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FRANZ HAAS su ANNA MARIA ORTESE

giugno 13, 2014

ortese-bachmann.JPGIn occasione del forum su Letteratitudine dedicato al centenario della nascita di Anna Maria Ortese, ripubblichiamo questo contributo di Franz Haas dedicato alle connessione tra Anna Maria Ortese e Ingeborg Bachmann

Anna Maria Ortese e Ingeborg Bachmann – “Il cardillo addolorato” e “Il caso Franza”

di Franz Haas

Per vari motivi ho suggerito di abbinare il romanzo incompiuto “Il caso Franza” di Ingeborg Bachmann al capolavoro “Il cardillo addolorato” di Anna Maria Ortese: perché in ambedue le opere una voce femminile esprime il dolore del mondo; perché in entrambi i romanzi una giovane donna ha un legame viscerale con un fratello più piccolo; e perché la Ortese stimava la Bachmann in modo quasi smisurato, particolarmente “Il caso Franza”, come mi scriveva in varie lettere che in seguito citerò.
Nel 1993 tornano i miracoli a Milano: dopo il clamoroso insuccesso del romanzo “Il porto di Toledo” nel 1975, il nuovo romanzo di Anna Maria Ortese è più fortunato, e per più ragioni. Primo, perché “Il cardillo addolorato” è la summa di tutta l’opera dell’autrice; ibrido stupefacente, spiritoso e malinconico ad un tempo; libro dell’età matura ma pieno di virtuosismi giocosi. Secondo, perché esce presso la nobile casa Adelphi, il che conta molto in una società devota alle etichette. Terzo, perché i buttafuori della critica non vigilano più con tanta severità sulle mode postmoderne.
Anche questo romanzo, come “Il porto di Toledo” si svolge in una Napoli fantomatica, città che l’autrice non vede da molti anni, davanti alla “fiaccola del Vesuvio” e ad altri accessori vecchi duecento anni. Sull’Europa brillano ancora le stelle dell’illuminismo ma già i primi fantasmi romantici cominciano ad oscurare il cielo. Tre viaggiatori belgi vivono la città nella sua leggerezza scintillante, ma presto la scena si offusca. I tre conoscono un ricco guantaio e sua figlia Elmina; uno dopo l’altro si innamorano di lei e intuiscono che su questa famiglia grava un tremendo segreto. Passeranno gli anni e gli stranieri non capiranno niente – soltanto che la ragazza soffre di qualche amore ridicolo, per un folletto, o per un idiota.
L’autrice si prende gioco della logica narrativa, accumula personaggi strambi che raccontano sempre nuove e strane varianti della disgrazia. Il lettore coscienzioso fatica ad orientarsi fra tanti nomi e fatti, gradi di parentela e chiacchiere da serve; egli insegue orme di fantasmi e date storiche per mezza Europa, ma alla fine nulla quadra, e non si sa se lo gnomo tanto amato ha tre anni, o trecento. Il “narratore” si scusa ogni tanto della grande confusione. Ma in fondo la vicenda è molto semplice: la figlia del guantaio aveva promesso al padre morente di prendersi cura del fratellastro deforme; per questo rifiuta ogni altro legame amoroso.
La giovane Elmina si accanisce nel suo amore sordo per il fratellino e per la solitudine, tanto da non essere più in grado di amare se stessa o alcuno. Uno degli ospiti di suo padre, il principe Ingmar di Liegi, la adora invano per tutta la vita. Lei sposa un altro, senza amarlo, il primo pretendente che capita, un artista dissennato amico del principe, sperando così di poter adottare il piccolo deforme. Quando muore questo marito ad Elmina rimane soltanto una bimba ritardata e il disgraziato fratello, che forse non è neppure un umano, ma un folletto, che a volte sembra una gallina o anche un capretto.
Il principe cerca di dimenticare, si sposa e sua moglie muore. Anni dopo torna a Napoli ed è tutto come sempre. Nell’animo di Elmina sono sopravvissute la freddezza e la pazienza, nella sua voce c’è sempre un’ironia gentile. Morendo il principe spera ancora in una qualche illuminazione. Ma non ci sono più segreti. Il disamore è davvero così sinistramente banale.
In questo romanzo Anna Maria Ortese ha narrato anche una storia autentica che conosceva dai racconti della sua adolescenza; il resto è favola e quella fantasia che viene dalla solitudine e dalla memoria. Il dolore è un’eredità del ricordo e lo si sopporta meglio nell’ironia, nel divertimento, sciogliendolo nell’assurdo. Spesso si fa largo anche la malinconia, ma l’autrice ogni tanto la scaccia con bizzarra comicità: l’adozione della piccola creatura (un trovatello di Colonia, come affermano antichi documenti) sarebbe necessaria per prolungare “il permesso di soggiorno nel Regno di Napoli”. (Qualche stupido crede persino che lo gnometto sia una spia della polizia.) Ma il mondo non è fatto di sola carta timbrata.
La realtà brutta, povera, deforme è onnipresente; le ferite e la disperazione sopravvivono agli umani, e restano. Tanti folletti storpiati se ne stanno accovacciati sui marciapiedi di Napoli, a “Liegi ed altre capitali”, leccando un po’ di latte versato.
Con il suo amore per il fratello, questo figlio sciagurato della natura, Elmina pratica una religione senza Dio né preghiere. “Ama un fantasma e questa disgrazia merita il più grande rispetto.”
Sente per tutta la vita il canto di un cardillo, che la esorta a considerare il dolore un privilegio, e la invoca di non abbandonare mai quella creatura debole; e lei prende sul serio questa vocazione, come altri si dedicano agli affari di borsa o alla poesia. L’autrice ha piena comprensione per tale ossessione. Con una fitta rete di metafore elabora una poetica in difesa del superfluo, del debole e del ridicolo; di ciò che proviene dai gironi più bassi dell’umanità, contro la logica dei vittoriosi, contro l’arroganza profumata delle parrucche nei salotti aristocratici. Oppone loro, con convinzione, il suo racconto e le sue poetiche immagini dell’inanità.
Elmina sopporta la sua sorte con la calma dei forsennati.
Il suo vecchio padre guantaio soffre molto più di lei, per lo strano trovatello e per una moglie che non lo ha amato mai. In una scatola bucata custodisce le “lettere d’amore” di lei (oppure il trovatello?); qualche volta, attraverso i buchi filtra un lamento debole. Il guantaio trascina la scatola attraverso tutta la sua vita; ma in verità il pacco contiene una sola lettera di poche righe – una gelida richiesta di soldi.
In tutta l’opera di Anna Maria Ortese esistono simili creature del dolore, né folli né ottuse abbastanza da poter sopportare in silenzio. A loro l’autrice dà voce: un miscuglio fra il realismo oscuro e “la magia nera delle parole” (Ingeborg Bachmann).
La strategia linguistica del romanzo è semplice e raffinata come l’esibizione di un vecchio clown esperto: dal rococò leggiadro delle descrizioni di certe cianfrusaglie color rosa fino al turbato silenzio esistenzialista di fronte alle cose di cui un poveretto non può parlare. E regolarmente l’ironia simulata si interrompe per fare largo ad un terrore verace. La grande arte di Anna Maria Ortese consiste in questo funambolismo dialettico-stilistico fra ragionevolezza disincantata e irrazionalismo spaventato e spaventoso.
L’autrice mantiene un continuo dialogo con il lettore, catturandolo con spiritosa ambiguità: “É penoso compito del narratore di storie sotterranee (…) preparare il suo ipotetico Lettore a una tranquilla delusione e insieme cauta speranza.”
Si confida con lui per chiedergli, insicura e lusinghiera, se veramente lo interessa questa storia “di bambine dispettose e uccelli infelici”. In ogni capitolo è presente “il narratore” che sospira ammiccando: “Dov’è adesso, per favore, il Lettore silenzioso (…capace di) raccogliere il silenzio glaciale dell’Universo, le liti dei fanciulli del mondo sotterraneo, gli sputi, le lacrime (…)?”
L’eroe maschile dominante di questo romanzo è il principe Ingmar di Liegi; è quasi invulnerabile nella sua innocuità. Avverte il dolore della delusione ma continua la sua vita da diplomatico, illuminato e ingenuo. “La magia non lo turbava, ma le cose del cuore sì.” Non sa cosa lo leghi veramente a Elmina, non conosce i rumori notturni nell’anima di una camiciaia. In fondo la considera sempre “una ruvida capra”, brutta nel suo dolore mediocre, la “capra del Golfo”. Quando egli si corica la sera, per riposare o per morire, il maggiordomo annuncia “un certo Cardillo, da Napoli”. Il principe è contento del canto e tutto intorno a lui diventa calmo, freddo, infinito.

Ho conosciuto Anna Maria Ortese la primavera del 1990, tramite Fabrizia Ramondino, proprio mentre stava lavorando a questo romanzo per il quale le servivano delle fotografie di quella zona di Napoli dove in parte è ambientato, il Pallonetto di Santa Lucia. Mi assumevo il compito di farle e poi di commentarle durante una mia visita a Rapallo. Nelle nostre conversazioni e nelle lettere che seguiranno Anna Maria Ortese si sofferma volentieri su Napoli, e mi parla con grande fremito del “Cardillo”, la sua creatura napoletana. Quando il romanzo esce, a maggio del 1993, all’autrice rimane l’antica angoscia causata dai suoi naufragi napoletani, e mi scrive: “Il libro è pronto (gliene ho mandato una copia) e dovrebbe essere in vetrina fra pochi giorni. Ma mi aspetto la stessa accoglienza che ebbe ‘Toledo’. Sparirà subito. Vedrà”. (12 maggio 1993)
Questa è pura scaramanzia, perché già si stanno muovendo i tamburi della stampa, è in arrivo una valanga di recensioni favorevoli.
Nell’estate del 1993 faccio un’altra visita ad Anna Maria Ortese, a Rapallo. Orgogliosa, mi regala una copia della traduzione spagnola del “Porto di Toledo”, appena uscita. A dicembre del 1993 mi esprime la sua soddisfazione per il successo economico del “Cardillo”, ma pensa già al futuro, alla rinascita di “Toledo”, il suo libro ingiustamente affondato, la sua creatura più napoletana.
Di Napoli, di “Toledo” e del “Cardillo” la Ortese parla sempre con timoroso entusiasmo, ma volentieri affronta anche altri argomenti. Vuole conoscere le mie letture preferite. Le parlo di Carlo Emilio Gadda, di cui lei ha solo un vago ricordo, e poco dopo mi scrive: “Ho cercato subito “La cognizione del dolore”, e ho cominciato a leggerlo stanotte, sbalordita da tanta grandezza, e mortificata di non averne saputo del tutto – o quasi – nulla, finché Lei non me ne ha parlato.” (23 maggio 1990)
Una reazione simile, persino di maggiore entusiasmo, suscita un mio suggerimento su Ingeborg Bachmann – la Ortese non conosce affatto l’autrice austriaca. Le spiego che la Bachmann ha passato molti anni in Italia, che era approdata ad Ischia e a Napoli proprio quando lei, la Ortese, aveva lasciato per sempre la sua città, che a Roma, per molti anni, avrebbero potuto incontrarsi. In varie lettere la Ortese affronta gli scritti della collega austriaca, è palesemente emozionata: “Ho letto, con grande commozione, “Canti durante la fuga”, di Ingeborg Bachmann. Vorrei leggerne altre poesie. Dove? Chi le ha pubblicate? La neve del cuore rivela una Napoli ignota. Poesia, sì, da brivido: ma assolutamente alto.” (3 luglio 1990)
Nella mia lettera di risposta do le indicazioni bibliografiche, e qualche giorno dopo, ecco la sua ammirazione senza riserva:
“Della Bachmann ho letto, inviati dalla Adelphi, tutti e quattro (credo che siano quattro) i volumi di narrativa. Tutti i racconti sono di altissima qualità, le cose più alte scritte da una donna, in Europa. Non ci sono confronti con altre scrittrici, nel mondo. Come prosa, no. Nessuna donna scrive in un modo così vertiginoso, attento, limpido: e c’è un dolore quasi soprannaturale; il dolore moderno. Non c’è un suono, poi, che non sia puro. Non ci sono tracce di terra. Quando l’ho letta, ho sentito tutti i miei limiti. Ma senza umiliazione. (Di tutti i miei libri, Lei lo sa, ne considero uno solo. Un solo libro ho scritto, e il resto è così così.)” (10 agosto 1990)

“Un solo libro ho scritto” – è questa la sintesi drastica di una lunga vita, di settanta anni di incessante scrittura, il giudizio autocritico e ingiustamente duro, dopo essersi confrontata con Ingeborg Bachmann. Anna Maria Ortese è colpita particolarmente proprio da un’opera che la stessa Bachmann aveva rifiutata e mai pubblicata, il frammento di un romanzo che uscirà postumo con il titolo “Il caso Franza”. In una lettera dell’estate 1990, mentre sta lavorando incessantemente al Cardillo addolorato, la Ortese mi scrive le seguenti parole entusiaste:
“Nel Caso Franza (Adelphi), pag. 50-51, trovo la pagina più innocente, più splendida, di tutta la narrativa del dopoguerra. Quando Franza – e suo fratello – aspettano che il cielo (il mondo) si rassereni – si liberi. E poi arrivano solo delle umili Jeep – e Franza cerca di capire a chi rivolgere il suo benvenuto – la parola di Schiller – e si fa – da sola – capo del paese liberato.
Questo episodio non sopporta confronti con nessun altro della storia umana, visto da una donna – e forse da uomini – di questo secolo.
Lei può essere orgoglioso che l’Austria abbia dato una grazia e una grandezza simili. – Non ci sono confronti.” (26 agosto 1990)

* * *

INGEBORG BACHMANN: Il caso Franza, Milano, Adelphi, 1988.
ANNA MARIA ORTESE: Il cardillo addolorato, Milano, Adelphi, 1993.

54 lettere di Anna Maria Ortese a Franz Haas, scritte negli anni 1990 – 1998, sono accessibili all’Archivio di Stato a Napoli.

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