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I DODICI BAMBINI DI PARIGI di Tim Willocks (un estratto del libro)

agosto 5, 2014

https://i1.wp.com/edizioni.multiplayer.it/wp-content/gallery/cover-libri-front/i-dodici-bambini-di-parigi-front.jpgPubblichiamo le prime pagine del romanzo I DODICI BAMBINI DI PARIGI di Tim Willocks (Multiplayer edizionitraduzione di M. Piva Dittrich)

La scheda del libro
Parigi, 23 agosto, 1572. La notte di San Bartolomeo.
Il massacro più sanguinoso della storia europea ha inizio.
E tu cosa sei pronto a fare se tua moglie – che è sul punto di dare alla luce il tuo unico figlio – sparisce nel bel mezzo dell’eccidio più atroce della Francia moderna?

Tre guerre di religione hanno trasformato Parigi in un fetido calderone di odio, intrighi e corruzione. Il matrimonio fra Margherita di Valois ed Enrico III di Navarra, che avrebbe dovuto sanare le ferite, è servito solamente a inasprire gli animi dei fanatici di ogni credo – ma questo Carla non poteva saperlo quando ha accettato l’invito alla cerimonia…
Mattias Tannhauser, suo marito, arriva in città alla vigilia di San Bartolomeo con l’unico scopo di trovarla e riportarla a casa. Con l’inizio, però, del massacro degli ugonotti e il precipitare della Capitale nell’anarchia più completa, Carla viene rapita da Grymonde, il grottesco Re di Cuccagna, signore della zona più malfamata della città, mentre Tannhauser si ritrova imprigionato al Louvre…
Senza dubbio i due sono al centro di una perversa e misteriosa cospirazione.

Ricercato dai gendarmi, dai congiurati e dai miliziani della Confraternita dei Pellegrini di San Giacomo, Tannhauser è costretto a raggiungere vette di spietatezza mai neppure immaginate prima d’allora. Senza nessuno che lo aiuti a parte un giovane stalliere e degli improvvisati compagni di viaggio, scelti fra gli emarginati e i reietti di una città magmatica e in ebollizione guada un fiume di sangue senza sapere cosa lo attenda sull’altra sponda.
Nella sua discesa agli inferi in cerca dell’adorata Carla, il suo destino verrà cambiato per sempre da… i dodici bambini di Parigi.

* * *

TIM WILLOCKS è autore di bestseller di straordinario successo come Il Fine Ultimo della Creazione, Religion e Re macchiati di sangue, tradotti in più di venti lingue, e la critica non ha esitato a paragonarlo a Stephen King, Norman Mailer e James Ellroy.
Willocks ha scritto inoltre la sceneggiatura di film come Bad City Blues con Dennis Hopper, Sin con Gary Oldman e Lo straniero che venne dal mare con Vincent Perez, Rachel Weisz e Ian McKellan; ha anche lavorato con Steven Spielberg e Michael Mann ed è stato coautore del Discorso per il Nuovo Millennio di Bill Clinton.
Willocks ha vinto il Premio Corsaro Nero del Centenario Salgariano e il suo ultimo romanzo I Dodici Bambini di Parigi, qui tradotto, è stato per settimane nella Top 20 dei libri più venduti nel Regno Unito e in Francia. Vive da alcuni anni in Irlanda, è un medico psichiatra, pratica lo Shotokan Karate ed è un avido giocatore di poker.

* * *

 

Le prime pagine del romanzo I DODICI BAMBINI DI PARIGI di Tim Willocks (Multiplayer edizioni)

CAPITOLO UNO

LE FIGLIE DELLO STAMPATORE

Cavalcò attraverso una nazione sventrata dalla guerra e ancora sanguinante, in cui soldati senza paga agli ordini di sovrani inadempienti continuavano a prestare il mestiere delle armi, dove la gentilezza era follia e la crudeltà forza e nessuno osava chiedere al proprio fratello di essergli guardiano.

Oltrepassò forche su cui stavano appollaiati corvi dalle zampe rosse, neri come i cadaveri degli impiccati. Da quei patiboli, bimbi vestiti di stracci rispondevano in silenzio al suo sguardo. Oltrepassò ruderi fatiscenti di chiese bruciate dove schegge di vetro decorato splendevano come tesori abbandonati sul pavimento del coro. Oltrepassò villaggi abitati soltanto da ossa spolpate e bianche, mentre gli occhi gialli dei lupi risplendevano dagli antri neri e cupi. Un pagliaio in fiamme illuminava una collina distante. Alla luce della luna, le ceneri dei vigneti erano pallide come lapidi.

Nello spazio di pochi giorni, aveva percorso più miglia di quanto avesse ritenuto possibile. Finalmente era giunto, era lì. Le mura tremolavano nella distanza, scosse dalla vampa d’agosto, e sopra di esse si stagliava un minaccioso festone di nebbia color ocra, quasi le mura non fossero altro che la bocca di un grande pozzo infilato nei regni più infimi della terra.

Fu quella la sua prima impressione della città più cattolica del mondo cristiano.

La sua vista non gli portò gran conforto. I presentimenti che lo avevano condotto lì non erano diminuiti. Aveva dormito sul lato della strada e si era rimesso in viaggio nel fresco prima dell’alba, e ugualmente ogni mattina il suo destino si era alzato prima di lui. Lo sentiva in agguato oltre quei muri ultraterreni. Nella città di Parigi.

Mattias Tannhauser proseguì fino alla porta di Saint-Jacques.

Le mura erano alte trenta piedi, punteggiate da torri di guardia alte altri trenta. La garitta, come le mura, era macchiata dal tempo e dal guano degli uccelli. Mentre percorreva il ponte levatoio, gli occhi gli lacrimarono a causa degli effluvi dei rifiuti putridi che riempivano il fossato. Attraverso l’aria pesante, come in un sogno, due famiglie barcollarono tra le due enormi porte di legno.

https://i1.wp.com/edizioni.multiplayer.it/wp-content/gallery/cover-libri-front/i-dodici-bambini-di-parigi-front.jpgErano vestiti di nero, perciò li prese per ugonotti – o forse calvinisti, luterani, protestanti, addirittura riformisti. Il dubbio riguardo a come chiamarli non aveva mai trovato una risposta adeguata. Il loro nuovo modo di vivere con Dio aveva appena cominciato a diffondersi, e le varie fazioni in cui erano divisi già iniziavano a combattere fra loro. Per Tannhauser, che aveva ucciso in nome di Dio, e per molti credi diversi, non era certo una sorpresa.

Gli ugonotti, donne e bambini compresi, traballavano tra sacchi e fagotti. Tannhauser si chiese quanto avessero dovuto lasciare dietro di sé. I due uomini, che sembravano fratelli, si scambiarono uno sguardo di sollievo. Un ragazzino magro allungò il collo e fissò Tannhauser. Lui riuscì a tirar fuori un sorriso. Il ragazzino nascose il volto tra le gonne della madre rivelando così una voglia color fragola sul collo, sotto la piega del mento. La madre si rese conto che Tannhauser l’aveva notata e la coprì con una mano.

Tannhauser si fece da parte con il cavallo per facilitare il passaggio ai viandanti. Il più anziano dei due fratelli, stupito da una simile cortesia, alzò lo sguardo. Quando notò la croce di Malta sulla sopravveste in lino di Tannhauser abbassò gli occhi e accelerò il passo. Mentre i suoi lo seguivano, il bambino tornò a guardarlo negli occhi. Il viso gli si illuminò, sorrise: fu la cosa più bella che Tannhauser avesse visto in quei giorni. Il ragazzino incespicò. La madre lo prese per un braccio e lo trascinò oltre il ponte verso l’ignoto.

Tannhauser li guardò passare. Gli sembrarono quasi uno stormo di anatre. Erano male equipaggiati per affrontare la strada, irta di pericoli, ma stavano comunque fuggendo da Parigi – o almeno così sembrava.

“Buona fortuna”.

Tannhauser non ricevette risposta.

Proseguì. Oltrepassò la prima delle due saracinesche ed entrò nel corpo di guardia dove un ufficiale della dogana era troppo impegnato a contar monete per dedicargli più di uno sguardo svogliato. Lì, altri emigranti venivano spogliati dei loro averi. Anch’essi erano vestiti di nero. Entrò in città e si fermò all’ombra delle mura. L’umidità era soffocante. Si asciugò la fronte. Quel viaggio dalla Garonna era durato otto giorni, gli era costato una dozzina di cavalli e aveva quasi consumato anche lui. Sentiva che non sarebbe stato in grado di percorrere un altro miglio. Ma era nella capitale per la prima volta, e si riscosse nel tentativo di assorbirne l’atmosfera.

Di fronte a lui si dipanava la Grand Rue Saint-Jacques, in discesa verso la Senna. Per la maggior parte del suo corso non era più larga di cinque iarde e brulicava in ogni sua parte di esseri umani e animali. Lo strepito delle voci, le urla, i belati, i latrati e il ronzio rabbioso delle mosche erano tali che in confronto un campo di battaglia sarebbe sembrato un’oasi di quiete. L’odore era così disgustoso che le anime infernali condannate a pulire con la lingua il pitale di Satana per l’eternità di certo non ne conoscevano uno peggiore. Tutto questo lo aveva previsto ma oltre al trambusto quotidiano percepiva una tensione maligna, come se troppa paura e furia fossero state represse da troppe persone, troppo a lungo. I parigini erano gente violenta, portata alla disobbedienza e al disordine pubblico, ma nemmeno loro sarebbero stati in grado di sostenere a lungo un’atmosfera febbrile come quella. In un’altra circostanza un simile fatto non lo avrebbe preoccupato particolarmente, ma in quell’occasione non aveva attraversato la Francia per andare a caccia di guai.

Era lì per cercare sua moglie Carla e riportarla a casa.

La testardaggine di Carla quando aveva preso la decisione di visitare Parigi gli aveva causato un’infinita preoccupazione e frustrazione, il tutto aggravato dal fatto che la sua gravidanza era ormai giunta a uno stadio molto avanzato. Sarebbe stato il loro secondo figlio e, a Dio piacendo, il primo a sopravvivere. Ma il comportamento di sua moglie non lo aveva particolarmente sorpreso. La mente di Carla, una volta presa una decisione, dimostrava una determinazione irremovibile. I possibili ostacoli di carattere pratico non facevano che suscitarne lo sdegno. Si trattava di una delle qualità che amava in lei, e allo stesso tempo era un muro contro il quale si era scontrato più di una volta. Se a questo si aggiungeva la conoscenza, frutto di fonti affidabili, che la gravidanza si accompagnava a una sorta di follia temporanea, ebbene il suo viaggio a Parigi lungo strade di certo non migliorate dai tempi della caduta di Roma, poteva addirittura sembrare un evento naturale.

Sono comunque poche le donne in grado di resistere all’invito di un matrimonio, in particolare quando si tratta di nozze tra due case reali, un’unione celebrata quindi come la più importante dell’epoca.

Due prostitute bambine gli si avvicinarono camminando a fatica attraverso la sporcizia. Avevano i volti candidi di biacca, le guance e le labbra pitturate di rosso vermiglio. Erano gemelle identiche, il che senza dubbio aumentava il prezzo delle loro prestazioni. La radiosità che ne aveva un tempo illuminato gli occhi si era spenta per sempre e non sarebbe tornata mai più. Allieve della stessa scuola di depravazione, sorrisero in maniera lasciva nel tentativo di eccitarlo.

Gli si rivoltò lo stomaco. Osservò la massa in cerca del loro sfruttatore. Un adolescente dall’aspetto volgare incrociò il suo sguardo e capì che stava rischiando di ricevere una dura lezione o peggio. Fischiò. Le due sventurate si voltarono e si affrettarono a raggiungerlo, poi, insieme a lui, sparirono nella folla per farsi stuprare altrove.

Tannhauser spinse il cavallo attraverso la calca.

La conoscenza che aveva della città e della sua geografia era piuttosto approssimativa, limitata a ciò che aveva appreso dalle lettere di Orlandu, il suo figlioccio che studiava matematica e astronomia al Collège d’Harcourt. La parte meridionale della città, sulla sponda sinistra della Senna, dove si trovava, era chiamata Università. La sponda destra, oltre il fiume, era la Ville. A parte quello, sapeva solo che Parigi era la città più popolosa al mondo: un’enorme conigliera sovraffollata, piena di strade mai riportate sulle carte e di vicoli senza nome, di palazzi, taverne, chiese e postriboli, di mercati, macelli e botteghe artigiane, di innumerevoli tuguri troppo disperati per essere solo presi in considerazione.

Per il viaggio, si era avvalso della rete di stazioni di cambio che era stata ripristinata al termine delle guerre. L’ultima delle stalle, l’Écurie D’Engel, si trovava in una strada sul lato occidentale di Rue Saint-Jacques. La identificò facilmente, ma non senza essere costretto a respingere ulteriori appelli di reietti dall’umanità. A Parigi risiedevano più mendicanti, prostitute e ladri che in tutto il resto della Francia. Gli assassini a pagamento erano tanto numerosi da vantare una propria gilda, proprio come gli orefici e i guantai. Bande criminali prosperavano in combutta con alcuni commissaires e sergents. All’altro estremo della scala gerarchica la Corona e l’aristocrazia, quando non erano impegnate a tramare l’una contro l’altra o a fomentare guerre insensate, dedicavano le energie rimaste, dopo aver soddisfatto tutti i vizi, a derubare i propri sudditi ideando tasse sempre più fantasiose. Quest’ultimo era, a parere di Tannhauser, il più efferato dei loro numerosi crimini.

Dopo la puzza della strada e della sua fogna a cielo aperto, l’odore della stalla diede alle narici e ai suoi occhi un po’ di sollievo. Udì qualcuno che veniva frustato. La vittima era troppo silenziosa per essere un cavallo. I gemiti di piacere che accompagnavano le sferzate provenivano dalla gola del fustigatore. Tannhauser smontò nel cortile e seguì il suono fino a una stalla nella quale un uomo muscoloso, a torso nudo, sembrava esercitarsi flagellando un ragazzo con la parte più tagliente dei finimenti. Tannhauser scorse stracci sporchi di sangue e un corpo sgraziato raggomitolato su se stesso che si contorceva in silenzio su un mucchio di paglia.

Non gli parve giusto.

Quando lo stalliere piegò il braccio per colpire nuovamente, Tannhauser afferrò i finimenti dalla parte del morso, passò la cinghia intorno al collo dell’uomo e tirò. Mentre il torturatore soffocava a causa del suo stesso pugno premuto contro le vie respiratorie, Tannhauser gli calpestò il tendine d’Achille e lo colpì con forza alla spina dorsale con un ginocchio. Poi gli premette contro tutto il suo peso, e il volto dello stalliere sbatté contro il selciato. Lungo una canaletta di scolo che attraversava le stalle correva un rigagnolo di urina: la cavalla era terrorizzata. Tannhauser vi spinse dentro il naso e la bocca dell’uomo e lasciò che inspirasse. Si chiese se non fosse Engel in persona. Lo stalliere si contorse e rantolò con la faccia nel piscio finché non perse le forze. Tannhauser lasciò i finimenti e si alzò.

Il giovane che era stato frustato era ora in piedi. Era grande e grosso, ma a parte quello la natura non era stata generosa con lui. Un labbro leporino gli metteva in mostra le gengive fino alla narice sinistra. Non era facile indovinarne l’età, forse aveva dieci anni o giù di lì. Le sue guance non erano bagnate di lacrime: un punto a suo favore. Aveva la mandibola deforme. Tannhauser si chiese se non fosse un ritardato.

“La cavalla ha bisogno di essere strigliata”.

Il ragazzo scosse la testa e sparì.

Tannhauser colpì lo stalliere con un calcio nel petto, poi un altro, finché questi non si tolse di mezzo. Poi rimosse il proprio equipaggiamento dalla groppa della cavalla e le sfilò la sella. Mentre il ragazzo tornava con una striglia Engel passò, trascinando una gamba e tenendosi le costole, e si diresse incespicando verso la strada. Il giovane lo guardò. Tannhauser si chiese se gli avesse davvero fatto un favore. Le percosse che lo attendevano sarebbero state forse più crudeli che in passato. Esaminò quel che aveva con sé e la prospettiva di dover trascinare tutto lungo strade affollate in un caldo atroce.

“Ragazzino, quanto bene conosci la città?”

Il giovanetto biascicò qualcosa di incomprensibile poi scoppiò in una strana, incerta risata. Curvò le spalle e fece gesti incomprensibili con le mani grandi come badili. Tutto ciò che Tannhauser percepì fu un certo entusiasmo.

“Come ti chiami?”

Tentò di interpretare la sua risposta strozzata e nasale.

“Grégoire?”

Di nuovo quella risata e un annuire furioso. Anche Tannhauser rise. “D’accordo, Grégoire. Sarai il mio servitore e, spero, la mia guida”.

Grégoire cadde in ginocchio con le mani giunte e cantilenò quella che forse era una benedizione. Sarebbe stato un Virgilio quantomeno singolare, se non altro perché Tannhauser faticava a capire quello che diceva. Lo fece alzare in piedi e lo guardò negli occhi. Brillavano di intelligenza.

“Prenditi cura del cavallo, Grégoire, poi cercheremo qualche abito decente da farti indossare”.

 

Grégoire, vestito di una camicia bianca di cambrì di proprietà di Engel, se la cavava bene sotto il peso di due enormi sacche da sella, un giaciglio di stoffa, un otre d’acqua e un paio di grandi pistole a ruota nelle loro fondine cui Tannhauser aveva tolto l’innesco per assicurarsi che il ragazzo non si sparasse su un piede. Tannhauser imbracciava il fucile. Al fianco portava lo spadone. Mentre si approssimavano alla Grand Rue Saint-Jacques, Engel riapparve.

Il naso e le labbra dell’uomo erano ridotti tanto male da sembrare un ammasso di pere marce, e aveva un occhio talmente gonfio da non poterlo aprire. Era accompagnato da due sergents à verge armati di archi corti. Tannhauser si domandò quanto Engel avesse dovuto pagare per ingaggiarli. I sergents valutarono la figura imponente e ben armata che si dirigeva verso di loro a lunghi passi, e giunsero alla conclusione che non fosse una somma sufficiente.

“Il Signore sia lodato”, disse Tannhauser. “L’avete arrestato”.

I sergents si fermarono.

“Ho colto quell’uomo nell’atto di sodomizzare il mio cavallo”.

Engel spalancò la bocca. Del sangue colò dalle nuove fessure che aveva tra i denti.

“In tutta onestà si tratta di una cavalla, ma penso che la pena non sia meno severa”.

Engel inspirò pronto a protestare e Tannhauser avanzò e lo colpì alla fronte con il calcio del fucile. Engel crollò quasi avesse avuto i piedi infissi al terreno. La caduta s’interruppe solo quando la nuca colpì un mucchio di sporcizia creandovi una sorta di cratere. Tannhauser sorrise in direzione dei sergents, che avevano fatto un passo indietro portando le mani alle else delle spade.

“Il mio servitore può prestare testimonianza al riguardo. Non è vero, Grégoire?”

Grégoire biascicò qualcosa di incomprensibile.

“Ora, c’è qualcos’altro che posso fare per voi?”

“Portare quell’arma da fuoco è contro la legge”.

“Le vostre leggi non si applicano ai Cavalieri di San Giovanni”.

I sergents si guardarono l’un l’altro.

“Come ha scoperto l’ultimo ladro che ho incontrato, applico a questo fucile i miei statuti personali”.

Per recuperare la faccia e con la soddisfazione di chi riconosce le ingiustizie del mondo, uno dei sergents guardò lo sfortunato stalliere con un ghigno. “Non vi preoccupate, messere. Ci assicureremo che questo sodomita riceva quel che si merita”.

Lasciarono i sergents impegnati a frugare nelle tasche di Engel e raggiunsero la Grand Rue dove Tannhauser si fermò. Da qualche parte, in quel carnaio, c’era Carla, e nel suo ventre loro figlio. Non aveva la minima idea di dove potesse trovarsi precisamente. Tutte le sue speranze si basavano sull’idea che Orlandu, il figlio di lei, fosse meglio informato.

“Grégoire, desidero trovare il Collège d’Harcourt in Rue de la Harpe”.

Il ragazzo si lasciò andare a una delle sue strane risate incamminandosi attraverso la folla.

Tannhauser lo seguì. Girarono alla larga da due pazzi incatenati l’uno all’altro, impegnati a caricare, con dei badili, liquami su un carro. Videro un prete e una donna dall’aria molto trasandata che si accoppiavano in un vicolo, entrambi con le vesti sollevate fino ai fianchi. Da Saint-Jacques si diressero a est attraverso un labirinto fremente di persone nel quale gli edifici erano talmente alti che quasi giungevano a toccarsi alla propria sommità. Dopo qualche tempo entrarono in un quartiere affollato di studenti e, quindi, brulicante di altrettante prostitute. Tannhauser sentì frasi pronunciate nelle lingue più disparate. Se c’era qualcuno alle prese con i principi della metafisica, non lo udì. Notò invece due che combattevano fra loro nel lerciume, per il divertimento di un gruppo di amici ubriachi, che parlavano inglese.

L’aria severa del Collège d’Harcourt restituì a Tannhauser un po’ di speranza nell’educazione accademica. L’androne era deserto a parte un vecchio portinaio seduto su un alto sgabello in un angolo, dietro a un bancone. Sembrava che il vecchio non abbandonasse il proprio scranno da anni. Indossava una corta parrucca di crine di cavallo di almeno una taglia troppo stretta che nascondeva solo in parte la malattia che gli consumava il cuoio capelluto. Pidocchi grigi esploravano gli orli della parrucca, sopra alle orecchie dell’uomo. Gli occhi gli sporgevano dagli zigomi e si muovevano avanti e indietro sotto le palpebre chiuse e rigate da vene bluastre. Tannhauser bussò sul bancone.

Il portinaio si destò senza muoversi, come una lucertola. Aveva gli occhi di un blu sconvolgente, quasi la sua antica carcassa fosse abitata dallo spirito di un altro essere. Quelle pupille osservarono gli abiti di Tannhauser, la croce bianca che portava sul petto, il fucile che imbracciava. Fissarono Grégoire, carico e madido di sudore. Tornarono su Tannhauser. Videro tutto ciò che era: un assassino straniero di famiglia modesta al quale il fato aveva sorriso. Il portinaio lo disprezzava. Non parlò.

“Cerco Orlandu Ludovici”.

“L’anno accademico è terminato da tempo, messere”. La cosa sembrava far piacere al portinaio. “Sono pochi gli studenti che si trattengono in questa foresteria in un simile periodo dell’anno”.

“Conosce Orlandu Ludovici? È tra coloro che sono ancora presenti?”

“Il maltese non alloggia qui sin da… oh, sin dall’inizio dell’autunno passato”.

“Sapete perché se ne sia andato?”

“Non sono a conoscenza dei pensieri del signor Ludovici, tanto meno delle sue motivazioni”.

“Sa dove lo posso trovare, o dove alloggi ora?”

“Temo di no, messere”. Anche questo sembrava fargli piacere.

Tannhauser era stato avvertito: interagire con la burocrazia parigina, anche ai livelli più bassi, avrebbe richiesto una certa tenacia. “Rimane comunque iscritto al Collège?”

“Non mi risulta altrimenti, messere”.

“Quando l’avete visto per l’ultima volta?”

“Non ne ho memoria, messere”.

“La settimana scorsa? Il mese scorso?”

“Non ne ho memoria”.

“Avete memoria del fatto che ha lasciato il suo alloggio un anno fa ma non di quando l’avete visto per l’ultima volta…”

“Alla mia età, messere, la memoria diventa poco affidabile”.

Tannhauser aveva scritto a Orlandu per l’ultima volta quattro mesi addietro, prima del viaggio che l’aveva trattenuto a Velez de la Gomera e oltre. Indicò la fila di caselle per la corrispondenza, appese alle spalle del portinaio. Notò delle carte nello spazio indicato dalla lettera L. Appoggiò il fucile al bancone. “Ci sono dei messaggi o delle lettere per lui?”

“No, messere”.

“Vi sarei grato se voleste verificare”.

“Ne sono già certo, messere”.

Tannhauser sollevò la ribalta e si avvicinò alle caselle per la corrispondenza.

“A nessuno è concesso accedere a questo lato del bancone, messere”.

Tannhauser scorse con le dita le carte nello spazio indicato dalla L. Non c’era nulla indirizzato a Orlandu. Lo spazio con la O era vuoto. Si voltò.

Il vecchio stava sorridendo con gli occhi. Non mosse le labbra, ma comunicò ugualmente quanto profondo fosse il suo disprezzo. Tannhauser ebbe la sconcertante impressione che il portinaio lo stesse aspettando, che la sua visita fosse stata prevista, che il vecchio conoscesse la sua identità. “Voi sapete chi sono”.

“Un gentiluomo estremamente distinto, ne sono certo, messere”.

“Certamente Orlandu ha degli amici, dei tutori”.

“Non ne dubito, messere. Ma essere a parte di tali informazioni non mi compete affatto”.

“C’è qualcun altro che possa interpellare?”

“Di sabato, messere?”

“Quindi, per quanto riguarda il Collège, Orlandu è scomparso”.

“A Parigi ci sono diecimila studenti, messere, provenienti da tutta Europa. Chi può sapere a cosa si dedichino questi giovani, soprattutto in tempi come quelli in cui stiamo vivendo?”

“Orlandu è il mio figlioccio, mi è molto caro”.

L’indifferenza del portinaio era stata certamente acuita da un’infinita orda di giovani lamentosi, ognuno dei quali convinto di essere l’individuo più importante al mondo. Forse un accenno a una conoscenza personale con membri della casa reale gli avrebbe fatto sciogliere la lingua. “È possibile che Orlandu si trovi con sua madre, Madame Carla, contessa di Le Penautier. È stata ospite personale di Sua Maestà la Regina in occasione delle nozze reali. Sapete per caso dove potrei trovarla?”

“Messere, se non sapete voi dove vostra moglie si trovi, come posso saperlo io?”

Tannhauser ignorò l’improvviso dolore al capo e impiegò un ultimo stratagemma. “Se foste in possesso di qualche informazione che possa aiutarmi a rintracciare Orlandu o Madame Carla potrei dimostrare la mia gratitudine con dell’oro, magari con un’offerta al Collège…”

Il portinaio sollevò un glabro sopracciglio. La vittoria era servita. “Mi chiedete di commettere mercimonio? Messere, mi arrecate un grave torto”.

Tannhauser aveva offerto il denaro in maniera piuttosto sottile. Il torto risiedeva tutto nella risposta del portinaio, e quella vecchia crosta ne era consapevole. Tannhauser lasciò cadere le carte e puntò l’indice contro il petto dell’uomo. Ne sentì la carcassa dura e nervosa sotto al soprabito bisunto. Lo spinse indietro. Il portinaio allargò improvvisamente le braccia e le gambe e si schiantò a terra. Il lamento cui si lasciò andare fu il primo suono onesto uscito dalle sue labbra. Tannhauser lo ignorò. Cercò dietro al bancone e recuperò carta e inchiostro. In un mucchio di penne usate ne trovò una la cui punta appariva non ancora inservibile. Scrisse in italiano, con grafia rozza.

Carissimo Orlandu, mi trovo a Parigi. Non ho ancora un alloggio. Lasciate un messaggio qui, al Collège, e ditemi dove posso trovare voi e vostra madre.

Si interruppe. Non confidava nel fatto che Orlandu avrebbe trovato il messaggio nel futuro prossimo, e nemmeno che, qualora vi fosse riuscito, il portinaio non si sarebbe premunito di manipolare la sua risposta. Aveva notato, dal lato opposto della strada, una taverna.

Aggiunse: Lasciate una copia della vostra risposta al ‘Bue Rosso’. È necessario che trovi Carla al più presto.

Cercò di ricordare la data. Il giorno dopo sarebbe stata la festa di San Bartolomeo Apostolo. Firmò e datò la lettera Sabato 23 agosto 1572, pomeriggio. Agitò la carta affinché l’inchiostro si seccasse più rapidamente. Guardò Grégoire che aveva osservato l’intera procedura con gli occhi sgranati, la bocca spalancata e la goccia al naso.

“Le taverne”, riprese Tannhauser, “lo cercheremo in quelle frequentate dagli studenti”.

Piegò poi il foglio due volte e vi scrisse LUDOVICI e MATTIAS. Le lettere che identificavano le caselle per la corrispondenza erano dipinte su targhette di legno, inchiodate sopra ciascuno spazio. Estrasse il chiodo che fermava la targhetta con la lettera L usandolo per fissare il suo messaggio in un punto dal quale i due nomi, che aveva appena scritto sul retro della lettera, potessero essere visibili anche da oltre il bancone. Tornò quindi dal portinaio e lo colpì con un calcio alle costole. “In piedi”.

Nonostante la sua apparente, estrema vecchiezza, l’uomo si alzò con un’agilità invidiabile anche per qualcuno di più giovane. In effetti, senza parrucca e con il volto teso dall’ira, avrebbe potuto passare per un uomo di cinquant’anni piuttosto che per un settantenne. Il cuoio capelluto era un’unica massa di piaghe incrostate e screpolate. Tannhauser fece un passo indietro, temendo si trattasse di una malattia contagiosa. Recuperò il fucile e fece un cenno con il capo in direzione delle caselle per la corrispondenza. “Assicuratevi che il mio messaggio sia ricevuto dal signor Ludovici”.

In strada il sole era più rovente, la folla più fitta e la puzza più intensa di prima. Tannhauser si passò le dita nella barba. Il sudore gli colava lungo i fianchi, si sentiva gli occhi pieni di sabbia e desiderava fare un bagno – ammesso che una cosa del genere fosse possibile a Parigi; inoltre voleva indietro il suo cavallo per potersi ergere al di sopra di quella melma che ora gli si stava seccando sugli stivali. Grégoire indicò una lunga serie di porcili rumorosi e sovraffollati. “Le taverne… degli studenti”.

 

Le prime tre birrerie rimbombavano di bevande e litigi ma non diedero frutti. In ognuna di esse aveva chiesto al proprietario di urlare il nome di Orlandu sopra al baccano, ma nessuno aveva risposto. Quando, al ‘Bue Rosso’, questa tecnica fallì nuovamente al quarto tentativo, Tannhauser occupò un tavolo vicino all’ingresso. Ordinò del vino, uno sformato freddo di fegato d’oca e due pollastrelli arrosto. Le conversazioni dei clienti che lo circondavano erano caratterizzate da un comune senso di terrore. Apparentemente c’era qualche notizia estremamente importante. Tannhauser tentò di comprendere di cosa si trattasse ma era stanco e poco avvezzo all’accento locale.

Udì menzionare la Regina, Caterina de’ Medici; suo figlio, il re Carlo; il fratello del Re, Enrico duca d’Angiò; il Duca di Guisa, campione del cattolicesimo parigino. Ma soprattutto sentì nominare, più spesso di quanto avrebbe desiderato, Gaspard de Coligny, il demagogo ugonotto che era stato nominato Grande Ammiraglio di Francia. Quell’uomo aveva ridotto Parigi alla fame nel 1567, i suoi mercenari tedeschi avevano razziato quasi l’intera nazione e ora sembrava che desiderasse entrare in conflitto con la Spagna in Olanda. Nel complesso, si trattava del medesimo gruppo di imbecilli e di individui malvagi che aveva fatto cadere la Francia nella guerra civile per ben tre volte.

Tannhauser aveva abbandonato qualsiasi interesse e coinvolgimento possibile nelle questioni politiche, giacché non v’era nulla che potesse fare per alterarne l’esito. I grandi rimanevano in balia della propria presunzione e i loro desideri più spregevoli dettavano il corso della storia. I governanti francesi non erano più corrotti e incompetenti di quelli di qualunque altra nazione, ma Tannhauser aveva preso ad amare quel Paese e perciò i loro crimini gli provocavano una disperazione ancor più profonda. Cambiò d’umore all’arrivo del vino e dello sformato.

La cameriera non era sicura se Grégoire avrebbe partecipato al pasto o meno. Quando Tannhauser indicò che avrebbe mangiato anche lui, il ragazzo fu più sorpreso della giovane. Sembrava che Grégoire non avesse mangiato così bene dai tempi in cui aveva poppato dal seno di sua madre, se mai aveva avuto quel piacere. Tannhauser ne aveva cambiato il destino per un capriccio. Da bambino, la sua vita era cambiata grazie all’interessamento di un estraneo. Avrebbe potuto scegliere qualcuno di aspetto migliore, qualcuno che avrebbe potuto dargli maggior prestigio, ma il suo cuore si ribellava a quel pensiero. Aveva scelto quel ragazzo e lo avrebbe trattato a dovere.

Grégoire esplose in un violento attacco di tosse. Quando divenne rosso come una rapa per poi farsi quasi blu, Tannhauser si alzò e lo colpì tra le spalle con il palmo della mano. Il tavolo fu coperto da frammenti di sformato mentre il ragazzo cercava di riprendere fiato. Sbuffò con forza e ulteriori pezzi di cibo gli volarono fuori dal naso.

“Mangia pezzi piccoli e mastica dodici volte. Sei capace di contare fino a dodici?”

“So… contare fino… a… cinquanta…”, biascicò a fatica Grégoire.

“Allora ne sai più di molti, comunque fino a dodici sarà sufficiente”.

Mentre seguiva tali istruzioni, Grégoire notò qualcosa alle spalle di Tannhuaser. Arrossì nuovamente e abbassò vergognosamente lo sguardo concentrandosi sul piatto. Tannhauser si voltò.

Al tavolo più vicino due studenti ridacchiavano contorcendo le labbra in maniera grottesca e imitando la parlata di un ritardato. Con loro erano sedute due ragazzine tra i dieci e i quindici anni che non apparivano particolarmente impressionate dalle buffonate dei loro compagni di tavolo. Tannhauser si pulì la bocca con il dorso della mano e guardò gli studenti. Erano evidentemente ubriachi, dato che anche un simile fatto parve divertirli.

“Se trovate divertenti le disgrazie posso darvi di che ridere in abbondanza”.

Anche questo provocò una risatina, probabilmente causata dal nervosismo più che dall’insolenza. Ma un uomo aveva il diritto di godersi uno sformato senza che la feccia ne deridesse il servitore. Nemmeno il tempo di alzarsi in piedi e aveva già afferrato uno dei giovani per la gola. L’altro si era alzato dalla panca ma Tannhauser lo agguantò per i capelli. Lasciò che lo guardassero meglio in viso e gli avvizzirono tra le mani. Li trascinò alla porta e poi in strada.

Li trasportò verso la fogna a cielo aperto, dove mucchi di escrementi si ergevano in mezzo a pozze stagnanti in attesa delle pale dei pazzi. Li fece sbattere testa contro testa e li lasciò lunghi distesi in mezzo allo sterco. Tornò alla taverna. In piedi sulla porta stava la più alta delle due ragazze. Aveva i pugni stretti sui fianchi. Tannhauser notò che aveva entrambe le mani sporche d’inchiostro.

La giovane sporse il mento. “Perché l’avete fatto?”

Aveva gli occhi scuri, impetuosi, e i capelli corvini tagliati corti, quasi come un ragazzo. Era magra. Tannhauser giudicò che potesse avere tredici anni. Non era esattamente bella ma non le mancava lo spirito, fatto secondo lui ben più importante. Non era truccata, ma la furia le colorava le guance.

Tannhauser chinò la testa in segno di cortesia. “Una lezione di buone maniere non può far loro alcun male”.

“Buone maniere?”, sembrava sottintendere che le maniere di Tannhauser non fossero esattamente impeccabili.

“Vi scordate che li ho invitati a scusarsi”.

“Sono stati crudeli nei confronti del vostro ragazzo, certo, ma voi li avete assaliti prima che avessero modo di rispondere”.

“Mi perdonerete, ma temo di dover ricordare che i fatti si sono svolti in maniera differente”.

La ragazza lo guardò con occhi di fuoco, nessuna intenzione di cedere terreno. Tannhauser si lanciò un’occhiata alle spalle. I due giovani si erano sollevati su mani e ginocchia e stavano valutando il danno – catastrofico – causato al loro abbigliamento. Notarono che li stava guardando, e sicuramente avevano scorto anche la ragazza. Si alzarono in piedi e fuggirono.

“Vedete? Nessun danno che non possa essere riparato da un bagno nel fiume”. Tornò a rivolgere lo sguardo alla giovane, che non si era certo calmata. “Anche se, concedetemelo, abbandonarvi in compagnia di un bruto è una macchia sulla loro reputazione di galantuomini”.

“Non sono in vostra compagnia”.

“Allora vi prego di accettare il mio invito a condividere la nostra tavola e lo sarete. Sono Mattias Tannhauser, conte di La Penautier e cavaliere di grazia magistrale dell’Ordine di San Giovanni”.

Non rispose, ma i suoi pugni non erano più stretti come prima.

“Non sono in città da più di un’ora, ed è la mia prima visita. Finora ho trovato la gente del luogo non esattamente cordiale”.

La ragazza incrociò le braccia sotto al seno. “Non me ne stupisco affatto”.

Tannhauser chinò il capo, accettando il rimprovero. “In ogni caso, chiedo venia per l’afflizione che posso avervi cagionato”.

La giovane stava stringendo le labbra quasi fosse più arrabbiata con se stessa che con lui. Distolse lo sguardo e si fece da parte. Tannhauser si inchinò di nuovo ed entrò nella taverna.

I polli arrosto erano stati serviti sopra un grande vassoio. Tannhauser li fece a pezzi e disse a Grégoire di riempirsi il piatto. Il giovane si voltò da un lato, espulse un pisello da una narice e poi iniziò a darsi da fare. Mentre mangiava, Tannhauser iniziò a esaminare i prossimi passi da compiere.

Si trovava lì, in maniera indiretta, per via del matrimonio tra Margherita di Valois, la sorella del Re, e suo cugino Enrico di Borbone, principe di Navarra, che aveva avuto luogo il lunedì precedente. Margherita era cattolica, figlia di Caterina de’ Medici. Caterina era italiana, una razza che generalmente i francesi tendevano a disprezzare. A lei in particolare erano attribuiti, anche dai suoi seguaci, poteri diabolici. Aveva governato la nazione sin dalla morte di suo marito, nel 1559. Poiché Carlo IX, ormai ventiduenne, era rimasto poco più che un bambino mostruoso, Caterina, nonostante le fantasie di suo figlio, continuava a reggere le sorti del Paese.

Agli occhi di molti la politica di tolleranza nei confronti degli ugonotti promossa da Caterina aveva causato tre guerre civili. Il matrimonio di Margherita con Enrico – protestante – rappresentava il suo ultimo sforzo per assicurare una fragile pace tra i signori delle provincie. Si trattava di un’unione piuttosto impopolare, anche per i due sposi, che peraltro non avevano ancora compiuto vent’anni. La maggior parte della nobiltà ugonotta e quasi tutti i cattolici parigini la consideravano abominevole.

Questo era quanto Tannhauser aveva appreso durante il viaggio verso nord.

Durante la settimana che stava terminando – seguente al matrimonio – avevano avuto luogo varie danze, giostre, balli mascherati e feste. Secondo la lettera che Tannhauser aveva scoperto ritornando dal proprio viaggio per mare, Carla era stata invitata ‘dalla Regina in persona’ a esibirsi durante la serata di gala più importante, quella di venerdì 22 – la precedente – al Palazzo del Louvre.

La maestria di Carla nel suonare la viola da gamba non era certo sconosciuta a Tannhauser, che era stato stregato dalla sua musica prima ancora di incontrarla. Ciò che lo aveva sorpreso era quanto la sua fama si fosse estesa. Gli avevano assicurato che Carla sarebbe stata adeguatamente protetta, tanto che era stata inviata una scorta armata per accompagnarla a Parigi. Aveva anche come guardia personale l’unico uomo che Tannhauser riteneva di non poter superare in combattimento, l’ex giannizzero serbo Altan Savas. Nella lettera non erano contenuti dettagli riguardo a dove Carla avrebbe alloggiato a Parigi: non ne era a conoscenza nemmeno lei. Ma aveva esplicitato l’intenzione di contattare Orlandu una volta giunta in città. Ora che aveva perso ogni speranza di trovare Orlandu, a Tannhauser rimaneva una sola pista da seguire.

“Il Louvre”, disse a Grégoire.

Il ragazzo annuì e sorrise.

La vista delle sue gengive fece venire voglia a Tannhauser di voltarsi dall’altra parte, ma non lo fece.

A Tannhauser non andava particolarmente a genio l’idea di andare al Louvre. Una volta giunto lì, per sapere dove si trovava Carla avrebbe dovuto affrontare innumerevoli professionisti dell’ostruzionismo. La cerchia domestica del Re – la Maison du Roi – era un ambiente assai articolato e frequentato da innumerevoli parassiti: migliaia di funzionari divisi in dozzine di dipartimenti, in competizione l’uno con l’altro per sprecare le ricchezze dello Stato in una furia di corruzione e spese stravaganti. Il dipartimento più numeroso era la Bouche du Roi, la Bocca del Re. Essendo la Camera il secondo, al Sovrano non era possibile infilarsi la camicia se non erano presenti una dozzina di uomini, la maggior parte dei quali nobili retribuiti profumatamente con fondi pubblici. Anche le feci di sua maestà, la cui espulsione richiedeva che i nobili si radunassero nel gabinetto reale, venivano studiate scrupolosamente. Tannhauser non era in grado di immaginare quali nuove profezie vi potessero essere scoperte. Dubitava che prima del ballo Caterina de’ Medici fosse a conoscenza dell’esistenza di Carla, ma qualcuno a Palazzo ne aveva aggiunto il nome a una lista e aveva organizzato per lei viaggio e alloggio.

Combatté un istante di scoramento e bevve un po’ di vino.

Gli sovvenne che Carla aveva citato un tizio del dipartimento dei Piaceri minori del Re – i Menus-Plaisirs du Roi. Sorprendentemente tale organizzazione non includeva coloro che accompagnavano la defecazione del Sovrano, ma era formata dagli individui responsabili dei suoi ricchi passatempi. Qual era il nome di quell’uomo? La lettera di Carla era in una delle sacche.

Tannhauser fu colto di sorpresa dall’apparizione al tavolo delle due ragazze. La seconda era più mite della sorella e aveva i capelli biondi. Si alzò in piedi e fece un inchino.

“Accettiamo il vostro invito”, disse quella che lo aveva affrontato in precedenza.

“Ne sono felicissimo”, rispose Tannhauser che nel frattempo si chiedeva perché gli fosse passato per la mente di invitarle. Notò che Grégoire era rimasto seduto a ingozzarsi. “Grégoire, quando una signora si avvicina un gentiluomo si alza e fa l’inchino”.

Grégoire balzò in piedi e si prostrò con tale zelo da colpire il tavolo con la fronte. Le ragazze risero. Grégoire fece un ghigno deforme in direzione di Tannhauser, come per suggerire che la loro ilarità non avrebbe dovuto provocarlo alla violenza. La visione delle gengive del giovane era ancora disgustosa. Anche Tannhauser sorrise.

“Questa è mia sorella maggiore, Flore Malan. Io sono Pascale Malan”.

“Incantato. Mangiate con noi, divertitevi”.

Le ragazze si strinsero sulla sua panca lanciandosi sul cibo con ancora più entusiasmo di Grégoire. A Tannhauser passò la fame. Gli cadde lo sguardo sui bagagli e gli venne in mente un nuovo problema. Era quantomeno improbabile che le guardie palatine gli permettessero di accedere al Louvre carico di armi da fuoco.

“Quindi voi siete un altro di quei fanatici cattolici”, accennò Pascale indicando con il mento la croce bianca a otto punte che Tannhauser portava sul petto.

“I miei giorni da fanatico sono passati”.

Pascale lo fissò.

“Comunque sia, gli ugonotti amano spargere sangue come tutti gli altri. Forse le loro atrocità sono meno numerose, ma è un problema di mancanza di manodopera piuttosto che di morale. Ed entrambe le parti – ugonotti e cattolici – odiano i musulmani e gli ebrei, quindi tutto è a posto”.

La ragazza sorrise. Aveva uno spazio tra gli incisivi superiori che le donava una certa goffaggine seduttrice, aumentandone il fascino.

“Martin Lutero odiava gli ebrei per gli stessi motivi per cui li detestano i cattolici”, ribatté, “ma si è anche inventato delle nuove ragioni – il che, considerando i secoli che la Chiesa ha avuto a disposizione prima del suo avvento, non è stata un’impresa da poco! Che ne dite?”

Anche ammettendo che lo stesse prendendo in giro, ebbene Tannhauser si stava comunque divertendo.

“Lutero è stato così geniale da capire che si possono odiare gli ebrei per gli stessi motivi per i quali odiava i cattolici”, continuò lei. “Per esempio, ha fatto presente che sia i cattolici che gli ebrei credono che la salvezza venga dall’obbedienza alle leggi divine, non dalla sola fede – quindi i luterani sono avvantaggiati: possono combinare l’odio per gli ebrei e l’odio per i cattolici senza sacrificare la coerenza teologica”.

“Mi state costringendo a rivalutare l’ingegno di quell’uomo”.

“Troverete però che l’atteggiamento di Calvino nei confronti degli ebrei differisce profondamente da quello di Lutero. Anzitutto li include tra gli eletti dal Signore, e argomenta che tutta la stirpe di Abramo, sola tra i popoli, godrà della vita eterna”.

“Queste ottime notizie sono state comunicate agli ebrei?”

“Inoltre, a differenza di Lutero e di Roma, Calvino non ritiene gli ebrei responsabili della morte di Cristo. Sostiene che ne siamo tutti responsabili. Vedete, Calvino non crede che gli ebrei siano particolarmente perfidi. Tutti gli uomini, dice, sono creati ugualmente malvagi – non relativamente parlando, ma in tutto e per tutto. Quindi gli ebrei non sono neanche meno peccatori o depravati degli altri”. Sorrise come per sfidarlo a sentirsi deriso.

“Mi avete condotto su argomenti che non sono alla mia portata”, confessò l’uomo. “Nella mia vita ho incontrato poca coerenza teologica”.

“Nessuno è più coerente di Calvino. Tutto ciò che è necessario sapere è che tutti gli esseri umani, senza eccezione, sono malvagi e corrotti in maniera radicale, incorreggibile e assoluta: credenti e non credenti, le anime salve e quelle dannate, i buoni e i cattivi”.

“Questo lo so, anche se si tratta di una conclusione cui confesso di essere giunto in maniera del tutto autonoma”.

“Nonostante questo, alcuni saranno eletti in Paradiso nonostante siano crudeli quanto quelli che saranno condannati all’Inferno”.

“Allora c’è speranza anche per me”.

“Quindi non siete un santo come proclama la vostra maglia…”

“La mia maglia trae in inganno gli uomini, non Dio”.

“Credete in Lui?”

“Credo in un Dio che va oltre ogni nome o dottrina possa essergli assegnata”.

Pascale si rivolse alla sorella. “Parla come nostro padre”.

Flore annuì per mostrarsi d’accordo. Lanciò a Tannhauser uno sguardo stanco. Aveva un anno o due più di Pascale, ma non era altrettanto insolente. Quest’ultima tornò a fissare Tannhauser.

“Anche nostro padre è un libero pensatore”.

“Fossi in voi sarei cauta nell’accostare tale definizione a me o a lui, a meno che non desideriate vederci impiccati”.

“Afferma che nel futuro la gente guarderà incredula alla miseria che ci siamo creati”.

“Sarà troppo impegnata a preoccuparsi delle miserie dei propri tempi”.

“Dice anche che queste nozze reali e questa pace sono false. Insiste che la guerra sta solo riposando e che basterà poco a risvegliarla”.

“Vostro padre dovrebbe preoccuparsi di insegnare a sua figlia a non dare troppa confidenza a un estraneo”.

“Dovrei quindi vivere nel timore di esprimere le mie opinioni?”

Tutti dobbiamo vivere nel timore di esprimere le nostre opinioni”.

“Anche voi?”

“Non ho nulla da dire per cui valga la pena di morire”.

Lo esaminò quasi tentasse di identificare il buio nella sua anima. “È un peccato”.

“Una volta l’avrei pensato anch’io”. Tannhauser si versò dell’altro vino e lo bevve. “Qual è la professione di vostro padre?”

“Sono la sua apprendista”, disse Pascale mostrando le mani sporche d’inchiostro. “Indovinate”.

“Stampatore”, disse Grégoire.

“Editore”, lo corresse Flore, “soprattutto di testi per il Collège de France”.

“Una professione coraggiosa per un libero pensatore”. Notò che le mani di Flore erano pulite. “E vostra madre?”

“È morta”, rispose lei. Non aggiunse altro.

“Non sembrate un Cavaliere, un Conte meno che mai – ma scommetto che siete stato un soldato”.

“Sono un mercante. Ho commerci con l’Oriente, la Spagna, l’Africa settentrionale. I miei affari con gli inglesi sono completamente falliti quando i vostri correligionari hanno iniziato la terza guerra e i pezzenti del mare si sono appropriati della mia nave e di quanto conteneva”.

“Ecco perché non vi piacciamo”.

“Mi piacete entrambe, e non poco”.

“In cosa commerciate?”

“Zafferano, pepe, oppio, vetro… quel che capita”.

“È questo il motivo per cui vi trovate a Parigi?”

“No, sono qui per trovare mia moglie e riportarla a casa”.

“È in città con un amante?”

Tannhauser non aveva mai considerato tale possibilità. Non a causa della virtù di Carla, nonostante la sua fedeltà non fosse in discussione, ma perché il pensiero che potesse preferire un altro uomo a lui era inconcepibile. Se un uomo avesse avanzato tale teoria, Tannhauser l’avrebbe ucciso senza esitazioni.

Flore si sollevò in difesa di Carla. “Vergogna, Pascale. L’ama come solo un cavaliere può amare, questo è evidente. L’ama come un’aquila ama il vento. Una donna tanto adorata non può essere infedele”.

“Carla è stata invitata alle nozze reali, ed è incinta di nostro figlio”.

Questa informazione provocò così tante domande in lei che Pascale finì per rimanere in silenzio.

“Ditemi, come posso scoprire dove abita uno studente?”

“Si tratta di un bravo studente?”, chiese Flore.

“Gli conviene esserlo”.

“Allora potete chiedere a un suo docente, è possibile che alloggi presso di lui. Non è raro se è uno studente molto diligente”.

“Un consiglio eccellente, vi ringrazio. E dove posso affittare una stanza dove lasciare i miei averi al sicuro dai ladri per qualche ora? Ho affari importanti da sbrigare al Louvre e, come potete vedere, sono fin troppo carico”.

Alla menzione del Louvre, Pascale spalancò ancor di più gli occhi.

“Tutte le stanze in città sono piene di visitatori giunti per celebrare il matrimonio. Sono arrivati a migliaia, e altrettanti sperano di trarre profitto da questo avvenimento. Se poi cercate una locanda al sicuro dai ladri, anche nei tempi migliori…”

Tannhauser si fece accigliato. Maledisse quel matrimonio.

“Possiamo tenere noi al sicuro i vostri averi”, propose Pascale.

“Pascale!”, disse Flore.

“Certo che possiamo. Vi fidate di noi, non è vero?”

Stranamente, era vero. “Spero di poter insistere per ricompensarvi per questa buona azione”.

“Potete”, accordò Pascale.

“Dove intendete custodire le mie cose?”

“A casa nostra. Nessuno la troverà mai, non è molto distante da qua”.

“Non c’è nulla di gran valore tranne una maglia di ricambio e una libbra di oppio persiano. E il fucile e le pistole… Le armi sono il problema”.

“Le armi?”, si stupì Flore.

“Dubito che mi sarà permesso di aggirarmi per il Louvre con un fucile e due pistole. Perciò, a vostro padre piacendo, considero la vostra offerta estremamente vantaggiosa”.

 

All’esterno del ‘Bue Rosso’ c’erano quattro secchi d’acqua in fila custoditi da un ragazzo di strada. Apparentemente a Parigi anche i secchi erano merce che poteva essere rubata. Pascale diede al giovane due manciate di avanzi del pollo e questi lo considerò un pagamento adeguato. Pascale e Flore sollevarono due secchi a testa e s’incamminarono.

Girarono l’angolo e si trovarono nel bel mezzo di una rissa. Quattro giovani stavano percuotendo con pugni e calci un quinto che era in ginocchio contro un muro, i muscoli tesi, coperto di sangue. Una folla incitava gli aggressori affinché continuassero. Tannhauser prese una direzione che li avrebbe tenuti a distanza dalla mischia. Condusse le ragazze con i loro secchi dall’altro lato della strada.

“Vi prego”, urlava il giovane che veniva percosso, abbandonando ogni dignità. “Vi prego!”

Le sue suppliche non fecero altro che rafforzare gli aggressori nei loro propositi di violenza. Il fatto che un uomo che implorava pietà rendesse il compito dei suoi torturatori più facile era argomento degno di riflessione. Tannhauser provò disgusto sia nei confronti della vittima che dei bruti.

“Non potete fermarli?”, disse Pascale.

Ciò che lo preoccupava non erano tanto i partecipanti alla rissa quanto gli astanti. “Non è un mio amico”. Guardò nella direzione nella quale aveva rivolto lo sguardo Pascale voltandosi. Un duplice colpo risuonò quando uno stivale colpì la testa della vittima che a sua volta sbatté contro il muro. L’aggredito strisciò sul selciato dove la punizione continuò senza posa. Gli aggressori si tenevano l’un l’altro per le braccia per rimanere in equilibrio quasi fossero i partecipanti a una danza mostruosa.

Pascale urlò: “Lasciatelo in pace, bastardi”.

Teste si girarono e oscenità vennero dirette all’indirizzo della ragazza.

Tannhauser accompagnò via le sorelle, i cui secchi gli spandevano acqua sui piedi. Sentì che Grégoire era alle sue spalle. Si allontanarono dal trambusto, raggiunsero un incrocio e svoltarono a destra. Era sollevato. Le ragazze invece erano impallidite, Pascale più dalla rabbia che dalla paura. Posarono i secchi a terra per riprender fiato.

“Qual è il quartiere ugonotto?”, chiese Tannhauser.

“I protestanti sono in tutta la città”, disse Flore, “ma ce n’è più qui, nel sedicesimo, che altrove”.

“E se non tengono la testa bassa”, aggiunse Pascale, “se la trovano presa a calci”.

https://i1.wp.com/edizioni.multiplayer.it/wp-content/gallery/cover-libri-front/i-dodici-bambini-di-parigi-front.jpgTannhauser la guardò. Era evidente che aveva perso terreno nella considerazione della giovane, ma non capiva perché quel fatto lo preoccupasse tanto. “Rispetto il vostro coraggio”, disse, “e anche la vostra compassione, ma il mondo è come lo vedete, non come vi piacerebbe che fosse. Assistere quell’individuo non avrebbe cambiato il mondo e nemmeno quella strada, avrebbe solo cambiato la vostra condizione – e in peggio”.

“Non vi chiamerò codardo poiché non ritengo lo siate, ma se il mondo non può essere mutato da piccoli atti di virtù allora non può essere cambiato per nulla”.

“Non lo dubito, Pascale. Vi ripeto che rispetto i vostri ideali, ma non è possibile prevedere le reazioni di una folla. Magari la gente si sarebbe ritirata in buon ordine, ma se invece si fosse ribellati contro di me… ebbene, non esiste belva più feroce. Se ciò fosse avvenuto, sarei stato costretto a uccidere tutti”.

Pascale lo fissò. Le ci volle un momento prima di rendersi conto che parlava sul serio, e un altro per credere che fosse in grado di farlo. Sbatté le palpebre degli occhi. Non voleva abbandonare la propria indignazione.

Tannhauser riprese: “Da tali piccoli atti di virtù nascono le guerre”.

“Ogni giorno vengono uccisi degli ugonotti a Parigi. Vengono picchiati, derubati, insultati – e nessuno viene mai punito. Nessuno osa nemmeno alzare la voce contro un simile abuso”.

Tannhauser non provava particolare simpatia nei confronti degli ugonotti. Si consideravano i prescelti da Dio e si compiacevano del loro ruolo di vittime, ma allo stesso tempo erano intolleranti e violenti quanto chiunque altro avesse conosciuto durante la sua lunga carriera di soldato. Avevano portato in Francia interi eserciti di mercenari olandesi e tedeschi e, a guerra finita, non li avevano pagati lasciandoli a razziare le campagne. Migliaia fra costoro erano ancora nel Paese, provocando ferite che non sarebbero guarite prima di diverse generazioni. Riguardo alla bigotteria – una caratteristica che disprezzava più della malvagità giacché in grado di causare mali maggiori – le figure guida dei protestanti non avevano rivali. In tutte le altre forme di degenerazione morale erano degni dei loro nemici cattolici. “Voi siete ugonotta”, notò.

“Non saprei”, rispose Pascale con un sorriso forzato. “Dovreste chiederlo a mio padre”.

“Ne sarei lieto. Dov’è la sua casa?”

Pascale indicò una bottega sull’altro lato della strada. Si trovava in un edificio di tre piani largo non più di quindici piedi. Attraverso l’intonaco scrostato s’intravedevano le travi di legno. Un’insegna macchiata di fango che vi era stato gettato contro diceva: Daniel Malan – Stampatore per le Loro Eccellenze del Collège de France. Le finestre erano sbarrate dall’esterno, sotto di esse notò cocci di vetro.

Pascale accennò: “Mio padre è andato a uno dei suoi incontri”.

“Siete certe che le mie cose non recheranno disturbo?”

Rispose Flore: “Naturalmente. E vi prego di perdonare la lingua tagliente di Pascale, eravate giustamente preoccupato per la vostra incolumità”. Detto questo, afferrò i due secchi e attraversò la strada. Aprì la porta con una chiave che portava appesa a una cordicella intorno al collo. Sulla soglia, si voltò. “Le vostre cose saranno qui quando le vorrete”.

“Siete certa che vostro padre non sia in casa? Desidererei avere la sua approvazione riguardo al nostro accordo”.

“Avete protetto le sue figlie da una folla imprevedibile e avete prevenuto una guerra”, disse Pascale, “perché non dovrebbe approvare?”

Tannhauser sorrise. Aprì il bacinetto e rimosse l’innesco, poi porse il fucile a Pascale. La ragazza non era preparata al peso dell’arma. Lo posò oltre la porta. Grégoire tese a Flore le pistole nelle loro fondine. Tannhauser cercò nelle sacche da sella e finalmente trovò la lettera di Carla, avvolta nella tela cerata. Se la infilò in uno stivale e consegnò le sacche a Pascale, la quale le accatastò all’interno. Tannhauser esaminò con lo sguardo la strada. “Promettetemi che chiuderete la porta con la serratura e che resterete in casa fino al ritorno di vostro padre o al mio. Non andate nelle taverne a fraternizzare con gli studenti”.

“Erano attori”, ribatté Pascale, “si stavano recando a un provino”.

“Attori? Vi ho fatto un favore più grande di quanto pensassi. Ora fatemi sentire la vostra promessa”.

“Avete la mia parola”.

“Voglio sentire la serratura girare e i catenacci tirati”. Diede a Pascale un écu d’or; la ragazza rimase stupefatta. Poi si inchinò in segno di commiato.

Pascale sorrise mettendo in mostra lo spazio che aveva tra gli incisivi superiori. “State attento anche voi”, disse. “Al Louvre ci sono molti ugonotti arrabbiati e – a differenza del poveraccio che avete abbandonato al suo destino lungo la strada – questi saranno armati”.

“Perché dovrebbero essere più adirati del normale?”

La ragazza lo guardò come se fosse stupido, una diagnosi che pareva aver confermato: “Perché l’ammiraglio Coligny è stato colpito da uno sparo”.

“Colpito o ammazzato?”

“Colpito, da un tiratore scelto cattolico. Comunque tutti dicono che sopravvivrà”.

“Quando è avvenuto il fatto?”

“Ieri mattina, in città non si parla d’altro”.

“L’aspirante assassino è stato catturato?”

“No, a quanto ho sentito”.

“Vi ringrazio per le informazioni, ora tenete fede alla vostra promessa”.

Pascale chiuse la porta. Tannhauser ascoltò il rumore della chiave e del catenaccio, poi recuperò la lettera dallo stivale e la estrasse dalla tela cerata. La grafia più straordinaria che avesse mai visto. Il solo fatto di trovarsela davanti agli occhi gli strinse il cuore, a ogni parola sentiva la voce di Carla e l’amore lo colpiva – e a ogni colpo provava paura. Trovò il nome del funzionario che aveva dimenticato.

Christian Picart, assistente dei Menus-Plaisirs du Roi.

Tannhauser piegò la lettera e la mise al sicuro.

L’ammiraglio Coligny, il demagogo ugonotto, colpito da uno sparo ma vivo… Una quarta guerra imminente, ammesso che non fosse già iniziata…

Il Louvre era senza dubbio una palude di frenetiche trame.

Carla era incinta di oltre otto mesi.

E lui non sapeva dove trovarla.

“Vieni, Grégoire. Questa giornata non è finita”.

 

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