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Antonella Cilento ricorda ANNA MARIA ORTESE

giugno 12, 2014

ANNA MARIA ORTESE: cent’anni dalla nascita. In collegamento con il forum su Letteratitudine dedicato al centenario della nascita di Anna Maria Ortese

di Antonella Cilento

Anna Maria Ortese è stata, nella mia esperienza, un incontro fulminante.
Lessi per la prima volta a scuola, avevo undici anni, Il mare non bagna Napoli e, se non era quella l’età per comprendere Il silenzio della ragione, capitolo dedicato agli scrittori napoletani e al gruppo SUD, il primo racconto, Un paio di occhiali nuovi, che narrava di una ragazzina cui venivano imposti costosi occhiali da vista (“ottomila lire vive vive!”), fu una scoperta. La visita all’ottico e la misurazione delle lenti mi erano orribilmente familiari. Anzi: l’ottico era proprio lo stesso dove andavo anche io, la storica Ottica Sacco. Provai per la bambina un improvviso senso d’identificazione: l’Ortese descriveva, con la maestria che non avrebbe mai perso, anzi si sarebbe accresciuta nei romanzi a seguire, il voltastomaco – il vomito sedato con il chicco di caffè –  che dà la scoperta del dolore, l’esatta visione del mondo adulto.
I libri, spesso, ci raggiungono quando la vita deve rivelarci lo stato delle nostre esperienze e gli scritti, ingiustamente dimenticati o poco noti, di Anna Maria Ortese hanno spesso dentro questa forza inarrestabile. Colpisce, ad esempio, leggere brani di appunti oggi conservati nel fondo depositato da Rita Ortese presso l’Archivio di Stato di Napoli: “Cosa penso dell’Italia: che non esiste. (…)penso questo: che è una patria fisica, o di memorie: pel resto un paese abitato da gente varia, ma unita per nulla, e, in genere, limitata d’intelligenza e d’animo meschino.(..) Eserciti, insomma, di maggiordomi e lacché, lavapiatti e spazzini. E padroni in sfacelo.”
Una scrittrice profetica, sia quando produce i reportages che la rendono famosa e le danno anche da vivere per lunghi anni, sia quando tramuta le visioni mutuate dal realismo magico bontempelliano in storie di creature ai margini della società, mute testimoni della cattiveria umana. Sono storie di cardilli, di iguane, di immagini specchiate dell’autrice che ne Il porto di Toledo cambia tanti nomi quanti ne cambia Napoli, tradotta in un’infinita eco di una Spagna persa ma presente. Va riscoperta l’Ortese, e non perché non venga più stampata, anzi l’Adelphi cura da anni una ristampa in volume delle opere, mirabilmente introdotte da Monica Farnetti, e una completissima biografia l’ha scritta Luca Clerici per la Mondadori (Apparizione e visione), ma va riletta perché con lo sguardo lungo dei visionari, e degli infelici, ha narrato l’Italia e il suo tempo  con precisione chirurgica.
Sono indimenticabili le pagine dedicate a Palermo, alla Russia, a Napoli. Sono mutevoli e ricercati i racconti. Procedono per violente illuminazioni filosofiche i romanzi.  “La paura di scrivere, dire le cose che vedo soltanto – o posso vedere in me – mi domina. E’ come non sapessi pensare nulla, guardo soltanto”, scrive il 25 febbraio 1976 nel suo inedito Journal. E altrove, in un’intervista, dichiara: “Scrivere non aiuta”. Mi sorprende aver incontrato alcuni anni fa in Pier Vittorio Tondelli una dichiarazione simile: “Scrivere non salva”, diceva.
La biografia dell’Ortese racconta di una vita di stenti, faticosissima, articolata in infinite beghe legali ed editoriali, una vita ai margini della società letteraria, che non l’accetta e spesso non l’apprezza, nonostante i premi nella seconda parte della sua vita arrivino.
Ho curato due eventi ortesiani per saldare il debito con l’autrice che mi ha spinto a scrivere – insieme ad Anna Banti, Stevenson, Dumas, Bulgakov, Maupassant e alcuni altri: il primo s’intitolava A.M.O., tre giorni (dal 5 al 7 maggio 2006) di letture, proiezioni, stanze dedicate  esposizioni ortesiane, un grande lavoro di cucitura di testi e persone, per il quale ricevetti una bellissima relazione da Monica Farnetti, che, fra le altre cose diceva:
“(…) Se si convocano tuttavia accanto a quello della Ortese i casi, infinitamente numerosi, di donne – pensatrici, scrittrici, artiste – che hanno scelto di vivere altrove dalla propria patria e città, e che il proprio non ritorno al luogo dell’origine hanno teorizzato con grande ricchezza e intensità di modi (penso, per non fare che qualche nome famoso, a Marguerite Duras, Hélène Cixous, Agotha Kristof, o alle nostrane Fabrizia Ramondino, Fleur Jaeggy, Dolores Prato, o ancora alla crescente e incontenibile legione delle scrittrici cosiddette “migranti” che si muovono dalle e nelle lingue, letterature e culture che incrociano la nostra), se si colloca dunque il caso della Ortese accanto a quello di tante sue simili ecco che la sua scelta di rimanere lontana da Napoli, di non farvi ritorno per tutta la vita, inizia a farsi perspicua e ad acquistare senso. (…)Questo osservo, in definitiva: che nella Ortese si spezza il nesso – classico, omerico, come si è detto, posto a fondamento della cultura d’Occidente – fra viaggio e ritorno, luogo d’origine e nostalgia, e che del suo modo di stare nella lontananza non vi è traccia né previsione nei grandi paradigmi della nostra letteratura.”
Il viaggio da cui non si torna, la lontananza insanata e insanabile echeggiava poi, tre anni dopo, nel secondo evento che curai, nell’ambito di Strane Coppie, manifestazione realizzata con gli Istituti di Cultura francese, spagnolo e tedesco di Napoli, e dove Ortese era paragonata a Ingeborg Bachmann da Franz Haas, che per l’occasione, fra le molte cose, diceva anche:
“Ho conosciuto Anna Maria Ortese la primavera del 1990, tramite Fabrizia Ramondino, proprio mentre stava lavorando a questo romanzo per il quale le servivano delle fotografie di quella zona di Napoli dove in parte è ambientato, il Pallonetto di Santa Lucia. Mi assumevo il compito di farle e poi di commentarle durante una mia visita a Rapallo. Nelle nostre conversazioni e nelle lettere che seguiranno Anna Maria Ortese si sofferma volentieri su Napoli, e mi parla con grande fremito del “Cardillo”, la sua creatura napoletana. Quando il romanzo esce, a maggio del 1993, all’autrice rimane l’antica angoscia causata dai suoi naufragi napoletani, e mi scrive: “Il libro è pronto (gliene ho mandato una copia) e dovrebbe essere in vetrina fra pochi giorni. Ma mi aspetto la stessa accoglienza che ebbe ‘Toledo’. Sparirà subito. Vedrà”. (12 maggio 1993) Questa è pura scaramanzia, perché già si stanno muovendo i tamburi della stampa, è in arrivo una valanga di recensioni favorevoli. Nell’estate del 1993 faccio un’altra visita ad Anna Maria Ortese, a Rapallo. Orgogliosa, mi regala una copia della traduzione spagnola del “Porto di Toledo”, appena uscita. A dicembre del 1993 mi esprime la sua soddisfazione per il successo economico del “Cardillo”, ma pensa già al futuro, alla rinascita di “Toledo”, il suo libro ingiustamente affondato, la sua creatura più napoletana.”
Da Napoli e senza Napoli, da vicino e da lontano, a questa signora-uccello della nostra letteratura ho continuato a pensare e qui sarebbe lungo dirne: le devo anche dei titoli, sua era la frase che intitolò Isole senza mare, uscito nel 2009, e sua sarebbe stata anche la frase di un titolo poi scartato per Lisario o il piacere infinito delle donne (2014), ovvero Urgenti notizie della notte.
Benché romanziera in senso stretto non fu mai, la sua anima narrante non mi lascia, ha fatto da guida, nelle molte differenze, verso ciò che sono stata e sarò. Grazie, signora Ortese.

(Riproduzione riservata)

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