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SEGNALI DI FUMO, di Andrea Camilleri (le prime pagine del libro)

giugno 7, 2014

Pubblichiamo le prime pagine del volume SEGNALI DI FUMO, di Andrea Camilleri (Utet)

CAMILLERI_tagliataLa scheda
Da qualche tempo, Andrea Camilleri lancia dei personalissimi “segnali di fumo”. Sono foglietti di poche righe cui lo scrittore affida, in totale libertà, quello che gli suggerisce l’estro del momento. Ma che cosa “segnala” Camilleri? Intanto, molta partecipazione per le nostre vicende politiche: soprattutto indignazione per l’assenza di etica, la corruzione, la volgarità, il populismo becero, gli insulti di troppi “politici senza onore” che hanno prodotto fame, disoccupazione, scontro sociale, impoverimento del Paese. Poi, il gusto mai perduto del racconto disteso, dell’aneddoto divertente e rivelatore. Il piacere degli incontri con personaggi del tutto sconosciuti o – trattati esattamente alla stessa stregua – famosi come Wisława Szymborska e il presidente argentino Alfonsìn. Le letture che durano da una vita (Pirandello, Vittorini, Malraux, Philip Roth, Tabucchi) e che suggeriscono alcune sobrie e per niente retoriche considerazioni sull’arte dello scrivere. Infine, il senso – molto umano, ma mai troppo malinconico – del tempo che passa, dell’età che avanza: “… mettiamola così: il tempo è una giostra sempre in funzione. Tu sali su un cavalluccio o un’automobilina, fai un bel po’ di giri, poi, con le buone o con le cattive, ti fanno scendere”.
Ora, Camilleri ha deciso di raccogliere qualche decina dei suoi “segnali di fumo”, organizzandoli in una sequenza sapientemente “narrativa”. L’effetto, per il lettore, è quello di una incantevole conversazione a distanza con l’amico saggio, ironico, affettuoso che tutti vorremmo avere.

* * *

Le prime pagine del volume SEGNALI DI FUMO, di Andrea Camilleri (Utet)

1
Confesso, con Neruda, che ho vissuto. Ma mi corre
l’obbligo di confessare anche che, alla mia veneranda
età, molte delle cose per le quali ho vissuto mi appaiono
come fatte da una persona che aveva il mio
nome, le mie fattezze, ma che sostanzialmente non
ero io. Così come non mi riconosco in un agire dominato
solo dal senso, non mi ritrovo neppure in un
comportamento dettato solo dalla ragione. Gran parte
della mia esistenza è trascorsa in una sorta di sbilanciamento
tra una parte e l’altra, sono stato come
un equilibrista su un filo sospeso tra due grattacieli
sotto un vento continuamente mutevole. Quanta pazienza
e quanta volontà mi ci sono volute per tenere
sotto controllo le mie contraddizioni!

* * *

2
Forse, senza saperlo, stiamo combattendo la prima
guerra globale degli anni duemila. Una guerra che
non usa più armi, che non bombarda né fa esplodere
atomiche, che non provoca morte ma produce fame,
disoccupazione, scontro sociale, impoverimento, insomma
riduce sul lastrico i perdenti. Le direttive che
provengono dalla Ue e dalla Bce assomigliano ai piani
strategici di uno Stato Maggiore: far resistere la
Grecia a ogni costo, apprestare immediate difese per
le prime linee direttamente minacciate che si chiamano
Spagna e Italia. E il quotidiano bollettino delle
chiusure delle Borse europee ed extraeuropee lo si
attende con la stessa ansia, con lo stesso tremore dei
bollettini di guerra di una volta.

* * *

3
A due anni, una mia figlia un giorno mi chiese un
foglio di carta e una biro. Avutili, si stese per terra e
si mise a disegnare. Dopo un po’ mi mostrò il foglio
sopra il quale erano tracciate delle linee spezzate che
tra loro s’incrociavano. «Cos’è?» domandai. «Cavallo.
» «E dove sono gli occhi?» «Qua e qua» rispose
indicandomi due incroci di linee. Conservai il foglio.
L’anno seguente, il foglio mi ricapitò tra le mani.
Chiamai mia figlia. «Cos’è?» Mi guardò stupita. «Un
cavallo.» «E gli occhi dove sono?» «Qua e qua» rispose
indicandomi esattamente gli stessi incroci di
linee. Allora la domanda è questa: quando, come e
perché in noi l’innata libertà creativa si converte, o
viene costretta, nella banalità del reale?

* * *

4
Alla luce violetta della prima alba dell’inverno 1951,
imbocco a piedi via Condotti a Roma. Tornavo a
casa risparmiando sul biglietto del tram per potermi
pagare un cappuccino, sono gli ultimi soldi che ho.
Nella via, oltre me, c’è un uomo che viene nella mia
direzione. Quando c’incrociamo, l’uomo mi dice:
«Mi scusi». Mi fermo. «Desidera?» Lo guardo. È un
cinquantenne elegantissimo, il suo cappotto varrà
una fortuna. «Ho perso tutto al gioco» mi dice. «Mi
regala i soldi per il tram?» «Ho solo quelli» faccio
imbarazzato. «Mi perdoni» fa l’uomo e s’avvia. Lo
rincorro coi soldi in mano, glieli porgo: «Ecco. Se li
prenda». «A queste condizioni non posso assolutamente
accettare» dice l’uomo. Mi fa un inchino e se
ne va.

* * *

5
«Risalga a bordo, cazzo!» Le parole dell’ufficiale
che da Livorno ordinava al comandante Schettino,
il quale aveva abbandonato la sua nave mentre c’erano
ancora passeggeri da salvare, di risalire a bordo
e ottemperare ai suoi doveri, mi è sembrata suonare
come se fosse stata rivolta a tutti gli italiani. L’Italia
infatti in quel momento stava correndo il rischio
d’affondare come la nave Concordia, anche se al timone
c’era un nuovo e competente timoniere. È stato
come un incitamento a non sottrarsi alle proprie
responsabilità, ad adeguarsi, tutti, alle difficoltà, ai
sacrifici, alle prove che ci erano imposte dalla situazione
d’emergenza. Forse anche quelle parole hanno
contribuito a farci giungere in porto.

(Riproduzione riservata)

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