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FRANCESCO ROAT racconta HITLER MON AMOUR

giugno 18, 2014

F. Roat leggeFRANCESCO ROAT ci racconta il suo romanzo HITLER MON AMOUR (Avagliano). Qui, i primi due capitoli del libro

di Francesco Roat

Come nasce un romanzo? Dipende da chi scrive, ovviamente. A me l’idea, l’avvio germinale di una narrazione nasce all’improvviso, soprattutto durante una nottata insonne. E di solito, accanto a questa prima cellula di vicenda ancora indeterminata, tutta da far crescere, spesso mi si presenta alla mente la prima frase del testo. Ѐ successo anche con quest’ultimo mio libro, “Hitler mon amour”, che parla della relazione fra Adolf Hitler ed Eva Braun. Come è acclarato dai dati storici, la prima volta che i due si incrociarono avvenne per caso, in una bottega dove la giovane diciassettenne Eva lavorava. Quindi io ho voluto partire da questo incontro cruciale e mi son figurato la ragazza in cima ad una scala, mentre stava appendendo un quadretto ad un muro. Hitler la osserva ed è attirato dalle sue gambe snelle. Ed ecco l’incipit: “Ero sospesa a mezz’aria quando sei entrato in negozio e nella mia vita. La piccola Eva alle prese col gran re dei cervi da appendere su una parete troppo spogliaˮ. Tra loro è una subitanea attrazione reciproca, eppure lui e lei non potrebbero essere più diversi, più distanti. Un’impacciata adolescente, Eva. Un quarantenne politico navigato, Adolf. Borghesuccia senza troppe pretese, Eva. Candidato a divenire ben presto Führer e a conquistare mezza Europa, Adolf. La giovane donna, infine, rimarrà sino all’ultimo nell’ombra, costretta all’umile ruolo di segretaria del dittatore. Altra e non marginale differenza fra i due: a quanto risulta dalle testimonianze storiche, la Braun nazista convinta non fu mai, né ostile agli ebrei.

Insomma, questo mi ha intrigato: come sia stato possibile che personalità direi quasi antitetiche abbiano potuto condividere un rapporto emozionale intenso e duraturo. Per non parlare della decisione di restare insieme sino alla fine, prima del crollo bellico, nascosti nel Bunker scavato sotto la Cancelleria di una Berlino agonizzante, assediata dai russi. Una fine atroce conclusasi, come tutti sanno, col loro duplice suicidio. Forse però la cosa più inquietante sta sullo sfondo di questo amore tragico e cioè il fatto che non solo Eva, ma la maggior parte del popolo tedesco fu letteralmente sedotta dalla personalità, senz’altro magnetica e trascinatrice, di Hitler. Così il mio libro cerca anche di investigare l’atmosfera emozionale ed epocale che permise l’irresistibile ascesa dell’ex imbianchino, divenuto in breve tempo padrone assoluto della Germania.

_0003_Hitler-Mon-Amour-3DInoltre un altro contrasto − presente nell’animo tedesco di quel periodo truce − mi ha sempre turbato. Ovvero che molti nazisti (come il giovane tenente medico Klaus von Klausemberg: un personaggio chiave del mio romanzo) erano cittadini integerrimi, amanti della musica classica e delle buone letture; tuttavia mandavano alle camere a gas schiere di innocenti senza turbarsi minimamente. Ecco: questa contrapposizione lacerante fra educazione raffinata e campi di sterminio, fra l’illusione di poter la Germania divenire faro e guida dell’Occidente e la realtà delle macerie in cui l’Europa fu ridotta a seguito del secondo conflitto mondiale; torno a ripeterlo: tale deleteria schizofrenia mi ha davvero scioccato e sospinto a cercar d’esplorare i chiaroscuri ustionanti di un mondo che, per fortuna, non esiste più.

Così è nato il progetto di scrivere “Hitler mon amour”, che è poi una sorta di diario fittizio di Eva Braun. Io ho dunque immaginato che Eva, la notte insonne precedente la cerimonia nuziale col dittatore (i due infatti si sposeranno poco tempo prima di suicidarsi), si metta a scrivere un diario su cui annotare i fatti salienti della propria relazione col dittatore. Ѐ una sorta di autoanalisi elaborata da una figura femminile a dir poco eccentrica e ambigua, ma senza dubbio ancora oggi interessante e inquietante. Concludendo, a scanso di equivoci, intendo comunque fare una dovuta puntualizzazione. Il mio romanzo non ha alcun proposito nostalgico-revisionista, né vuole in alcun modo esaltare o “assolvere” Eva, ma appena favorire la comprensione della sua tragica, enigmatica figura.

(Riproduzione riservata)

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Francesco Roat ­­­– narratore, saggista e critico letterario trentino ­–, già insegnante di lettere nella Scuola Secondaria e consulente editoriale, si occupa di cultura su quotidiani, settimanali e riviste. (Suoi interventi sono apparsi su: L’Adige, L’Alto Adige, Avvenimenti, Carta, Caffè Europa, Cafè letterario di Alice, Che libri, Diario, Il Manifesto, Il Mucchio selvaggio, Il Nuovo, Il Sussidiario, Il Trentino, Inchiostro, Leggere, Liberazione, Liberal, L’Immaginazione, L’Indice, Linea d’ombra, L’Unità, Nautilus, Pickwick, Pulp, Stilos, Web Magazine, Wuz).
Ha pubblicato il libro di racconti Tra-guardo (Argo) – i romanzi: Una donna sbagliata (Avagliano), Amor ch’a nullo amato (Manni), Tre storie belle (Travenbooks), I giocattoli di Auschwitz (Lindau), Hitler mon amour (Avagliano) – i saggi: L’ape di luglio che scotta – Anna Maria Farabbi poeta (Lietocolle), Le Elegie di Rilke tra angeli e finitudine (Alpha-Beta), La pienezza del vuoto ­– Tracce mistiche negli scritti di Robert Walser (Vox Populi). A gennaio del 2015 verrà pubblicato il nuovo saggio: Desiderare invano. Il mito di Faust in Goethe e altrove (Moretti&Vitali)
Un suo romanzo (Tre storie belle), recentemente tradotto in tedesco, è stato presente all’ultima Fiera del Libro di Francoforte. L’autore sta inoltre curando per l’Ed. Lietocolle una nuova traduzione delle “Poesie della torre”, di Hoelderlin. (Francesco Roat dedica inoltre gratuitamente parte del suo tempo al volontariato in ambito sanitario-assistenziale: presso l’Ospedale S. Chiara, l’Hospice, nonché il Centro diurno Alzheimer di Trento).

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