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LA MISCELA SEGRETA DI CASA OLIVARES, di Giuseppina Torregrossa

giugno 17, 2014

LA MISCELA SEGRETA DI CASA OLIVARESLa miscela segreta di casa Olivares, di Giuseppina Torregrossa (Mondadori)

di Vito Caruso

Isabel Allende, Gabriel Garcia Marquez… no, Giuseppina Torregrossa, anche se li ricorda i due grandi sudamericani ed è contenta del paragone, meritato a pieni voti, dopo le convincenti L’assagiatrice, Adele, Il conto delle minne, Manna e miele, ferro e fuoco, Panza e prisenza, anche con l’ultima fatica, “La miscela segreta di casa Olivares” (Mondadori), romanzo di formazione, per niente uggioso, e di ricerca di identità, in una Palermo a cavallo della seconda guerra mondiale.
Una saga familiare, gli Olivares, Viola, la “minnuta” madre che è il fiato, il respiro di tutta la famiglia, quella madre cui la Torregrossa vorrebbe somigliare nella sua vita, i tre figli maschi che respirano con la pancia mentre le femmine lo fanno con il cuore, Mimosa, gracile anche nel nome, e Genziana, chiamata proprio come la qualità più pregiata del caffè prodotto dagli Olivares, protagonista in crescendo del romanzo, donna forte e determinata, che nella Palermo ridotta a macerie troverà nelle proprie radici la forza di andare avanti e di dare ascolto alle ragioni del cuore, conquistando l’amore del bellissimo Medoro (i nomi del libro rimandano all’Orlando furioso e ai fiori), coltivato sin da bambina.
Sbuffa Genziana a casa e a scuola, non vuole studiare e il suo desiderio è diventare una torrefattrice oltre a bere il caffè, ma entrambe le cose le sono vietate “perché da maschi”.
Due respiri, quello della città di Palermo, reso affannoso dai bombardamenti, e quello di Genziana, l’unica rimasta della famiglia Olivares, e due ricerche di identità con alterna fortuna, perché Palermo, la “dannata” per la Torregrossa (ginecologa che ci ha vissuto e vi ritorna spesso da Roma, sua seconda città della vita), buttando a mare tutto il passato delle storiche macerie la perderà per sempre la sua identità, mentre Genziana troverà una sua dimensione.
Un altro respiro al centro del romanzo viene descritto minutamente nelle prime pagine. E’ quello di Orlando, mutuato dall’eroe dell’Ariosto. Per alcuni tratti sembrerebbe un uomo, che si “si scalda e si gonfia, fuma e urla, combatte, impazzisce e muore”, mentre è solo una macchina prodigiosa, che tosta i chicchi di caffè nella “putìa” del capofamiglia Roberto, e inebria di profumo della magica bevanda tutto il quartiere dei Quattro Mandamenti.

Sospira Viola “la capa”, quando la cercano i vicini di quartiere perché sanno che è una esperta di caffeomanzia, riesce, cioè, a leggere il destino scrutando i fondi mutevoli delle tazze di caffè e per questo la chiamano “la Principessa”. Di respiro si parla in tutto il romanzo, dalla prima all’ultima pagina, anche quando qualcuno dirà “ciatu miu”.
Un romanzo ricco di sapori e profumi, di sentimenti e di affetto, che si legge in un lungo respiro e che ha il respiro della vita, dedicato dalla Torregrossa ai propri genitori ma soprattutto a Lalla, l’unico personaggio non frutto di invenzione, una cara amica, morta purtroppo alcuni mesi fa, una femminista che viene dal Continente ed è portatrice di una ventata di novità, al centro della vita di Genziana e anche di Giuseppina.

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