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IL GIORNO DELLA CIVETTA, di Leonardo Sciascia

luglio 4, 2014

IL GIORNO DELLA CIVETTA, di Leonardo Sciascia

di Simona Lo Iacono

Leonardo Sciascia guarda la neve cadere. Il cielo pare di ovatta, incombe e sfalda i suoi fiocchi, mentre un’aria gelida gli ferisce le narici.
E’ a Parigi. Il bavero del cappotto a stento basta a proteggergli il viso, a tagliare una barriera tra lui e questa giornata invernale, così diversa da quelle siciliane. Rabbrividisce.
E di nuovo, il pensiero dell’isola lo assale, una ventata più rovinosa di altre, anzi, va a trafiggerlo proprio lì, tra stomaco e cuore, dove la Sicilia si è scavata una tana, vivedogli in corpo dispettosamente.
Riuscisse a capirli, questi suoi siciliani vestiti di virtù, che rotolano rosari tra le dita, che quando tacciono parlano e quando parlano stanno in silenzio. Che sfilano nelle processioni del santo patrono intabarrati in sete e pizzi, sfoggiando litanie sarracine e facendo dondolare la statua con devozione e sussiego.
Sospira.
A Parigi si reca spesso, da qualche tempo, anche se poi non fa che viverla nel triangolo che sta tra le rue de Bourgogne, il Louvre e il Lussemburgo, senza mai sconfinare oltre, e senza mai lasciarsi prendere dai rituali dei turisti.
D’altra parte i suoi viaggi in Francia non sono fatti che per affinità di spirito con gli illuministi e procedono in base a segrete combinazioni di libri e luoghi, di parole e citazioni, presentimenti e voglie letterarie.
E’ così che prende le distanze dalla sua isola, che sigla tregue dolorose con quel lembo di terra che da Agrigento irripidisce fino al mare e lì trasuda di una misteriosa arroganza, come se la bellezza feroce dei paesaggi, la malìa ingovernabile dei templi, del sole, del cielo, fosse anche un peccato da scontare.
Poi, però, se ne pente, si rammarica come se avesse tradito una donna amatissima, e – di nuovo – quella contraddizione per la Sicilia lo lacera: passione e rifiuto, affatamento e disincanto, tutto insieme.
E inizia a sfrigolare tra le dita la sigaretta sempre accesa, la palpeggia e se ne sente quasi rassicurato. Sa che non gli fa bene, ma non la lascia mai neanche quando batte nervosamente sui tasti dell’Olivetti, e la cenere va a sfrangiarsi tra una parola e l’altra, quasi ansimando per le sferzate tabaccose della nicotina.

E’ stato in una mattina come questa che ha iniziato a scrivere “Il giorno della civetta“.
Pioveva, e forse perché tutto parlava di buio invece che di luce (luce mannaia, luce da forca, quella siciliana) , forse per questo, aveva finalmente trovato le parole giuste per quel suo personaggio coraggioso e testardo, che pur venendo dal “continente”, aveva amato la sua isola e si era scontrato con le tentacolose invadenze della mafia.
Capitano Bellodi, lo aveva chiamato, ma in fondo, ora che si china a rileggere il finale, non vede che l’ombra di se stesso, e dell’antico malessere che lo attrae e lo respinge dalla sua terra: “Il capitano Bellodi si sentiva come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato. «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto». Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. “In Sicilia le nevicate sono rare” pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. «Mi ci romperò la testa» disse a voce alta”.

[articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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