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MARINELLA FIUME racconta DI MADRE IN FIGLIA

agosto 17, 2014

MARINELLA FIUME ci racconta DI MADRE IN FIGLIA. Vita di una guaritrice di campagna (Edizioni Le Farfalle)

di Marinella Fiume

Il libro è il racconto in prima persona che una guaritrice popolare, nata nel 1885 in un Comune della costa jonico-etnea al confine tra le provincie di Catania e di Messina, dove sarebbe morta a 101 anni, mi rese in una serie di incontri culminati con l’ultimo, in occasione del suo centesimo compleanno. La notte di Natale del 1985, poi, la contadina guaritrice, consapevole di avermi comunicato “il sapere”, volle conferirmi anche “il potere”, ripetendomi tutte le orazioni e i rimedi naturali atti a recuperare la salute che qui ho deciso di svelare. Si tratta di un documento prezioso che consente usi diversi e tutti allettanti per lo studioso e non solo nell’ambito della storia delle tradizioni popolari e della magia: per le orazioni (preghiere e scongiuri) e le pratiche terapeutiche del repertorio della medicina popolare che la centenaria rivela; per la narrazione della sua vita, al confine tra biografia e autobiografia, come documento da studiare dal punto di vista della storia sociale e di storia delle donne. Ho voluto rendere visibile e porre al centro il “percorso ai margini” di una donna nella società contadina del secolo scorso. Malgrado la restituzione dell’oralità si uniformi all’assunto del rispetto e della “fedeltà” all’intervistata, tuttavia è l’intento narrativo a guidare la mia mano, da qui una “storia di vita” che si legge come un romanzo. La mia guaritrice è un’orfana, ma il rapporto con una vecchia “maestra” guaritrice, una figura di grandissimo rilievo nel panorama della medicina popolare di un vasto hinterland, la riscatterà definitivamente dalla condizione di emarginazione, permettendole di conquistarne il rispetto della comunità “adottante”. Si tratta di una iniziazione e di un vero e proprio apprendistato. I suoi rimedi naturali non utilizzano solo elementi vegetali, ma anche — com’è tipico della Medicina antica — minerali e animali, dei quali ultimi non rimane più che labile traccia nel repertorio delle guaritrici più tarde. Si tratta di un sapere le cui leggi di trasmissione sono ratificate e sancite con speciale cura, dovendo tendere a tramandare un sapere specialistico e sacrale da cui dipende la vita e la morte.
È un sapere femminile che si tramanda per via matrilineare, è un sapere orale, un sapere composito che riguarda una sfera magico-sacrale e una sfera naturale che si incontrano e si fondono nel rituale. È una risorsa economica, che si concede gratuitamente ricevendone in cambio altre risorse economiche necessarie per sopravvivere. Nel corso della lunga intervista, donna Orazia mi chiedeva spesso: “Ma lei ci crede a queste cose?”. Ed io rispondevo sempre di sì, non per prendermi gioco di lei, ma perché ci credevo davvero che insieme stessimo ripetendo un rituale antico del sapere femminile di cui la medicina ufficiale aveva ben presto espropriato le donne del popolo, non senza mandarne al rogo qualcuna. Ci credevo perché sapevo quale era stato il potere delle donne, la specificità del possesso di un sapere orale di cui è inutile cercare traccia nei libri di storia. Ho voluto perseguire in questo libro l’esplorazione dell’area della soggettività, lungamente rimossa dalla storia ufficiale, escludendo l’intento di vedere questa figura come fonte, oggetto di ricerca, bensì valorizzandola come soggetto essa stessa di storia e di narrazione, uscita da una lunga marginalità e capace di rivendicare il diritto alla parola. Perciò il rapporto che sono riuscita a stabilire con l’informatrice non è di tipo paternalistico e, attraverso il nesso che si è instaurato tra noi due, se ne è ripristinato uno più ampio che ripercorre la fitta trama di relazioni che storicamente hanno costituito il potere delle donne. Oggi, certo, la medicina popolare con i suoi riti ancestrali di guarigione può apparire un relitto, ma l’invito a vivere dentro i cicli della natura, a considerare l’organismo umano un’unità psico-fisica, a non consumare ad ogni costo, a nutrirsi in modo sano, a ripristinare i semi tradizionali e rispettare le biodiversità, a vivere “più lentamente, più dolcemente, più profondamente” è un appello che da essa ancora ci può venire. Spero che lei mi abbia perdonato se ho infranto il divieto di scrivere “quel che non si dovrebbe”, contravvenendo alla consegna dell’oralità e della riservatezza ad orecchie di figlie.

© Letteratitudine

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