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HITLER MON AMOUR, di Francesco Roat (un estratto del libro)

giugno 18, 2014

_0003_Hitler-Mon-Amour-3DPubblichiamo un estratto del romanzo HITLER MON AMOUR, di Francesco Roat (Avagliano, 2014)

La scheda del libro
La relazione tra il dittatore tedesco e la sua giovane amante, narrata attraverso un diario che l’autore immagina scritto febbrilmente da Eva nelle ultime ventiquattr’ore, all’interno del bunker sotto la Cancelleria del Führer, durante la conquista di Berlino da parte dell’Armata Rossa. Il potente Führer della Germania e una semplice ragazza piccolo-borghese che, a quanto risulta dalle testimonianze storiche, nazista convinta non fu mai, e neppure ostile agli ebrei: cosa unì fino alla morte due individui così profondamente diversi? La donna torna indietro con la memoria, inizia a raccontare in prima persona l’incontro a Monaco, nel 1929, con lo sconosciuto che in pochi anni sarebbe diventato il padrone della Germania e di mezza Europa. Lei è un’adolescente, lui già un uomo fatto. Iniziano a frequentarsi, malgrado la disapprovazione dei genitori della Braun. Col tempo diventa “segretaria” particolare del Führer ma mantiene sempre un ruolo appartato. Sino alla vigilia della sconfitta tedesca e al giorno in cui deciderà di condividere la sorte di Adolf. I due si sposano. Il giorno dopo il matrimonio, il 30 aprile 1945, Adolf Hitler ed Eva Braun si suicidano nel bunker della Cancelleria. Una fatale storia d’amore che non finisce di scioccare il mondo.

* * *

I primi due capitoli del romanzo HITLER MON AMOUR, di Francesco Roat (Avagliano)

1

Ero sospesa a mezz’aria quando sei entrato in negozio e nella mia vita. La piccola Eva alle prese col gran re dei cervi da appendere su una parete troppo spoglia.
Con la sinistra tenevo il quadretto contro il muro e con la destra un martello esitante. Stavo mirando giusto alla testa del chiodo, mentre ho sentito il signor Hoffmann annunciare, ruffiano: “Bentornato, Herr Wolf!”
Tu − senza rispondere a parole, ma forse con un cenno − hai fatto tre passi decisi verso il bancone (io udivo soltanto: gli occhi persi nel ritratto del maestoso anima- le). Poi c’è stato un silenzio, interminabile e tranquillo: con la sospensione di ogni impazienza, di ogni cura. La foto era appesa da un po’ e io, sempre sulla scala, ad aspettare forse solo il mio destino, già catturato dal tuo sguardo rivolto alle mie gambe.
Sei rimasto lì – quanto, mon amour? – a fissarmi, a penetrarmi sin nella natura; ma senza alcuna insolenza, senza prevaricazione.
Avevo appena diciassette anni: una ragazzina. E tu, uomo navigato, m’hai fatta donna all’istante. È stato un concedersi definitivo; anche se dopo non è successo nulla: giusto la tua mano che sorregge la mia finché scendo, mentre chiedi: “Posso aiutarla, signorina… Signorina?”
Allora ci siamo scambiati i nomi.
Tu indossavi un trench leggero, color panna, di foggia inglese. Io non ricordo che vestito avessi. Strano: ogni particolare ho presente di quel pomeriggio, ma il mio abito no. S’è aperta una falla nel mio ricordo: un buco nero mai più colmato. Il dettaglio è irrilevante, capisco bene, eppure oggi – fra tanti orrori, sotto le bombe, persa la guerra, la capitale sul punto di cadere – questa perdita mi sembra così grande. Anche se son convinta che niente finisce col perdersi del tutto; nulla svanisce mai di quel che è stato. Credo nell’eterno ritorno, come quel Nietzsche di cui tanto parlavi sempre. Noi siamo eterni, nonostante la morte. Per questo non bisogna averne paura; ma nemmeno invocarla – mon amour – come ti sento fare troppo spesso in questi giorni di lutto.
Invece allora, a Monaco, dentro quella bottega della Amalienstraße, come mi sei apparso pieno di un vitalismo incontenibile! E c’era determinazione nel grigio azzurro del tuo sguardo, la stessa regalità che avevo scorto negli occhi del gran cervo.
Poi il signor Hoffmann ci ha separati intromettendosi, venendo col tuo ritratto sotto vetro e in cornice d’argento. A chi volevi donarlo? Forse a Geli, che a quel tempo impazziva per te? Non l’ho mai più vista quella fotografia in cui posavi vestito di panno e cuoio, come un modesto Bauer tirolese. Nel ’29 io non sapevo di altre tue donne.
E anche quando ho saputo, non ero veramente gelosa.
Mi dirai: e allora perché infilare a tradimento nelle mie tasche biglietti amorosi nella speranza che Geli li leggesse?
È vero, l’ammetto, l’obiettivo era quello. Volevo venire allo scoperto e scoprire le sue carte. Nessuna gelosia, solo informarla della mia presenza; farle capire che non aveva chance, che tu eri destinato a me. Bastava solo comprendesse questa semplice, definitiva realtà. E invece − la nipotina − che ostinazione nel volerti solo per sé, povera illusa! Quando persino io, in tutti questi anni, ho dovuto dividerti con milioni di donne e di uomini che – fino a ieri – ti idolatravano.
Sì, Geli non sapeva della tua decisione di sposare la Patria. Solo con Lei hai voluto legarti indissolubilmente, nella buona e nella cattiva sorte. Io stessa a lungo sono stata incapace di rendermene conto. Ma che ne poteva sapere una ragazza come me di politica o di Terzo Reich Millenario?
Fino alla sua dissoluzione, sei stato una cosa sola con la Germania. Un matrimonio fedele, durato oltre vent’anni. E appena adesso che Lei non c’è più, acconsenti a sposarmi. Ma va bene così. Lo ripeto, non sono mai stata davvero gelosa. Avrebbe voluto dire perderti. Invece, dopo tante separazioni e lontananze ci siamo finalmente, definitivamente ritrovati. E domani sarà il gran giorno.
Ne sono grata a Dio. In tutta la mia vita non potevo augurami di meglio.

 

2

_0003_Hitler-Mon-Amour-3DQuindi c’è stato il contatto fra la tua bocca e la mia pelle.
Una cosa da niente, castissima, per carità. Un innocuo baciamano, forse appena insistito nel premere a lungo le labbra prima di sollevare il volto dalla destra di una diciassettenne impacciata, che all’improvviso non sapeva più cosa farsene della sua mano e l’ha lasciata lì, un’altra volta a mezz’aria, come un manichino senza volontà propria, per sventolarla maldestramente poco dopo in una specie di commiato, come quando i bambini salutano dal finestrino di un treno in partenza.
Un baciamano, però, che mi ha penetrata con la potenza di una spada, lasciandomi rossa in viso, arresa e soprattutto convinta che l’unico cavaliere della mia vita saresti stato solo tu.
E il resto del giorno, il resto dei giorni prima di incontrarti di nuovo (dieci? Quindici? Almeno una dozzina, mi pare…) cosa ho poi fatto?
Nulla d’importante. Quasi due settimane perse a sognare una merenda sul prato. Sì, mi vergogno a confessarlo, ma il desiderio puerile che mi consumava era questo: andarmene lontano, in campagna, con te. Via dalla città, dagli impegni, da tutti. Io avrei portato panini, mele, la birra e una tovaglia a scacchi rossa e blé. Ci saremmo seduti nell’erba, all’ombra di una grande quercia. E lì avremmo mangiato assieme tranquilli, senza bisogno di parole. Senza bisogno d’altro. Già, credevo non avrei avuto necessità di nient’altro che l’avverarsi di questo so- gno mansueto per sentirmi appagata.
A casa mia, intanto, a pranzo e a cena mi saziavo con poco: della lattuga, un uovo, o due noci, tre cucchiai di minestra. L’unica fame era della tua presenza. Che sare- sti tornato era sicuro − nessun dubbio −, ma temevo la politica. Il signor Hoffmann, quando eri uscito dal nego- zio, m’aveva subito informata della tua notorietà di: “importante uomo politico.” E aveva aggiunto, sospirando: “Molto importante!”
Chi avrebbe potuto immaginare che solo qualche anno dopo saresti stato nominato Reichskanzler? Io ero appena uscita da un collegio cattolico. Non insegna nien- te del mondo, la scuola delle suore. Si impara a ubbidire, a tener gli occhi bassi e le gonne lunghe − non lo sono mai troppo. A odiare il corpo s’impara. E la propria avve- nenza, che può istigare il maschio alla lussuria, all’unico peccato mortale che alla Chiesa interessa.
“Lo scrigno, il tesoro più prezioso di ogni fanciulla è la sua illibatezza”, ci ripeteva fino alla nausea la Madre Superiora. “Quella la dote davvero regale da donare allo sposo.” Senza verginità, infatti, niente matrimonio; solo un futuro da zitelle o prostitute. A nostra scelta. Che ge- nerose, le suore! Potevamo scegliere tra il far la puttana e una vita all’insegna di solitudine, indifferenza e grigiore. Anzi, no, quando una ragazza non fosse stata più integra, illibata, una volta persa l’innocenza, il destino era soltan- to uno: intessuto di ludibrio, di vergogna e tristezza. A meno che non si scegliesse il convento.

Il giorno che Suor Lucia con il dorso di una mano ruvida − così secca e pungente – m’ha cancellato dalle labbra un velo di rossetto “da bordello”, colpevole appe- na di voler ravvivare un volto sempre troppo pallido, ho lasciato il collegio, lo studio, i libri, tutto quanto. E senza incertezza o rimorsi.
I libri, veramente, ho continuato a leggerli. Non quelli di scuola: romanzi soprattutto; o storie di esplorazioni, di viaggi. M’è sempre piaciuto viaggiare. L’ho fatto solo grazie a te, anche senza di te. Ecco: fin dal primo incontro il nostro rapporto s’è giocato tra assenza e presenza. Ma più vinceva la prima, più si rafforzava la seconda. Oh, lo immagino! Se tu leggessi queste righe diresti: sento odore di melodramma, di romanticismo.
Non t’è mai piaciuto mostrare i sentimenti. Né che la gente sapesse che li provavi. Ed io, fino quasi a ieri sono stata per gli altri, per gli uomini e le donne che ti stava- no attorno – politici, ufficiali, membri delle ss, gerarchi, diplomatici; col loro bravo stuolo di mogli ingioiellate – solo la tua segretaria. La tua giovane, devota, silenziosa, sempre sorridente piccola segretaria. Che sapeva di ben pochi segreti, però, e all’occorrenza bisognava allonta- narla: che se ne andasse in un altro locale, sulla terrazza, coi cani, dove le pareva tranne lì con te e i capi del parti- to, i generali, gli addetti stampa e chi più ne ha ne metta.
Ma il passato non conta. Il presente, la giornata odierna sta per finire − sto consumandola io col mio diario – e domani saremo sposati: una vera coppia, riconosciuta da tutti. Questo importa! A me, almeno. Perché, lo so bene, tu non ci tieni affatto alle nozze. O meglio: hai accettato il matrimonio solo per farmi contenta. E sia, è un dono incomparabile il tuo, un gran riconoscimento. Non pos- so, non riesco a dirti che: grazie, sono soddisfatta. Sem- bra assurdo, lo so, in tempi bui come questi star così bene come adesso sto io. Pazzesco sentirsi in pace quando si è in guerra; mentre fuori si continua a uccidere e a essere uccisi, mentre Berlino è sul punto di venire stuprata dai bolscevichi che hanno già messo a ferro e fuoco mezza Germania e l’altra metà è in mano a inglesi o americani. Incredibile pensare a sposarsi, quando si è sotto attacco e sepolti in un Bunker pieno zeppo di assediati che a ore, a giorni potrebbe trasformarsi − come si sta mutando l’intera capitale – in un grande cimitero.
Eppure la verità scandalosa è che io sono indubbiamente, caparbiamente, semplicemente felice!

(Riproduzione riservata)

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