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ERRICO BUONANNO ci racconta LOTTA DI CLASSE AL TERZO PIANO

maggio 31, 2014

errico buonannoERRICO BUONANNO ci racconta LOTTA DI CLASSE AL TERZO PIANO (Rizzoli).
Ieri abbiamo pubblicato le prime pagine del romanzo.

di Errico Buonanno

Se c’è una cosa che mi ha sempre affascinato, e che forse unisce ogni mio libro, è la caccia alle storie piccole, quotidiane, all’interno della Storia più grande. Le storie private che dimostrano come la Storia con la esse maiuscola sia qualche cosa che spesso travolge, ingovernabile, indifferente ai nostri sogni e bisogni. Ma che dimostrano anche come, nonostante questo, l’uomo non si stanchi mai di resisterle, di sforzarsi di cambiarla, di influire. E benché ciò sia un’illusione (e io mi ritrovi perciò a raccontare spesso di grandi perdenti o di pazzi), è un’illusione molto nobile: sognare, tentare, è tutto ciò che ci è dato di fare.
Lotta di classe al terzo piano (Rizzoli) nasce così: dal quotidiano, dal trascurabile, dal microscopico che c’è nella Storia che conta. Da una vicenda magari inventata, ma comunque plausibile. Lotta di classe al terzo piano è la storia del padrone di Marx. E benché possa sembrare strano pensare che l’uomo che sognava di abbattere tutti i padroni avesse, egli stesso, un padrone, be’, non è altro che un dato di fatto. Il padrone di Marx. Il padrone di casa, chiaramente.
Questa è la storia di un borghese qualunque, un quarantenne che ho voluto chiamare Alan John Huckabee, uno dei tanti signori che, nella Londra di metà Ottocento, si sono trovati a loro insaputa a lottare con un vero paradosso: dover chiedere l’affitto a chi predicava la fine della proprietà privata. Un reazionario dalla vita comoda. Uno dei tanti a cui faceva riferimento Marx quando, in apertura del Capitale, avvertiva che non era certo con i singoli che il suo libro se la prendeva, ma con le classi sociali: i singoli altro non erano che vittime del sistema, o meglio suoi prodotti, esattamente come i proletari. Alan John Huckabee non patirà forse la fame, ma in nome del proprio ruolo sociale ha dovuto rinunciare ai propri sogni giovanili, alla propria libertà, e adattarsi a una comoda e sonnolenta alienazione. Quando però nel condominio che gestisce si trasferisce il filosofo di Treviri (un personaggio misterioso, intento a comporre un libro cruciale ma che non vede mai la luce), uno strano germe di insoddisfazione torna a risvegliarsi in lui così come in tutti gli altri condomini: una smania, una follia, che porta a dirsi che la rivoluzione è possibile. Non quella economica, non quella politica, ma una rivoluzione radicale che inviti a riconsiderare il rapporto col dovere e col lavoro, e spinga l’uomo tra le braccia del sogno. Alan John Huckabee deciderà così di aiutare il suo invisibile inquilino Marx a partorire la sua utopia, contro qualsiasi autorità, sia essa incarnata dal re di Prussia o dall’ambiguo, e fin troppo protettivo, sodale e compagno Friedrich Engels.
Questa, in gran sintesi, la trama della mia commedia: forse una scusa come un’altra per parlare di sogni e libertà. E allora perché proprio Marx? Perché proprio il Capitale?
Lotta di classe al terzo pianoIn quanto feticcio rivoluzionario, certo (liquidamente interpretabile: marxismo come sprone alla giustizia, marxismo come dottrina totalitaria). Ma anche perché è la storia di Marx, la sua storia privata, l’ennesima vicenda piccola all’interno del corso più grande, a essermi parsa un’inquietante e al tempo stesso commovente lotta per non far sì che il mondo si appropriasse dei sogni. Il romanzo prende le mosse dal fitto epistolario tra i due amici Marx ed Engels. Due totem, due uomini che in pochi conoscono, aldilà delle barbe. Due personaggi che emergevano, in quelle pagine lontane, scritte nel tedesco frammisto all’inglese proprio degli immigrati, in tutta la loro umanità.
Il primo: Karl Marx. Un uomo che, come diceva egli stesso, parlò di denaro senza averlo mai visto. Un uomo che, fin dai tempi della scuola – come testimonia un suo tema ginnasiale –, aveva intuito qualcosa di fondamentale: noi non ci apparteniamo; la società, i ruoli storici, ci costringono a una vita che non corrisponde alle nostre inclinazioni. Ancora una volta: alienazione. Innamorato della poesia e della letteratura, scrittore e poeta dilettante negli anni dell’università, Marx aveva scoperto il grande dramma romantico, e cioè che talento e passione non coincidono, e che se le ambizioni lo spingevano verso l’arte, il suo talento lo portava altrove, verso quell’economia politica che francamente detestava. Dopo le prime battaglie politiche, si ritrovava ora nella Londra di Dickens, la Londra delle “due città”, quella dei quartieri alti e dei condomini infestati dal colera. Era alloggiato nel fatiscente quartiere di Soho, costretto a vedere i propri figli morire di denutrizione.
L’altro è la spalla, il coprotagonista: Engels. Un uomo opposto come stile di vita e temperamento. Imprenditore, proprietario di una fiorente azienda tessile a Manchester, dedito alla caccia alla volpe, Engels spesò per tutta la vita l’amico, senza per questo sottrarlo agli stenti. Assolutamente convinto che Marx fosse un genio, è certo che Engels diede prova di generosità. Al tempo stesso, però, Engels voleva, pretendeva qualcosa: il Capitale, ovvero quel libro, quel Vangelo definitivo del movimento operaio che avrebbe finalmente garantito una teoria scientifica con la quale trionfare. Per più di vent’anni non scrisse altro al compagno: «Ѐ giunto il momento, lo sa il Cielo… Devi portare a termine la tua opera…» E per più di venti anni Marx tergiversò, accampò scuse, assicurando di avere quasi finito il libro, di averlo quasi iniziato, di essere stato poco bene. Come andò, lo sappiamo tutti. Marx riuscì appena a pubblicare il primo libro del suo capolavoro: «un tutto artistico», come lo definiva; una grande opera-mondo, ricca di citazioni letterarie e scene riprese da Dante, da Shakespeare, da Milton. L’ultimo parto del letterato fallito che era stato, e che non poté non lasciare Engels perplesso. Morto l’amico, Engels stesso completò il Capitale, fondando la dottrina marxista. «Tutto ciò che so di me, è di non essere marxista», aveva dichiarato in un appunto privato Karl Marx: la storia di un poeta, di uno scrittore mancato che si era ritrovato investito del ruolo di Profeta, si chiudeva così con l’impossibilità di scampare a quel ruolo, che la Storia e la società gli avevano assegnato.
Ed ecco perciò che la vicenda di Marx si è caricata, ai miei occhi, di un significato marxista. Era un dramma generale, che andava aldilà delle classi sociali, andava aldilà dell’Ottocento, e si faceva totalmente umana: a chi apparteniamo noi? A chi appartiene il nostro lavoro? E i desideri, e la nostra fantasia, a chi appartiene? Lotta di classe al terzo piano è questo: la storia di un’utopia. Il tentativo di riappropriarsi della libertà e del diritto al sogno. La storia, insomma, di un’impresa impossibile, che può riuscire solo sulla carta, in un libro. O nel privato del nostro appartamento in affitto, quasi che fosse proprio quello il nostro unico Stato ideale.

(Riproduzione riservata)

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