato: Alan John Huckabee, il Padrone (di casa). Capitalista, sfruttatore, nonché in segreto scrittore fallito, comprende di avere parecchio in comune con il suo celebre inquilino. Tra bombe anarchiche, rivoluzionarie russe e seri filosofi con la pistola, il borghese deluso e l’utopista in bolletta si troveranno fianco a fianco in una lotta inaspettata per la poesia e la libertà. Si aiuteranno così a riscoprire cosa significa sognare e partoriranno una nuova idea, che cambi il mondo dall’interno. Interno sette, terzo piano: la misteriosa casa Marx.

* * *

Le prime pagine di LOTTA DI CLASSE AL TERZO PIANO, di Errico Buonanno (Rizzoli)

I

Il giorno 3 maggio 1862, davanti al trionfo dell’economia
e della scienza, il signor Alan John Huckabee, capitalista,
sfruttatore e Padrone, capì all’improvviso che la rivoluzione
operaia era persa. Solo a pensarci, si sentì molto vecchio.
Si ritrovava giusto al centro di un grande palazzo di vetro
e metallo a South Kensington, presso i giardini della Royal
Horticultural Society. Da quarantott’ore era arrivato il futuro.
Le masse pagavano il biglietto, le macchine rendevano
superflue le smanie dei lavoratori. E, quanto all’Internazionale,
era soltanto, informalmente, l’Esposizione Internazionale
di Londra, inaugurata da due giorni come trionfo
di pace e concordia dalla regina Vittoria in persona. «Che
meraviglia il progresso! Non trova?» diceva al suo fianco
Natasha Ivanova, esule russa, intenta a sfiorare la macchina
Gray, nuovo congegno all’avanguardia per la terapia elettrica
delle nevrosi, uno sviluppo assicurato nel campo dell’elettroshock.
«Che mondo grandioso che ci aspetta!» diceva
candida, diafana, e rimirava a viso aperto il contraccettivo
femminile a siringa proposto dalla Medicinisch-Polytechnische
Union, pluripremiata compagnia prussiana. «Giustizia,
benessere, un domani più umano! Huckabee, è splendido!
Come mai non dice niente?»
L’Esposizione era pura vertigine. Il primo telegrafo parlante,
la prima carrozza automatica a carica. Ben trentasei
Paesi in gara, sei mesi di durata, trecento foto stereoscopiche
scattate tra i vari padiglioni per fare sì che l’avvenire
non fosse dimenticato, un domani. Soltanto l’uomo a cui
la ragazza tirava la giacca non condivideva l’eccitazione del
popolo, chiuso com’era tra pensieri un po’ ombrosi. Aveva
chinato in avanti la schiena e se ne stava a esaminare anch’egli
il suo pezzo di futuro. Guardava una sfera di cristallo:
pareva promettere tragedie.
Era ricolma d’acqua limpida, e in mezzo all’acqua si agitavano
gamberi. Dei gamberetti microscopici, affaccendati
e incaponiti nella battaglia per la vita, e privi di classe dirigente
a guidarli. Come spiegava l’inventore Hans Bernhard
Lohmann, serio e convinto darwiniano austriaco, quel piccolo
mondo era un sistema perfetto: i gamberi mangiavano
le alghe, e le alghe potevano ricrescere grazie alle feci prodotte
dai gamberi. L’aveva voluto chiamare “Utopia”, un
universo di lavoro che funzionava per quattro anni senza
bisogno d’intervento dell’uomo. Quattro anni in piena autonomia,
prima che il fragile equilibrio morisse da sé per
consunzione.
«Perfetto, scientifico!» esultava Natasha. «La coesistenza
naturale in cui ciascuno prende e dà!»
Ma il signor Huckabee era torvo. Non gli riusciva di pensare
se non a quel termine segnato, a quella scadenza di
quattro anni, capace di rendere imbecilli tutti gli sforzi di
generazioni di gamberi, vano il progresso, e inutile, stanca,
immotivata, la lotta per la sopravvivenza. Premonizione:
alzò lo sguardo verso le volte di metallo, e Londra, l’Europa,
l’Ottocento gli parvero immersi in una sfera. Premonizione:
guardò i volti, quei volti entusiasti; gli parvero tutti
pateticamente a scadenza. E in ultimo intuì, ma sottopelle,
che la sua stessa identità sarebbe stata cancellata dalla potenza
del futuro incombente.
«Qualcosa la turba, signor Huckabee?»
Il corso del mondo era già scritto, ogni rivolta era illusoria.
Essere chi doveva essere: questo era il solo futuro possibile.
Essere ciò che voleva la Storia, un ruolo, una parte
del sistema perfetto. Alan John Huckabee: Padrone. Il resto
era solo un’utopia. Salutò in fretta Natasha Ivanova, mentre
l’ennesima premonizione gli suggeriva che non si sarebbero
rivisti. Si avviò verso casa, si ritirò nel proprio studio e, chino
sopra al secrétaire, si apprestò a scrivere, mestissimo, la lettera
che considerava il compimento del suo scopo epocale.

* * *

 

Alla cortese attenzione
del dottor Karl Marx,
filosofo

Egregio affittuario,
scaduto in data 1° maggio il termine massimo per il paga-
mento del canone, sono spiacente di constatare di non avere
a tutt’oggi ricevuto da lei il compenso pattuito. Viste e
considerate le mensilità pendenti (febbraio-marzo-aprile) e
il fatto che lei, a quanto si dice, ha una qual certa competenza
in dati economici e rapporti sociali, forse già immagina
dove vada a parare questa mia lettera ufficiale, l’ultimo atto
della nostra dialettica, che oggi mi lascia un poco amaro ma
da cui, sembra, non possiamo sottrarci. Con questa mia lettera
le ingiungo lo sfratto dall’interno sette, da intendersi
con decorrenza immediata, pena il ricorso alle forze dell’ordine
e tutto ciò che ne consegue.
Questa mia lettera di sfratto non è un attacco personale:
è il mero prodotto di una lotta fra classi. Questa mia lettera
di sfratto, a cui allego il sunto delle mensilità inevase, ha
una sua necessità razionale, e quindi avrà un ruolo, un ruolo
storico, che sto vivendo sulla pelle e che brucia. Prima di
andarsene, perciò, lasci le chiavi giù in androne. E quindi
analizzi, e stabilisca quello che è mio e quello che è suo; chi
è il traditore e chi è il fedele; e cosa vuol dire avere o perdere,
in questa vita che è in affitto. Addio, dottor Marx.

Suo
A.J. Huckabee
Padrone di casa

 

* * *

Lotta di classe al terzo piano

2

Sei mesi prima dello sfratto, il signor Huckabee era a
casa, a Bloomsbury, nel suo studiolo al piano terra e senza il
minimo sospetto di come, spesso, basti poco per dare il via
a un processo storico.
«Ha detto perciò… sì, il dottor Marc.»
«Marx.»
«Marcs.»
«Karl Marx. E signora.»
«E figli, suppongo.»
«Tre. Femmine.»
«Stranieri?»
«Questo le fa differenza?»
«Mi prende in giro? Ho ospitato italiani fino all’anno scorso.
Sono partiti, ora hanno una patria.»
«In tanti sono ancora a Londra.»
«Ma quelli sono ricercati. Ha presente, no? Sediziosi, sobillatori.
Qui c’è gente per bene. Il signor Marx di dov’è?»
«Prussiano.»
«Prussiano.»
«Come me, d’altronde.»
«E voi una patria ce l’avete?»
«Sì.»
«E perciò…»
«E perciò?»
«Senta, io, guardi, me ne infischio. Mi basta che non sia
un anarchico.»
«Li odia.»
«Vede? Ci s’intende. Uh, la politica! Di professione, se
permette, che fa?»
«Scrive.»
«Scrive? Cioè… è uno scrittore? Un romanziere, un poeta?»
«…»
«Perché sorride? Lo dico con massima stima. Io amo la
letteratura. Ha mai letto Dickens?»
«Ha scritto qualcosa in gioventù.»
«Come tutti.»
«Può darsi. Ma… non aveva trovato un suo genere.»
«Sempre così, quando siamo ragazzi: ci crediamo speciali,
e finiamo per scrivere come tutti gli altri.»
«Bene, ora Marx vuole essere proprio “come tutti”. Forse
per questo è eccezionale.»
«Eccezionale, addirittura! Dovrò proprio leggerlo, non
crede?»
«Collabora soprattutto ai giornali.»
«Stranieri? O inglesi?»
«Ancora: le fa differenza?»
«Ovvio! Sennò non posso leggerlo. Ma insomma, perché
sorride di nuovo?»
«A tempo debito, signore, le farò avere qualcosa di suo. Mi
creda: il dottor Marx suscita sempre delle reazioni discordi.»
Huckabee si tirò un poco indietro per appoggiarsi allo
schienale. Fissò al di là della scrivania l’uomo che gli parlava.
Cortese. Elegante. Tranquillamente sorridente sotto la
gran barba castana. Ma con un tratto di furbizia negli occhi
che provvedeva a lasciarlo irrequieto. Tramava qualcosa,
era evidente. «Dottor…?»
«Engels.»
«Engels, ha detto. È un angelo dunque?»
«Non certo del genere degli sterminatori, tranquillo. Io
faccio solo annunciazioni.»
«Divertente. Pensavo piuttosto…»
«A cosa?»
«Pensavo a un angelo custode.»
L’altro sorrise, annuì lentamente. «Lei, signor Huckabee,
si sta domandando perché sia qui io e non il dottor Marx.
Perché mi stia offrendo di far da garante a un uomo che non
mi è parente, e le abbia portato tre mesi d’affitto…»
«Oh, be’, ma quella è la caparra, è d’obbligo! E in più ci
sarebbero… quattro sterline e venti di tasse.»
«E perciò, insomma, perché mi prenda tanto cura di un
altro.»
«La carità è un sentimento…»
«Non è carità!» proruppe il tedesco. «La carità è lo sport
con cui l’ingiustizia si lava la coscienza. No, signor Hucka-
bee, non è questo. È solo che Marx è un uomo assai…»
Fece un gesto nell’aria.
«Fumoso?»
«Idealista. La burocrazia, le scadenze, le faccende di casa,
gli mettono una grande ansia.»
Huckabee corrugò la fronte: povero Marx, non era vero?
Troppa pena la vita, troppa pena il lavoro! Come se lui si divertisse!
Ne aveva già vista di gente così…
«Si sta dedicando a un’opera nuova, manca un nonnulla
per portarla a termine… così mi assicura, per lo meno. Ma
proprio per questo: ora ha bisogno di concentrazione assoluta.
Tranquillità, capisce? Silenzio. Io stesso non ho esitato
a consigliargli di abbandonare l’abitazione precedente solo
perché la trovava chiassosa. Perciò, signor Huckabee, mi
creda: io sono un uomo benestante…»
«Ma non osavo dubitarne.»
«La mia è una famiglia d’industriali, siamo stimati imprenditori
del tessile. Possiedo un’azienda al cinquanta percento:
“Ermen & Engels”. Solidissima. A Manchester.»
«Dunque è una sorta di… mecenate, lei, no?»
«Se serve qualche referenza…»
«Non serve.»
«Le garantisco i pagamenti, rispondo di tutto in prima
persona. Ma non disturbi il dottor Marx, mi ha capito?»
«Non è mia abitudine.»
«Lo lasci pensare, lavorare.»
«Io non disturbo gli ospiti che non mi disturbano. E insomma:
il pensiero non disturba nessuno.»
«Lei crede?»
«Lei no? Solo… mi tolga una curiosità: davvero, chi è lei?
Un editore, un buon amico? Tiene più a Marx o a questa
sua… opera?»
Engels sorrise nuovamente: «Ormai la cosa è indistinguibile
».
«Perché, se tiene alla sua opera, forse spesarlo, mantenerlo,
ecco, non è che abbia troppo senso, scusi. Conosco i segreti
del lavoro: niente fa scrivere più in fretta del bisogno
di soldi. A volte anche l’arte è economia.»
Qui Engels parve fulminarlo.
«Dicevo… così, per paradosso.»
«Io sono… colui che si sacrifica: prendo la vita sulle spalle,
così gli lascio il campo libero.»
«La libertà ha la sua importanza.»
«Huckabee, senta, le dico sul serio: il suo nuovo ospite
non è propriamente una persona ordinaria. Stiamo parlando
di… uno Spirito Grande.»
I due rimasero per qualche istante in silenzio, a fissarsi,
quasi per ponderare bene l’aria sacrale che si era creata.
Dopodiché Engels schioccò la lingua e si alzò. Gli strinse la
mano e ricalzò guanti e bombetta. «Il dottor Marx traslocherà
fra qualche giorno. Lei ha il mio biglietto da visita.
Perciò, siamo intesi.» Si avviò alla porta, poi si voltò: «Uno
Spirito Grande. Me lo tratti bene».
Ne parla quasi fosse suo, pensò il signor Huckabee, guardandolo
uscire dallo studio. Poi perse tempo come meglio
poteva, ovvero come usava fare se aveva bisogno di placare
l’ansia. Il suo studiolo offriva spunti interessanti: una collezione
di orologi da tasca riposti per bene sottovetro; si mise
a caricarli tutti. Passò a un catalogo di immagini sconce che
aveva nascosto dentro un libro, e intanto pensava, un po’
perplesso, che Marx era un uomo fortunato: aveva qualcuno
che credeva in lui. Ma al tempo stesso, continuava a dirsi,
la sua condizione – almeno così, da una prima impressione
– sembrava la stessa di una bestia allo zoo. Davvero,
andiamo: era possibile spesare qualcuno senza sperare di
ottenerne qualcosa? Senza contare, bisognava ammetterlo,
che questo suo angelo custode aveva deciso di pagargli una
vita, sì, ma a Soho. Persino Huckabee, che ne era il Padrone,
sapeva bene che i suoi stabili non erano precisamente
una reggia.
Sospese il giudizio e riprese il suo posto dietro la scrivania.
Sospirò, rinforcò gli occhiali e rilesse le carte posate
in un angolo:
“Mistero primo del Secondo Grado: il mondo è una macchina,
oppure è un oggetto inanimato, oppure è un grandioso
organismo vivente. Non è un oggetto inanimato, perché
altrimenti non potrebbe muoversi. Non è un organismo
propriamente vivente, perché altrimenti si riprodurrebbe. Il
mondo è una macchina, a vapore, come confermano le eruzioni
e i geyser che hanno osservato tanti geologi. E se è una
macchina, perciò, deve servire a qualcuno o a qualcosa. E
questo conferma l’esistenza di Dio. Amen”.
Si stropicciò gli occhi. Accattivante? Serviva una sorpresa
in fondo. Urlò: «Avanti il prossimo!». Aveva in
agenda altre tre visite di lì a mezzogiorno: fabbro, contabile,
ingegnere edile. Una giornata come tante, fino alla
visita delle dodici e un quarto. Quella inattesa, fuori orario,
cruciale.
«Dunque, sì…?»
«Neumann.»
«Newman.»
«Albert Neumann.»
«Capisco.» Huckabee conservò il sorriso continuando ad
annuire mentre squadrava l’importunatore. «Tedesco, eh?»
«Come mai me lo chiede così?»
«Così come?»
«Con sospetto.»
«Si sbaglia, mi creda! Un popolo di poeti e filosofi… che
a quanto pare sta invadendo Londra.»
«Lei s’interessa di filosofia?»
«Io?»
«Di filosofia tedesca?»
«Sinceramente…»
«Nutre passione o simpatie per Hegel?»
«Non ho il piacere di…»
«Perfetto.» L’uomo iniziò a guardarsi intorno, quasi studiando
con dovizia l’ambiente, frattanto che Huckabee studiava
un po’ lui. Altissimo, veramente altissimo. I favoriti
biondo cenere, l’abito buono, di un color giallo senape
che soltanto un tedesco avrebbe mai osato. E quegli occhiali,
poi: verdi, con la montatura in oro, tanto stridenti con i
modi pratici e poco disposti alle formalità.
«Bello studio.» Per non parlare dell’accento: lo innervosiva,
nel profondo.
«Grazie. Ricevo fino a mezzogiorno.»
«Vengo al punto?»
«La prego.»
«Marx.»
«Marx.»
«Karl Marx e signora.»
«E figlie.»
«Sì, esatto. Lei, signor Huckabee, sta per aprire le porte
di un suo condominio al dottor Karl Marx, non è vero?»
«Vengo anch’io al punto: lei chi sarebbe, signor Neumann?»
«Intende qui a Londra?»
«In assoluto!» si stupì Huckabee, che incominciava francamente
a smaniare.
«Oh, l’assoluto!» sorrise il tedesco. «Lo vede che ama la
filosofia? Ma l’assoluto non esiste: esiste soltanto la contingenza.
Io, per esempio, le ripeto: qui a Londra sono Albert
Neumann, commerciante di stoffe a Regent Street.»
«Si nota… dalla sua eleganza. Ha indosso tutto il campionario?»
«Ma non vuol dire che si tratti, ecco, di una verità assoluta.
Capisce?»
«…»
«Dovrebbe. Huckabee, Huckabee… viviamo in tempi
strepitosi. Le cose cambiano, le nazioni si unificano. E ci si
aiuta, si coopera, tutto nel nome della pace.»
«Evviva.»
«Purtroppo… purtroppo, così, anche i problemi diventano
internazionali. Quello che prima, faccia conto, era soltanto
un problema tedesco, potrebbe ora estendersi a problema
mondiale, universale.»
«Parliamo sempre di Marx e signora?»
«E allora la domanda è: cosa significa oggi essere un suddito
probo della regina?»
«Lei è un esattore delle tasse?»
«Magari, ecco, per esempio… e dico solo per ipotesi…
rendere un buon servizio a Sua Maestà il re di Prussia.»
Neumann si carezzò i baffi.
«Parliamoci chiaro: cosa vuole?»
«Io? Oh, be’, io non le chiedo niente.»
«Benissimo. Addio.»
«Né di influire, né di intervenire, mai.»
«Questo mi riesce particolarmente bene.»
«Ciò che le chiedo è di osservare. Osservare il lavoro di
Karl Marx: come procede, se procede…»
«Il re di Prussia s’interessa ai libri?»
«Oh, molto più di quanto non creda. Perciò, banalmente,
mi piacerebbe, ci piacerebbe, che lei svolgesse bene il
suo ruolo di Padrone di casa. E poi se ogni tanto vorrà
ospitarmi in questo studio per farci una bella chiacchierata…»
«È un poliziotto, lei?»
«Mmmmh… no.»
«Il dottor Marx infrange la legge?»
«La legge britannica? Difficile infrangerla: siete talmente
liberali!»
«Qui sbaglia, sa, Neumann: disturbare un uomo a casa
sua in Inghilterra è passibile di pena di morte. E specialmente
all’ora di pranzo.»
«Via, via: voi avete le maniche larghe! Qui vivono esuli di
tutto il mondo, e hanno il pienissimo diritto di farlo. Ma esistono
leggi di opportunità, vero? Anche questo voi inglesi
lo sapete. E in questo senso, sì. Forse Karl Marx è inopportuno.
Sorvegliarlo… cioè, dedicargli una certa attenzione,
mi sembra il minimo che si possa fare. Lo farà?»
«Per il re di Prussia?»
«Per la regina, per la pace dei popoli… Insomma, su, scelga
lei il motivo. Lasci che Marx scriva il suo libro. Lo favorisca,
e non lo disturbi. Semplicemente abbia buon occhio.
È chiedere troppo?»
«Al contrario, mi sembra: chiedete un po’ tutti l’identica
cosa.»
Si alzò, finalmente. «Ma le ho rubato già del tempo, scusi.
E, come sa, il tempo è denaro.»
«Persino il tempo è economia» sospirò Huckabee.
«Proprio per questo va investito bene.» Andò.
Huckabee si volse alla finestra. Tirava vento. Stavolta,
davvero, si annunciava bufera.

(Riproduzione riservata)

© Rizzoli editore

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: