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CASA DI CARNE di Francesca Bonafini

luglio 26, 2014

CASA DI CARNE di Francesca Bonafini (Avagliano editore)

intervista di Simona Lo Iacono

Abitare non è invadere con il proprio corpo un luogo. Non è occupare spazio. Abitare è qualcosa di più che installarsi con valigie e sacche, orpelli pesanti e vettovaglie. Forse perché abitare è la più intima e la più straziante delle lacerazioni, un attaccarsi a ciò che ci rappresenta e che ci completa: una casa.
Dunque, abitare è qualcosa che ha più a che fare con la ricerca, con la conquista, con l’approdo. La casa non è la partenza ma l’arrivo, e abitare diventa allora abitarsi, conoscersi, vivere in sé e negli altri.
Quando cambia il concetto di “trovare casa”, cambiano anche gli occhi, gli sguardi, le vicende umane.
Improvvisamente ciò che è grande perde importanza, e prendono vita le piccole cose, le piccole circostanze, i particolari, le piccolissime attenzioni.
Perché se abitare è un fatto dell’anima, anche condividere un’abitazione è più che convivere. E’ affratellarsi in un comune e pietoso atto di compartecipazione.
Bene lo dice Francesca Bonafini in “Casa di carne” (Avagliano editore), in cui la casa perde le connotazioni della costruzione e da edificio si fa simulacro, carne da offrire e donare, atto di transumanza commossa da un inizio spaesato a un arrivo consapevole.

-Mia carissima Francesca, in “Casa di carne” dici: “L’alloro, le corone, e la storia ufficiale luccicante di quelli che ce li hanno avuti in testa, non mi appassionano proprio per niente. Piuttosto mi piace fantasticare sulle storie minuscole, biografie di ignoti di cui non si ricorda nessuno. La storia, quella maiuscola, non è un posto abitabile“. Cosa vuol dire “abitare”?
Il mondo non è casa nostra. Il mondo è casa d’altri, direbbe Silvio D’Arzo, che ha intitolato così il suo racconto più noto. Siamo solo di passaggio, eppure a questo nostro percorso tanto breve e parecchio travagliato abbiamo bisogno di dare un senso. Abbiamo bisogno di trovare una consistenza, un appiglio, un ancoraggio. Gli animali non hanno questo problema: esistono con grazia e leggerezza, noi no. Noi abbiamo la meravigliosa maledizione delle parole, che sono libertà ma anche gabbia, che ci permettono di ricordare il passato e immaginare il futuro (creare, sognare, ipotizzare, plasmare, trasformare) ma allo stesso tempo ci condannano al tedio – per usare una parola cara a Leopardi – all’angoscia del farsi domande sul perché del nostro esserci.
Il verbo abitare ha la sua radice in habeo, il verbo avere. Ma cosa possiamo sperare di avere noi? Cosa possiamo stringere? Davvero nulla. Tutto è fumo e mangiare vento sta scritto nel Qohélet, e fumo è una parola fin troppo corposa: la parola ebraica hevel è ancor meno di fumo, è una sorta di vapore, è qualcosa di perfino più inconsistente del fumo.
Allora io credo che l’unica risposta possibile a questa angosciante consapevolezza non sia argomentativa, ma stia nell’abbraccio. La parola – che pure è la nostra speciale forma di stare al mondo, quella che più ci caratterizza, quella che ci fa umani – a un certo punto, al limite di una certa soglia, davvero non basta più. Il che è come dire, prendendo a prestito un’immagine evangelica, che il verbo si fa carne. Non possiamo stringere nulla, ma possiamo stringerci l’uno all’altro. Aggrapparci alla carne dell’altro per essere accolti e per offrire accoglienza: colmare per un attimo la distanza, trovare consolazione alla nostra solitudine ontologica, inalienabile.
E se l’abitare è più propriamente l’aver consuetudine in un luogo, il nostro abitare nell’abbraccio con l’altro è forse il più fragile in assoluto, ma anche ciò che ci disseta maggiormente, io credo.
Quindi la domanda da porre a fondamento del nostro habitus – il nostro abito, la nostra consuetudine, la nostra quotidianità – potrebbe essere: in che modo voglio abitare il mio passaggio effimero e fragile su questa terra? Quali sono le cose che non debbo perdere di vista? Sono sicuro che i paradigmi che la società mi propone (per esempio: potere, denaro, successo) calmino la sete, o non siano al contrario una trappola infernale? Non è forse una trappola infernale la nostra tendenza a stabilire gerarchie? Non è forse follia credersi potenti? Non è forse tracotanza presumersi migliori degli altri, fosse anche solo per una qualche abilità particolare che abbiamo avuto gratuitamente, e quindi per la quale non abbiamo nessun merito? (Se non il merito di metterla a frutto, questa abilità, di fare in modo che sia generativa, che fiorisca…).
Angela, la protagonista del romanzo, dice che forse ci si incontra davvero solo in posizione orizzontale. Lei pensa all’abbraccio amoroso – che è, o almeno dovrebbe essere, luogo di svelamento, di spoliazione dalle corazze – ma l’orizzontalità è innanzi tutto il mettersi sullo stesso piano, che è la condizione preliminare, insieme alla fiducia, per poter essere veramente accoglienti.
Il mondo non è casa nostra, ma possiamo renderlo abitabile cercando di non perdere di vista quello che Angela chiama il dettaglio irrilevante per le statistiche, e questo dettaglio è l’unicità e l’irripetibilità di ogni vita. Le astrazioni sono pericolose, ridurre tutto a una questione di numeri è pericoloso. Recentemente leggevo su un quotidiano che dall’inizio del 2014 a oggi (fine luglio 2014) sono morti in mare circa cinquecento migranti. Cinquecento in soli sette mesi, per non parlare poi delle cifre terrificanti che saltano fuori se si fa riferimento a un tempo più esteso, si parla di ventitremila morti in quattordici anni: il numero fa impressione, ma ciò che ci dovrebbe atterrire di più non è il numero, bensì il fatto che ciascuna di queste morti è di per se stessa un’enormità, ciascuna di queste morti è l’irrimediabile e l’irredimibile. Ciascuna di queste morti è una tragedia molto più grande del numero cinquecento, o ventitremila.
L’amore è sempre amore per il nome, è sempre amore incarnato, altrimenti non è amore, ma solo una chiacchiera vana. La storia con la esse maiuscola è un posto inabitabile perché non ha a cuore il destino dei singoli. Ma il destino dei singoli è tutto. Il senso di impotenza di fronte alla storia annichilisce: cosa possiamo fare noi al cospetto di un ingranaggio mastodontico? Possiamo avere a cuore le storie piccole, le storie dei singoli, le storie al plurale. Possiamo partire dalla nostra quotidianità. Il prossimo, etimologicamente, è colui che è vicino. Non possiamo rimettere a posto il mondo ma, come dice Enzensberger, soltanto un angolo, un tetto, una ferita.

-Anche la lingua, la parola, rivoluziona il concetto di “casa”. E aspira a essere più che segno, si incarna anzi, crea e rivela. Cerca un “senso”. Infatti ancora, e meravigliosamente, tu dici: ” Prendo in mano la parola senso, la guardo dentro, la tocco alla radice e in quel fondo vedo che ci sta il verbo sentire”. Edifichiamo una casa solo quando “sentiamo”?
Credo che, al fine di costruire un senso veramente abitabile, non sia possibile prescindere dalla nostra sostanza materiale, dal nostro essere carne. Forse edifichiamo davvero quando riusciamo a essere capaci di empatia, quando sentiamo la presenza dell’altro non come un oggetto di cui servirci, ma come un soggetto da amare e da rispettare nella sua individualità e libertà.
E questo edificare che contempla la presenza e il rispetto dell’alterità ha la sua radice nell’amore per se stessi, che è una cosa nient’affatto scontata, anzi. Si può dire che il disamore di sé sia alla base di tutta una serie infinita di catastrofi, la prima delle quali si chiama invidia, sentimento all’origine di buona parte delle miserie del mondo. L’invidioso è colui il quale odia se stesso, colui il quale vorrebbe essere come l’altro e al posto dell’altro (che innalza dapprima a idolo, e trasforma poi inevitabilmente in rivale) perché non sa amare se stesso, non sa riconoscere a se stesso un valore incommensurabile a prescindere dalle proprie abilità e disabilità. René Girard ha raccontato benissimo questo meccanismo. E certamente il mondo, con tutti i suoi paradigmi e feticci e giudizi sommari, non aiuta ad amare se stessi a prescindere dalle proprie capacità e incapacità, dai propri successi e fallimenti (che magari sono tali solo agli occhi degli altri, occhi che fatalmente rischiano di condizionarci, limitando la nostra libertà, inficiando le nostre possibilità di trasformazione, di cambiamento).
Allora, per spogliarci di tutto quel ciarpame che ci nasconde ciò che in noi c’è di più autentico, è forse necessaria una simbolica partenza per il deserto, luogo di solitudine in cui possa essere il silenzio a parlare, a parlarci. Per ritornare infine nel mondo capaci di ciò che Fabrizio Frasnedi – le cui parole sono state e continuano a essere il mio nutrimento essenziale – chiama tenerezza ontologica, ovvero l’essere simpatetici, il volgersi agli altri e a noi stessi, al nostro comune annaspare, con uno sguardo di tenerezza.

-Sembra poi che l’abitare non possa essere atto solitario, che si nutra anzi dell’altro, dell’altro incontrato per vie misteriose, a partire da indizi inconsueti, da imperfezioni impalpabili che – pure – si rivelano necessarie alla nostra stessa imperfezione, forse perchè appartenersi non è che congiungersi e traboccarsi, far coincidere mancanze e ferite. Dici infatti, ancora e intensamente, cara Francesca: “C’è sempre un dettaglio piccolo piccolo che mi innamora senza scampo, una minuzia, che spesso è un tratto disarmonico, un’imprecisione. E poi lo sguardo che chiama carne, dice carne, vuole carne, perchè senza lo sguardo che chiama carne, senza di quello, non c’è bellezza che si accenda”. Perchè hai scritto “Casa di carne”?
Ho scritto “Casa di carne” perché scrivere – e, segnatamente, scrivere in forma narrativa – è il mio modo di prendere la parola. Non sono tanto brava a parlare, e nemmeno sento l’urgenza di prendere la parole continuamente: non credo infatti di avere così tante cose imprescindibili da dire da non poter stare in silenzio – e quindi in ascolto – per buona parte del mio tempo.
Ho sempre bisogno di tempi lunghi e di silenzio per farmi chiarezza su ciò che mi sta veramente a cuore dire, cercando poi una forma per dirlo che non scorra via rapidamente, e che tenti la strada dell’immersione, che non rifugga la complessità.
Frequentare le letterature da lettrice mi ha insegnato innanzitutto ad andare alla ricerca di uno spazio riflessivo, della possibilità di uno sguardo lento sul mondo. Infine, quando capisco che ho maturato (in genere lentamente e faticosamente) una mia risposta, e arriva dunque il momento di tirar fuori la mia voce, sento l’esigenza di farlo cercando una forma che sia più compiuta, sintetica ed essenziale rispetto al comunicare immediato del chiacchiericcio a cui comunque anch’io, nel mio modo sghembo e sgangherato, quotidianamente partecipo.
Quanto al brano che citi, che è tratto dalla seconda parte del libro, quella che porta Angela in viaggio in Normandia e poi verso Brest, in Bretagna, luogo in cui incontrerà Tiago, il marinaio brasiliano che sarà la sua casa di carne, ecco, vedi, per esempio la scelta di mettere in scena l’incontro in quella città risponde a varie ragioni sulle quali ora non mi dilungo, ti dico solo che Brest è anche un porto militare, cosicché i baci di Angela e Tiago di fronte alla rada di Brest sono figura della concretezza con cui ci si può contrapporre all’assurdità della violenza, al paradosso di costruire strumenti che servono per distruggere.
E infatti, gira e rigira, si torna poi sempre alla faccenda della carne, perché si possono fare tante belle e dotte disamine politiche, economiche e sociali, ma alla fin fine, se ognuno di noi fosse intimamente persuaso che mai, per nessun motivo, è lecito uccidere, perché ogni vita è unica e irripetibile, non credi che sarebbe tutto un po’ più semplice? La via del dialogo per la risoluzione dei conflitti non sarebbe forse maggiormente percorribile? Certo c’è sempre qualcuno a cui non conviene la via del dialogo. Ma se coloro i quali traggono profitto dai focolai di conflittualità diffusa fossero infine anch’essi persuasi dell’inviolabilità di ogni vita? Il cambiamento veramente rivoluzionario è sempre un processo individuale, è in rapporto con la trasformazione delle coscienze individuali.
Sta di fatto che io, guardandomi attorno e leggendo i giornali, perlopiù ammutolisco. Mi sento impotente, inadeguata. Percepisco nettamente la carenza dei miei mezzi, delle mie poche competenze, ma anche di eventuali parole buttate lì nell’immediatezza dei fatti, parole che inevitabilmente suonerebbero vacue, inutili e imprecise. E mi chiedo: in che modo posso tirar fuori la mia piccola voce? Mi rispondo: narrando. Raccontando storie minuscole. Virginia Woolf, ne “Le tre ghinee”, alla domanda su come si possa prevenire la guerra risponde: si previene non con la valutazione della situazione politica internazionale, bensì attraverso la narrazione di biografie. Raccontare storie di vita è l’antidoto migliore alla guerra, scrive Adriana Cavarero, che ricorda anche di quanto Hannah Arendt tenesse in considerazione, come vero e proprio atto politico, la pratica narrativa, che ha il merito di mettere in primo piano l’unicità dell’essere umano. Narrare: un antidoto alla guerra che scommette su un futuro sempre di là da venire, un antidoto lungimirante, volto alla trasformazione delle coscienze individuali.
Tu dici poi una cosa bellissima, Simona, quando parli dell’altro “incontrato per vie misteriose”. Gli incontri d’amore hanno infatti del miracoloso: sono manna insperata che piove dal cielo, testimoniano l’esistenza del meraviglioso che si alimenta però della concretezza della carne dell’altro, in tutta la sua imperfezione e fragilità.
Io spesso mi chiedo se il groviglio di fatti che ci è dato vivere coinciderà prima o poi a dire un senso, e certe volte mi pare di sì, mi pare che tutto, alla gran lunga, combaci in qualche modo, malgrado l’apparente insensatezza.

© Letteratitudine

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