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Archive for settembre 2014

L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA, di Gabriel García Màrquez

L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA, di Gabriel García Màrquez

Il coraggio di lasciarsi contagiare

di Katya Maugeri

«Capita che sfiori la vita di qualcuno, ti innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo, convivere le malinconie e le inquietudini, arrivare a riconoscersi nello sguardo dell’altro, sentire che non ne puoi più fare a meno… e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantun anni nove mesi e quattro giorni notti comprese?»
[Gabriel García Màrquez, L’amore ai tempi del colera]

Pubblicato nel 1985, L’amore ai tempi del colera è considerato uno dei capolavori dello scrittore colombiano Gabriel Garcia Márquez, premio Nobel per la Letteratura nel 1982.
Un romanzo originale da cui emerge il gusto intenso per una narrazione corposa, intensa, tangibile, in cui le descrizioni della gente, dei colori e degli odori assume una dimensione reale. Le parole si trasformano in emozioni.
Márquez è stato in grado di dar vita a un libro passionale e travolgente, creando una perfetta alchimia tra parole e lettore, al punto da non poter fare a meno di leggere e amare i protagonisti.
Protagonista indiscusso è il sentimento, quello vero, contrastato, capace di mettere in dubbio ogni certezza. È il sentimento che dall’irreale diventa sostanza concreta accompagnando, proprio come un’ombra, la vita dei protagonisti. Fermina e Florentino.
Fiorentino Ariza è un impiegato telegrafista, un uomo malinconico e appassionato di poesia, innamorato di Fermina Daza, suo padre non approva l’unione e la giovane viene data in sposa a Juvenal Urbino, il ricco medico della città. Il matrimonio di Fermina e Juvenal, inizialmente privo di amore, diventerà solido e autentico. Florentino si butterà a capofitto nel lavoro per essere degno dell’amore di Fermina e inizierà una brillante carriera all’interno dell’azienda dello zio, la Compagnia Fluviale dei Caraibi. Leggi tutto…

RETE PADRONA, di Federico Rampini (la recensione)

RETE PADRONA, di Federico Rampini (Feltrinelli, 2014)

di Massimo Maugeri

L’abbiamo scritto altre volte. Ogni rivoluzione ha i suoi pro e i suoi contro: anche quella digitale. Federico Rampini lo sa benissimo, avendo grande consapevolezza di tutto ciò che riguarda gli aspetti meno nobili dell’evoluzione tecnologica. Ne parla abilmente nel suo nuovo libro: “Rete padrona. Amazon, Apple, Google & co. Il volto oscuro della rivoluzione digitale” (Feltrinelli, p. 278, € 18): «tutti promettono, all’inizio, di inventare un capitalismo nuovo. Disdegnano il profitto. Finché scopri che stanno creando una società diseguale quanto il vecchio capitalismo newyorchese. Perseguono gli stessi disegni egemonici, monopolistici».
Non è un saggio incentrato sul tecno-scetticismo, questo di Rampini (il quale peraltro tiene a precisare che, anche a suo giudizio, gli aspetti positivi della rivoluzione digitale superano comunque quelli negativi). Al tempo stesso, però, occorre puntare il dito su alcune distorsioni che sono profonde, in alcuni casi perfino inquietanti.
Bill Gates fu il primo. Spodestò l’Ibm e impose il marchio monopolista di Microsoft, che ancora oggi imperversa sugli schermi dei nostri pc. E questa è già storia. Poi fu la volta del visionario e istrionico Steve Jobs che, con la Apple, inserì nel mercato nuovi dispositivi che avrebbero cambiato le nostre vite: iPod, iPad, iPhone. Ma il compianto Steve è anche stato un mago dell’elusione fiscale e un campione di cinismo: il 2 maggio 2014 il New York Times ha scritto che se Jobs oggi fosse in vita rischierebbe di finire in galera. Google, che gestisce il più grande e noto motore di ricerca del mondo, è anche la più gigantesca macchina pubblicitaria del pianeta a dispetto dell’originario rifiuto della pubblicità, promesso come segno distintivo del marchio. Oggi la logica del marketing a scopo di profitto si insinua nei risultati delle nostre ricerche e li distorce a nostra insaputa. Di più. Leggi tutto…

Naxoslegge V edizione, 23-27 settembre 2015. La luce è come l ‘acqua

NaxosleggeNaxoslegge - festival delle narrazioni, della lettura e del libro. Giardini Naxos V edizione , 23-27 settembre 2015. La luce è come l ‘acqua

Con il titolo La luce è come l’acqua, citazione testuale di un celebre racconto di Gabriel Garcia Màrquez, Fulvia Toscano, direttore artistico di Naxoslegge, intende sintetizzare l’intrecciarsi dei due macro temi, la luce e il mare, su cui si snoderà il programma della V edizione di Naxoslegge, programmata, salvo eventuali  variazioni di data, dal 23 al 27 settembre 2015.
Il mare, a cui saranno dedicati diversi incontri ed eventi, sarà,  come anticipato già nel palinsesto della passata IV edizione, anche il mare di Horcynus Orca, il capolavoro di Stefano D’Arrigo, di cui nel 2015 ricorre l anniversario della prima edizione del 1975; il mare sarà “il mare colore del vino” di Omero e Sciascia e sarà il grande “mare bianco”dei viaggiatori arabi e il grande mare degli avventurieri, sarà il mare raccontato da Folco Quilici e quello dei popoli sotto le onde che l’archeologia subacquea svela e rivela e tanto altro mare, come elemento archetipico e reale in cui proiettare tanta storia individuale e collettiva.
E poi la luce, che alle acque si connette, che sarà ancora l’ineffabile splendore del paradiso dantesco, la luminosa essenza della parola poetica, la luce del fuoco, elemento primo, che si trasmuta in moderne energie e architetture di luce a rendere belli i luoghi più segnati della città, la luce come elemento determinante della pittura e della fotografia, il cui racconto sarà affidato a grandi  interpreti dell arte contemporanea.
Nel corso della stagione invernale, come è già stato nel 2014, naxoslegge proporrà eventi, anche in tour, in collaborazione con tante altre città e sempre alla ricerca di nuove sinergie virtuose, per fare e ricevere cultura, in un dialogo sempre aperto e plurale con la realtà.
Si conferma, inoltre, la II edizione di Sinestesie, per Aspettando Naxoslegge, prevista in calendario, nella prima metà di settembre. Tornano, quindi , i booktrailer e gli incontri dedicati al rapporto tra scrittura, visione e ascolto, con approfondimenti sulle più moderne forme di comunicazione editoriale, capaci di coinvolgere tutti i sensi in una grande e avvolgente narrazione.

Federico De Roberto alla IV edizione di Taobuk

Federico De RobertoPresentato nel corso di un reading l’epistolario d’amore di Federico De Roberto alla IV edizione di Taobuk (Taormina International Book Festival)

Galatea Ranzi e Vincenzo Pirrotta, nell’ambito di Taobuk, nell’incantevole atmosfera del Teatro antico di Taormina, hanno dato splendida voce al carteggio di Federico De Roberto e Ernesta Valle, “Si dubita sempre delle cose più belle”, curato da Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla, e edito da Bompiani. Un affascinante romanzo epistolare d’amore, fra ’800 e ’900, che ci consegna un aspetto inedito dell’austero e schivo autore de “I Vicerè”, quello di amante appassionato, e insieme uno spaccato dell’epoca. Un’opera monumentale (di quasi 2.200 pagine, circa 800 lettere, un ricco corredo iconografico), che ha visto la luce col patrocinio del Comune di Noto, protagonisti, con lo scrittore catanese, la gentildonna milanese, ribattezzata Renata, perché rinata all’amore, donna colta e raffinata, e il mondo culturale e mondano dei due poli in cui si snoda, Catania e Milano. Il pubblico numeroso e qualificato ha ripetutamente applaudito due fra gli attori più amati del panorama nazionale.
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TWITTERATURA tra Manzoni e Collodi

TWLETTERATURA tra Manzoni e Collodi

In collegamento con il forum “Letteratitudine chiama Scuola

di Maria Lucia Riccioli

Twitteratura… un po’ come Letteratitudine – letteratura e latitudine / longitudine / attitudine / *dine… – è un esperimento, un laboratorio collettivo. Una sfida: twittare i classici della nostra letteratura e interagire con altri twitters / twitteri o semplici lettori, sfruttando al meglio le opportunità dei nuovi media e dei social.

Dopo il successo di #TwSposi, grazie a cui il capolavoro di Alessandro Manzoni si è messo in gran spolvero, gli ideatori e i responsabili di Twitteratura lanciano #TwPinocchio: l’immortale libro di Collodi, con la sua scrittura ironica e graffiante, commovente e dura insieme, i suoi personaggi indimenticabili, i suoi messaggi e valori senza tempo rivivranno a colpi di tweet. Protagonisti gli utenti della rete e soprattutto le scuole.

Pinocchio

E adesso qualche domanda a Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo.

Un ringraziamento particolare per il supporto a Iuri Moscardi.

 

  1. Com’è nata l’idea di riscrivere tramite i 140 caratteri di un tweet proprio “I promessi sposi”?

#TwSposi nasce dalla necessità e dalla volontà di applicare il Metodo Tw Letteratura – fino ad allora sperimentato solo con gli utenti di Twitter – alla didattica scolastica.

Poiché alla base dei nostri esperimenti c’è sempre un libro, abbiamo scelto quello di Manzoni perché parte fondamentale del programma scolastico delle scuole medie superiori.

 

  1. Quali sono state le più grosse difficoltà organizzative?

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SUGARPULP 2014: 26/28 settembre

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IL PUZZLE DI DIO, di Laura Costantini e Loredana Falcone (un estratto del libro)

Pubblichiamo un estratto del romanzo IL PUZZLE DI DIO, di Laura Costantini e Loredana Falcone (goWare edizioni)

La scheda del libro
Un antico messaggio custodito negli Archivi vaticani.
Un genio della decrittazione che muore in circostanze misteriose.
Gigantesche tessere di un mosaico vecchio di milioni di anni sparse in tutto il mondo e tre diversi servizi segreti a cercare di ricomporlo per comprenderne il significato. E usarne il potere.
Un alfabeto sorto alle origini dell’umanità e custodito da generazioni di donne, in attesa della rivelazione finale.
Una storia d’amore tra due ragazzi costretti, dal giudizio e dal pregiudizio, ad allontanarsi da radici, famiglia e affetti per vivere la loro omosessualità.
In un viaggio convulso tra Roma, Nepal, Marocco e Torino lo scontro tra ricerca della verità, desiderio di accettazione, rinuncia al libero arbitrio, tradimento e vendetta. Mentre un mistero scandisce il conto alla rovescia verso un disastro che potrebbe avere conseguenze planetarie.

* * *

L’estratto del romanzo IL PUZZLE DI DIO, di Laura Costantini e Loredana Falcone (goWare edizioni)

Tornerai quando il momento sarà venuto. Ricordare quelle poche parole aveva dato la stura a una serie di immagini della sua primissima infanzia. E un sorriso lieve le stirava le labbra piene e lucide di gloss mentre rivedeva se stessa, piccola figura paludata in una jeballa blu notte, seduta a gambe incrociate all’ombra della tenda che schioccava come una vela nel vento del deserto. Aveva davanti un foglio, in mano una matita e sua madre accanto che le dettava le lettere sacre del più antico degli alfabeti. Anu, la enne, il soffio di Dio causa primordiale del tutto, il cui simbolo era una linea verticale. Illa, la elle, il nome stesso del Creatore, formata da due linee verticali. Iemm, la emme, la materia fecondata, il cui simbolo ricordava due parentesi quadre opposte. Ieru, la erre, il sesso femminile in forma di cerchio. Iess, la esse, il sole in forma di cerchio con un punto al centro. Le piaceva quel gioco, le “piaceva tracciare quei simboli con precisione e ottenere la silenziosa approvazione di quella donna dai lucidi capelli neri, carica di monili d’argento e con le mani arabescate di henne. Con Massilya tutto al mondo diventava un simbolo, in ogni cosa c’era la mano del Creatore, tutto aveva un significato nascosto. Isolata dal mondo frenetico che la circondava, Nesayem ricordò la luce magica dei falò nell’oscurità tempestata di stelle del deserto. Silenziosa e obbediente, svolgeva i lavori che sua madre le affidava senza mai un lamento, in attesa che arrivasse quel momento. Era allora, dopo aver mangiato con le mani erbe e carne di montone nella tajine, dopo aver pescato miele selvatico e burro di pecora con il pane cotto sulla pietra arroventata, che Massilya le sottoponeva gli enigmi e aspettava in silenzio che Nesayem riflettesse a lungo su quei simboli prima di rispondere.
Un chicco di grano che riempie un’intera stanza.
Parlava tamashek Massilya e in quella stessa lingua, la sola ammessa nei suoi primi anni di vita, Nesayem doveva rispondere: tafat, la luce.
Ha attraversato l’acqua senza bagnarsi: amalu, l’ombra.
Due fratelli che non vediamo: tallen, gli occhi.
Mangia senza fine, ma appena beve muore: affa, il fuoco. Leggi tutto…

CATANIA BUK FESTIVAL – 26/28 settembre 2014

CATANIA BUK FESTIVALhttps://i0.wp.com/www.cataniatravel.com/wp-content/uploads/2014/09/images-1.jpg – 26/28 settembre 2014

ProgrammaPieghevoleElenco editori

BUK è una manifestazione ideata da Francesco Zarzana, organizzata dall’associazione culturale Progettarte, con la collaborazione del Comune di Modena, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Emilia Romagna e della Provincia di Modena.
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PASSAPAROLA, di Simon Lane

Pubblichiamo la prefazione (firmata da Francesco Forlani) del romanzo PASSAPAROLA, di Simon Lane (Ottolibri edizioni– traduzione di Cristina Ingiardi)

Chiuso nella cella di una prigione di Parigi, Felipe, un domestico filippino, prova a discolparsi dall’accusa di aver ucciso il suo capo, un procuratore generale, che in realtà ha trovato già morto sul tappeto di casa, la mattina che è andato a pulire. Nel tentativo di sbarazzarsi dell’uomo, Felipe ha infatti trascinato il corpo fuori casa per poi infilarlo in un bidone per la differenziata, bidone che ha spinto per mezza Parigi nel giorno più lungo dell’anno, e in piena Festa della Musica. Un viaggio surreale per consegnare il suo capo alle acque della Senna, e che Felipe racconta al suo avvocato grazie a un registratore, per convincerlo della sua innocenza. Perché no, Felipe non ha ucciso monsieur Charles. Ma se non è stato lui, allora chi?

* * *

Francesco Forlani
Le parole alle cose

 

«Mi piacciono i libri di Eva, le edizioni illustrate di grandi re e strane usanze. A volte madame Gregory invita Eva a casa sua e in queste occasioni, se madame è impegnata e io ho finito di lavorare e ho sistemato tutto, mi siedo con Eva e sfoglio i libri con lei. Siamo stati in molti posti insieme, sulla Grande muraglia cinese, sulle Ande e sul Machu Picchu, nelle steppe russe, in Australia e oltreoceano, a Tahiti. Una volta ho detto a Eva che le Filippine sono fatte di oltre settemila isole. Non mi credeva, naturalmente, dice sempre Nooo! quando le racconto qualcosa, non è che non sia d’accordo, è solo il suo modo di mostrare stupore davanti a cose che non ha mai sentito prima. Suppongo che sia come me sotto questo aspetto, perché anch’io sento che il mondo è un luogo di dimensioni e ricchezza impossibili, così grande e splendido che nessuna quantità di libri potrà mai descriverlo».

Non è vero che la vita sia un ostacolo alla letteratura. Mentono quelli che dicono che uno scrittore, per essere tale, debba soltanto scriverle, le storie, e andare in giro per librerie a presentarle con una premiata corte dei miracoli al seguito. Vi prendono per il culo, sfrontatamente, quando sostengono, tra la citazione di un formalista russo e le accorate dichiarazioni di un autore acclamato dalla critica, che l’aneddoto uccida la frase, l’esperienza zittisca l’immaginazione; vi raccontano balle quando affermano che vivere le cose significhi annullare di colpo le distanze, e dunque non poterle osservare, né tantomeno descriverle come si deve in modo da poterci vivere, di scrittura. Mentono, spudoratamente, ma soprattutto non conoscono nulla della letteratura come arte della macelleria, del fatto che uno stile incida solo quando ci vada di mezzo la vita. Non è vero. Mentono o semplicemente non vivono. Quando le parole stanno alle cose come una seconda pelle, quando vibrano, sentono cattivo, sanno di alcol, vestono le esperienze seppure per pochi attimi è solo per riempire il vuoto che la vita ti lascia ogni volta che se ne va; scrivere è dare un senso a quelle assenze, alla ripetizione generale che non prove richiede a chi si avventuri fin lì ma solo un’autentica consapevolezza del mistero che è dietro ad ogni cosa, dentro ogni parola. Leggi tutto…

SABIRFEST: dal 25 al 28 settembre 2014 (a Messina)

SabirFest - Vivere il MediterraneoI Edizione di SabirFest Vivere il Mediterraneo: dal 25 al 28 settembre 2014, a Messina
Una manifestazione che a partire proprio dal Mediterraneo e dal Meridione propone spazi e occasioni per vivere la cultura, ascoltarla, leggerla, assaggiarla e sperimentarla attivamente.
https://i1.wp.com/www.javan24.it/public/Javan24/News/Entertainment/20140923_080108-1410378672_10550048_317081265130826_5940544006523689348_o-700x279.jpg
Quattro sono le sezioni di SabirFest : SabirFestivalcon incontri, reading, laboratori, musica e rappresentazioni teatrali; SabirLibri la fiera dell’editoria;  SabirSuq il mercato con merci, sapori e odori dal Mediterraneo; SabirMaydan il forum sulla cittadinanza mediterranea.
I temi trattati al SabirFestival saranno diversi, dalla letteratura, all’arte, dalla gastronomia alle migrazioni, dalla poesia alle rivoluzioni mediterranee.
Gli ospiti del Festival saranno circa 50, tra cui ricordiamo Luigi Lo Cascio, Marcello Fois, Marco Aime, Vincenzo Pirrotta, Paola Caridi, Farouk Mardam Bey, Antonella Agnoli, i Fratelli Mancuso.
Molti altri ospiti inoltre verranno da tutto il Mediterraneo per SabirMaydan, sezione a cura del COSPE, tra cui Lina Ben Mhenni, Pietro dall’Oglio, Nathalie Galesne, Kamal Lahbib.

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GIUSEPPINA NORCIA: Siracusa. Dizionario sentimentale di una città

norciaGIUSEPPINA NORCIA: Siracusa. Dizionario sentimentale di una città (VandA ePublishing)

di Simona Lo Iacono

E’ l’alba. Siracusa si sveglia.
Scalpitano i primi passi sul selciato, garriscono i gabbiani.
Sulla vetta della cattedrale, dove prima sfavillava lo scudo d’Atena, si scioglie il sole.
Ecco i barconi carichi di reti che tornano borbottando, mentre i pescatori storditi dal sonno gettano la corda dalla prora.
Ecco la bottega artigiana schincagliare i suoi ciondoli marini, misti a stelle porose e a sassi di lava.
Ecco la vita, passata e presente, che si mescola sotto gli occhi esterrefatti di un turista.
Ogni mattina così, da mille e più anni, in mille e più risvegli sovrapposti, ognuno dei quali ha lasciato una traccia misteriosa, un segnale da codificare, una cicatrice e una ferita.
Come se Siracusa non potesse che essere la somma di ogni tempo e di ogni condizione, di tutte le resurrezioni e di tutte morti.
Per questo non stupisce che nel traffico delle auto, in mezzo ai clacson che strepitano e ululano, si affaccendino ancora calzolai e sarti operosi, che arricciano la vista sull’ago.
Né che tra i passanti impegnati in frettolose faccende, spassino i fantasmi dei coreuti o dei sacerdoti che andavano a pregare nel vicino tempio d’Apollo.
Una confusione di stati e secoli, dunque, Siracusa, di vivi e di trapassati, di chiese nuove erette sulle scaglie di antichissimi templi. Di nomi greci (Gelone, Teocrito, Pindaro) sussurrati tra quelli moderni.
Come raccontarla, allora, senza perdere l’incanto di questa sua indistricabile corposità? Dell’antico come del nuovo, del sacro come del profano, del mitico come dell’ordinario?
Per Giuseppina Norcia non è stato difficile.
Siracusana e laureata in lettera classiche, Giuseppina, che ha lavorato per oltre un decennio presso l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, da moltissimo tempo studia la cultura classica e le sue “persistenze” nella contemporaneità.
Con “Siracusa. Dizionario sentimentale di una città” (VandA ePublishing) ha calendato un alfabeto tutto amoroso e senza tempo, in cui ad ogni lettera segue non una definizione ma un sussurro, un gemito, un riconoscimento.
Vocali che ricordano la bellissima Ninfa trasformata in acqua e proveniente dal regno delle notturne esperidi (A, come Aretusa).
Consonanti che dicono della materia di cui Siracusa è fatta, tutta impressa di luce propria (C, come cave di pietra).
Lettere che invocano nomi (D, come Dionisio), scrittori (V, come Vittorini), cibi fragranti e colorati (Z,come zucchero).
Un abecedario dei sensi e della memoria, che non si limita a indicare luoghi ma a riviverli in una sconcertante attualità, rendendo omaggio a quella frotta di dèi del passato che ancora sovrastano il nostro cielo, e agli uggiolanti canti che ancora fanno trepidare le scalinate del vecchio teatro.

– Giusi, le chiedo ancora scossa dalla meraviglia di queste pagine, com’è nato questo viaggio nella Siracusa del nostro tempo e di tutti i tempi?
Talora intraprendiamo viaggi senza neanche accorgercene. Questo accade soprattutto con i percorsi interiori che hanno un tempo emotivo e il dono dell’invisibilità.
Di Siracusa ho sempre amato la luce e questa pietra bianca scavata dall’acqua, la roccia da cui la città è stata ‘estratta’ e forgiata come se fosse una scultura vivente.
Credo che i primi semi di questo libro risalgano ai miei vent’anni, quando studiavo lettere in Lombardia e trascorrevo molti mesi lontana dalla Sicilia: ad ogni ritorno visitavo luoghi (che tra l’altro, paradossalmente, erano spesso oggetto dei miei studi universitari) e trascorrevo interi pomeriggi nell’isola di Ortigia che molti giovani come me stavano riscoprendo, dopo anni bui, di dimenticanza. Tra i testi e gli appunti di quel periodo ho ritrovato frasi e spunti che avrei riutilizzato, senza accorgermene, molto tempo dopo, scrivendo questo libro.

– Il titolo “dizionario sentimentale”, già fa comprendere la assoluta originalità del viaggio che tu proponi, perché la caratteristica del dizionario dovrebbe essere quella di dare aride definizioni, mentre invece tu – lettera dopo lettera – introduci il lettore in una narrazione colma di suggestione, che attinge al mito e alla storia, alla fantasia e alla realtà. Perché narrare Siracusa attraverso l’alfabeto? Leggi tutto…

IN VIAGGIO CON ALESSANDRO MANZONI – Massimiliano Finazzer Flory a Catania (3 ottobre)

IN VIAGGIO CON ALESSANDRO MANZONI – Massimiliano Finazzer Flory a Catania 

Venerdì 3 ottobre ore 20:00 

Università degli Studi di Catania – Auditorium “Giancarlo De Carlo”  

Piazza Università 2 – Catania

Il Teatro in biblioteca, in ogni regione italiana

prosegue il tour

IN VIAGGIO CON ALESSANDRO MANZONI

Dopo i successi a Verona Biblioteca Capitolare, con diretta mondiale su Tele Pace; Roma Biblioteca Angelica; Napoli Biblioteca Nazionale; Palermo Archivio di Stato; Varese Villa Panza; Udine Biblioteca Civica Joppi; Bergamo Biblioteca Angelo Mai; Modena Accademia Militare; Bologna Biblioteca Universitaria; Pisa Biblioteca Comunale; Venezia Biblioteca Nazionale Marciana fino  dicembre 2014 in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, la Direzione Generale per le Biblioteche, la Direzione Generale per lo Spettacolo dal Vivo e con il patrocinio del Centro Nazionale Studi Manzoniani, Massimiliano Finazzer Flory, regista e attore, metterà in scena I promessi sposi in tutte le 20 regioni italiane con oltre 40 spettacoli.
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ARRIVANO I PAGLIACCI, di Chiara Gamberale (un estratto del libro)

Pubblichiamo un estratto del romanzo ARRIVANO I PAGLIACCI, di Chiara Gamberale (Mondadori)

«Come posso fare a leggere Arrivano i pagliacci? E’ l’unico fra i tuoi libri che non si riesce più a trovare in libreria» ha chiesto un lettore a Chiara Gamberale durante una sua presentazione. Così si è pensato di riproporre questo romanzo – nucleo generativo importantissimo nel suo percorso – revisionato dall’autrice.

“Arrivano i pagliacci” uscì nel 2003 per Bompiani e per questa riedizione mondadoriana la Gamberale ha rimesso mano al testo, alla storia di Allegra Lunare, e a tutti gli oggetti che raccontano la casa in cui ha vissuto per tutta la vita. Allegra infatti scrive una lunga lettera ai nuovi inquilini, raccontandogli attraverso gli oggetti rimasti in quella casa aneddoti e amori che hanno segnato la sua vita, e quella casa. E così scopriamo la sua bizzarra famiglia, il papà intellettuale, la madre americana naïf e il fratello affetto dalla sindrome di Down, Giuliano detto Giù.

Intorno, un coro di personaggi buffi e allo stesso tempo malinconici. Si può dire che come tipologia di romanzo preannuncia  “La luce nella casa degli altri”.
 «Ho scritto Arrivano i pagliacci quattordici anni fa: avevo ventidue anni, ero alla ricerca pazza di non sapevo neanche io che cosa e quello che scrivevo lo era con me. Quando si fa così il rischio è quello di dare voce a un’urgenza, anziché riflettere bene per dare urgenza a una voce. E forse l’ho corso.» Così scrive nella Nota che chiude questo romanzo Chiara Gamberale, che su quel testo giovanile ha rilavorato con passione.
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La storia

Allegra Lunare ha vent’anni, è nel momento in cui la vita, per molti, comincia: invece per lei finisce, e deve trovare il coraggio per iniziarne una tutta nuova. Allora Allegra scrive: per non avere paura, per salvarsi l’infanzia, per non dimenticare il senso delle persone e delle cose che sono stati il suo mondo fino a quel momento. Scrive una lettera ai nuovi inquilini che abiteranno la casa dove ha vissuto con la sua bizzarra famiglia, e prende spunto dagli oggetti che rimangono nell’appartamento e di quei pochi che porterà con sé. Ognuno di essi racconta una storia: quella di suo padre, universitario rivoluzionario, e della mamma, giovanissima modella americana; la nascita di suo fratello Giuliano, con la sindrome di down; l’amore magico tra Adriana e Matilde; l’incontro strepitoso con Zuellen, che è affamata d’amore e sa trasformare tutto in qualcos’altro; le cose che ha imparato a teatro e al circo, la più importante: che dopo il numero dei trapezi – quando trattieni il fiato e la felicità sembra spezzarsi a ogni passo – arriva sempre il numero dei pagliacci… La scrittura di Allegra procede come il respiro veloce della giovinezza, quando si ha fretta di capire: per libere associazioni, per assonanze del cuore, accostando ai sentimenti cose che ne sono i correlativi oggettivi, e che spesso li esprimono con molta maggior potenza. Il suo sguardo si posa su ogni spazio da una prospettiva inattesa, filtrato dalle lenti colorate con cui ha imparato a osservare la vita per non essere lambita dalle sue ombre: e ci restituisce un’istantanea sorprendente, candida e acutissima al tempo stesso.

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un estratto del romanzo ARRIVANO I PAGLIACCI, di Chiara Gamberale (Mondadori)

Insomma, fu questione d’istanti se papà e Adriana si abbracciarono appena prima che io sul letto matrimoniale con gli gnomi ai quattro pomelli uscissi fuori fra le gambe aperte sudate della mamma e mi tuffassi nel mondo; questione di pochi istanti se almeno quel giorno la scena fu tutta di questa bambina nuova che arrivava e che per un momento sembrava dire che il cancro la Dc l’handicap e il ventisette del mese erano solo degli scherzi, di cattivo gusto sì, ma comunque degli scherzi, e la verità era solo lì, adesso, in un’altra voce che avrebbe imparato a canticchiare c’era una volta un piccolo naviglio, in un’altra testa dove il mondo sarebbe stato inventato, in una mano che avrebbe scarabocchiato case e firmato bollette, in una faccia che si sarebbe riempita di brufoli punti neri e rughe, in un cuore che sarebbe stato preso a morsi, a strappi, a carezze, in qualcuno che, anche solo per un decimo di secondo, magari mangiando la prima ciliegia dell’estate, avrebbe pensato: eh, sì. Io esisto. Esisto davvero.

Sono nata il 20-02-1980 e mi chiamo Allegra Lunare. Leggi tutto…

Naxoslegge: Per non morire di sicilitudine (22 settembre)

Naxoslegge: Per non morire di sicilitudine (22 settembre)

22 settembre | 18:15 – 19:45 – Lungomare Schisò, 1, Giardini Naxos, Messina

Incontro con Angelo Orlando Meloni, Rosario Palazzolo, Guglielmo Pispisa e Daniele Zito.

Coordina Massimo Maugeri.

sicilitudine

(Di seguito, approfondimenti sui nuovi romanzi dei quattro scrittori coinvolti)
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TAOBUK: Federico De Roberto, Francesco Piccolo, Piero Pelù (26 settembre)

TAOBUK 2014: Federico De Roberto, Francesco Piccolo, Piero Pelù (26 settembre)

taobuk 26 settembre

ORE 18.30
TEATRO ANTICO TAORMINA
Serata conclusiva del Festival

(leggi, di seguito, gli approfondimenti)
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Uno scrittore allo specchio: ALDA MERINI

Uno scrittore allo specchio: ALDA MERINI

di Simona Lo Iacono

Lo specchio lascia solo un angolo libero, quello in basso a destra, per il resto è un corpo carico di segnali.
Numeri di telefono, per lo più, scritti alla rinfusa e con il rossetto. Li traccio velocemente e senza mai annotare a chi appartengano, e adesso sono un inno alla mia smemoratezza. Vagano orfani, in cerca di un nome.
Anche io sono così, non faccio che cercarmi, e tutti i giorni invoco un padre, come i miei numeri. Non l’ho trovato, perché Lui è stato più veloce e ha trovato me, si è chinato su questi capelli indisciplinati, sulle unghie lunghe e laccate imperfettamente, sull’indice e sul medio con cui trattengo la sigaretta.
Gli è piaciuta la collana lunga di perle finte, la bocca arrossata, il disordine della mia casa sul naviglio, dove Milano si riflette sempre attraverso un velo di nebbia. Gli è piaciuto che lo invocassi in certe sere di solitudine, vieni Padre, parlami Padre, scendi sulla carne addolorata, sul passo incerto da viandante, sui martirii della mancanza di compassione.
Così, adesso, ci crogioliamo insieme allo specchio, io e il Padre, ci facciamo spazio tra i numeri dipinti e sbavati, io non vedo me stessa ma vedo Lui, e Lui non vede se stesso, ma vede me.
Mi piace perché è un esperto delle asimmetrie, ama senza essere riamato, parla senza essere ascoltato, versa lacrime che nessuno asciuga. S’impiglia in questa nostra umanità feroce e sgraziata, la benedice, la perdona.
Per il mondo è pazzo come il peggiore dei visionari, ed è per questo che – in fondo – mi piace, perché in manicomio ho imparato ad amare proprio queste esagerazioni che nessuno vuole ricondurre alla ragione, che i più bollano come follia. Anche se proprio lì, nei luoghi della mancanza di senno, ho trovato la vera saggezza.
Non sarà allora che questa pazzia che fa tanta paura, è solo una di quelle asimmetrie che sperimenta il Padre? E che nasca da chi, amando, non è amato, parlando, non è ascoltato, piangendo, non è consolato? Non sarà, Padre, che i pazzi sono i più tumefatti?
E mentre blatero allo specchio, i numeri arrancano in salita, prendono a muoversi e a ballare, si trasformano in lettere dell’alfabeto e poi in versi.
D’altra parte perché stupirsi. E’ questa la poesia: numeri che – per la magia del Padre – si umanizzano. Leggi tutto…

LentaMente a SLOW 2014

lentamente - floridiaLentaMente a SLOW 2014

Conversazione con Salvo Sequenzia

di Massimo Maugeri

Nell’ambito delle iniziative di SLOW 2014, a Floridia (Sr), sabato 20 settembre, alle h. 19, si svolgerà un incontro intitolato “LentaMente: parole, idee, territorio“, curato e coordinato dal semiologo, saggista e letterato Salvo Sequenzia. Parteciperanno alla conversazione: Silvio Aparo (editore), Alina Catrinoiu (redattrice rivista Le Fate), Roberto Fai (Collegio Siciliano di Filosofia, docente universitario), Giuseppe Giglio (critico letterario), Ivan Manzella (musicista), Giuseppina Martinez (artista, medico), Carlo Muratori (cantautore, direttore rivista Le Fate).
Ne discuto con lo stesso Salvo Sequenzia, che modererà l’incontro…

Caro Salvo, spiegaci in cosa consiste l’iniziativa “Slow 2014”?
Il festival internazionale “Slow” è una iniziativa nata dall’intuizione di un gruppo di intellettuali, di associazioni e di imprese presenti sul territorio che, attraverso questo evento, lanciano una proposta concreta di sviluppo del territorio alternativa alle tendenze, oggi pervasive, in cui economia, finanza e potere tecnocratico, nelle mani di pochi individui, condizionano scelte e stili di vita sugli scenari globali distruggendo i valori e i modelli comportamentali che hanno improntato, da secoli, per generazioni di individui, le forme di convivenza, le economie “dolci” che scandivano i flussi di sviluppo legati alle specificità e alle risorse di un territorio.
Il mercato è un meccanismo freddo: fissa solo le regole del gioco – offerta e domanda – però manca di valori. Slow ritiene che i valori, nel mercato, dovrebbe metterceli la cultura, che stabilisce gerarchie di senso e di significato, tra ciò che è importante è ciò che non lo è per la nostra esistenza. La cultura è tradizione, memoria, appartenenza e vissuto collettivo, territorio.
Contro la massificazione e l’annientamento della originalità di un territorio e di una comunità, caratterizzate da un proprio statuto antropologico – che varia da un luogo all’altro – SLOW propone di tornare ad interpretare il “genius loci” come scelta di vita e come metodo per organizzare forme di sviluppo e di crescita compatibili con la dimensione dell’umano, dimensione che oggi vacilla sotto i colpi della omologazione, del conformismo culturale e della tecno-economia, che impongono la legge violenta della de-territorializzazione, sradicando l’individuo dal tessuto connettivo e memoriale del “ghenos” e della terra a cui appartiene.
“Slow”, in tal senso, si articolerà in eventi che faranno incontrare il pubblico con il territorio: percorsi eno-gastronomici, tavole rotonde su argomenti legati alla bio-economia e alla green economy, seminari di riflessione teorica sulla “decrescita felice” con la partecipazione di personaggi del calibro del filosofo francese Serge Latouche, il teorico del ritorno ai ritmi “lenti” del vivere; e, ancora, concerti, conferenze sulla medicina alternativa, sulle tradizioni e la cultura locali viste da una prospettiva “sprovincializzata”, in un rapporto “tensivo” tra locale e globale. E, continuando, incontri con intellettuali, musicisti, studiosi ed esperti di varie discipline che si confronteranno su temi e problematiche riguardanti il territorio. Tutto, ovviamente, all’insegna della “lentezza”.

– Hai organizzato la conversazione “LentaMente: parole, idee e territorio”. Quale obiettivo si prefigge questo incontro? Leggi tutto…

RESPIRA, di Valeria De Luca (la recensione)

RESPIRA, di Valeria De Luca (Ianieri edizioni)

I bambini salvano il mondo

di Giuseppe Giglio

Recensendo Il mondo salvato dai ragazzini (1968), della sua grande amica Elsa Morante, Cesare Garboli diceva del tema di fondo di quel gran libro (che era già un classico al suo apparire): «la rivolta contro l’irrealtà, la liberazione dalle false immagini mutilate e ottuse della realtà  in cui viviamo». E proprio quella rivolta e quella liberazione sono le fibre del robusto e sottile fil rouge che innerva Respira, il nuovo romanzo di Valeria De Luca (abruzzese, trapiantata a Roma), da poco in libreria per i tipi del raffinato Ianieri Editore. Un racconto lungo, più che un romanzo, dove il pensiero di uno dei maggiori esponenti della fenomenologia francese del Novecento, Maurice Merleau-Ponty, è come disciolto in un originale amalgama narrativo: a rendere visibile l’invisibile (per dar subito luce al nucleo dell’universo filosofico del transalpino), a «salvare tutti quelli che, in un modo o nell’altro, non vogliono più essere dei morti che camminano».
E così, nella Roma dei giorni nostri, in mezzo ad una «società imbottita di illusioni, cocaina e disperazione», un giovane di umili origini (che è anche l’io narrante, e che presto deve fare i conti con le asprezze della vita: a cominciare dalla perdita della madre, che lo aveva cresciuto da sola, lui che da bambino si era inventato la favola di un padre in guerra in una terra lontana), appassionato di cinema, si fa largo nel caotico e difficile mondo universitario, rapito dal sogno di leggere e far leggere il mondo attraverso il pensiero, le idee. E da precario docente di filosofia, quel ragazzo poco più grande degli studenti incanta il suo pubblico (sempre numeroso), grazie ad una sciamanica capacità di raccontare i filosofi, i loro pensieri, le loro storie, come se fossero i pensieri e le storie di tutti. Con quell’immediatezza, con quella fascinazione che appartengono al miglior cinema. E sempre tenendo con sé Il visibile e l’invisibile, il libro fondamentale del suo amato Merleau-Ponty. Che aveva ridato voce, la sua voce, all’antico conosci te stesso: attraverso l’ascolto di quella «cosa che sente» che è il corpo; che è anche condizione necessaria dell’esperienza della vita e del mondo, oltre che di se stessi: «è il corpo soltanto che può condurci alle cose». Ma non sa ancora, l’io narrante (volutamente senza nome, come chi è in cerca della propria identità, del senso del proprio stare al mondo), dello sbandamento che lo attende: quando da Roma vola a Londra, dopo il dialogo con un singolare allievo, a chiusura di un ciclo estivo delle lezioni universitarie. Lì, tra le prime nebbie della capitale inglese, incontra Véronique, «bella sino all’inverosimile»: un «essere perfetto», divino e insieme demoniaco, che lo imprigiona in una vertigine amorosa senza scampo. Poi, improvvisamente, il buio. E l’inizio, per lui, del deragliamento: una fuga da sé, dal proprio essere, che pare non aver fine. Leggi tutto…

NAXOSLEGGE 2014 – 18/26 settembre


 

NAXOSLEGGE 2014: Giardini Naxos – 18-26 settembre

Torna a Giardini Naxos (Me), dal 18 al 26 settembre 2014, Naxoslegge: il festival dei libri e della letteratura diretto da Fulvia Toscano.

Molti incontri, eventi ed appuntamenti che coinvolgeranno tantissimi autori e personalità, tra cui: Vittorio Sgarbi, Fulvio Abbate, Emanule Trevi, Gaetano Savatteri, Giuseppe Conte e Davide Rondoni.

Il programma è disponibile qui

(di seguito, la brochure con gli eventi: clicca sull’immagine per ingrandirla)
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TAOBUK 2014: 20/26 settembre

TAOBUK 2014: 20/26 settembre 2014

Dal 20 al 26 settembre ritorna a Taormina Taobuk: il festival letterario, ideato e diretto da Antonella Ferrara con la collaborazione di Franco Di Mare. A partire da quest’anno verrà istituito anche un premio: il Taobuk Award. La sua prima edizione vedrà come premiato Luis Sepulveda.

Anche quest’anno, diversi ospiti di prestigio, tra cui: Alan Friedman,  Giancarlo De Cataldo,  Nicola Piovani, Francesco Piccolo, Giuseppe Cazzottella, Piero Pelù, Santo Piazzese, Alessia Gazzola e tanti altri.

Il pdf del programma è disponibile cliccando qui.
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CECITÀ, di José Saramago (la recensione)

CecitàCECITÀ, di José Saramago (Einaudi)

Saramago e l’oscurità dell’animo umano

di Katya Maugeri

Pochi paragrafi, solo punti e virgole e niente virgolette a delimitare i dialoghi. Un flusso di pensieri, assenza di punteggiatura. Un romanzo, un esperimento sociologico, si tratta di “Cecità” titolo originale “Saggio sulla cecità”, romanzo dello scrittore premio Nobel per la letteratura portoghese José Saramago, pubblicato nel 1995.

“Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.”

Inizia così il romanzo di Saramago, ambientato in un tempo indefinito, in un luogo non precisato, in cui, improvvisamente, a causa di un’inspiegabile epidemia la popolazione si ritrova cieca, inondata da un’intensa luce bianca simile a un “mare di latte”.
I personaggi rimarranno anonimi, si distinguono solo per alcune connotazioni sociali o fisiche.
Incontreremo “il medico”, “la moglie del medico” “il ragazzino dall’occhio strabico” “la ragazza dagli occhiali scuri”, “il primo cieco”. Ssaranno gli occhi della moglie del medico ad accompagnare il lettore durante la lettura. Le reazioni emotive, psicologiche dei protagonisti sono atroci: le “vittime”colpite dall’epidemia vengono rinchiuse in un ex manicomio per la paura del contagio, per tutelare l’intera popolazione. E qui, in questo luogo che diventerà scenario di eventi deplorevoli, vivranno momenti di clausura e convivenza forzata, rivelando l’orrore dell’uomo quando si ritrova in un ambiente privo di controllo e di “quieto vivere” trasformandolo in bestia primitiva, privo di ogni condizionamento civile.
Nel suo crudo romanzo, Saramago mette in rilievo la metafora di un’umanità primordiale e feroce, incapace di vedere con lucidità e distinguere le cose su una base razionale, ne deriva un saggio sul potere e la sopraffazione, sull’indifferenza e l’egoismo, una forte denuncia del buio che pervade l’animo umano. Il buio della ragione in cui, in una condizione di panico estremo, l’uomo rivela il peggio di sé, anteponendo la cattiveria, l’irrazionalità, la brutalità alla ragione. Citando proprio uno dei personaggi :“è di  questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”.
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GIORGIO FONTANA vince il PREMIO CAMPIELLO 2014

giorgio fontana - campielloGIORGIO FONTANA vince il PREMIO CAMPIELLO 2014

Giorgio Fontana vince il Premio SuperCampiello 2014 con il romanzo “Morte di un uomo felice” (Sellerio), beneficiando di 107 voti sui 291 arrivati dalla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi.

Secondo classificato, Michele Mari con il romanzo d’avventura “Roderick Duddle” (Einaudi) che ha avuto 74 voti .Di seguito: Giorgio Falco con “La gemella H” (Einaudi), 36 voti; e Fausta Garavini con “Le vite di Monsu Desiderio” (Bompiani) 31 voti.

La cerimonia di premiazione andrà in onda mercoledì 17 settembre alle ore 23.00 su LA7.

Morte di un uomo feliceLa scheda del libro

«Giorgio Fontana ha scritto un romanzo – lucido, bellissimo – che ancora mancava. Un romanzo che stavo aspettando. Attraverso la storia del magistrato Colnaghi, il suo sguardo, la sua solitudine, riesce a penetrare la dimensione della vita quotidiana al tempo del terrorismo… Che questo libro delicato, tagliente e doloroso sia stato scritto da un narratore italiano nato nel 1981, lo stesso anno in cui il suo protagonista viene assassinato, è per me fonte di consolazione. E di speranza» (Benedetta Tobagi).

Milano, estate 1981: siamo nella fase più tarda, e più feroce, della stagione terroristica in Italia. Non ancora quarantenne, Giacomo Colnaghi a Milano è un magistrato sulla linea del fronte. Coordinando un piccolo gruppo di inquirenti, indaga da tempo sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell’assassinio di un politico democristiano. Il dubbio e l’inquietudine lo accompagnano da sempre. Egli è intensamente cattolico, ma di una religiosità intima e tragica. È di umili origini, ma convinto che la sua riuscita personale sia la prova di vivere in una società aperta. È sposato con figli, ma i rapporti con la famiglia sono distanti e sofferti. Ha due amici carissimi, con i quali incrocia schermaglie polemiche, ama le ore incerte, le periferie, il calcio, gli incontri nelle osterie.

Dall’inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, che lo lasciò bambino morendo in un’azione partigiana. Quel padre che la famiglia cattolica conformista non poté mai perdonare per la sua ribellione all’ordine, la cui storia eroica Colnaghi ha sempre inseguito, per sapere, e per trattenere quell’unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla.
L’inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra uffici di procura e covi criminali, tra interrogatori e appostamenti, e andrà a buon fine. Ma la sua coscienza aggiunge alla caccia all’uomo una corsa per capire le ragioni profonde, l’origine delle ferite che stanno attraversando il Paese. Si risveglia così il bisogno di immergersi nella condizione degli altri, dall’assassino che gli sta davanti al vecchio ferroviere incontrato al bar, per riconciliare la giustizia che amministra con l’esercizio della compassione. Una corsa e un’immersione pervase da un sentimento dominante di morte. Un lento disvelarsi che segue parallelo il ricordo della vicenda del padre che, come Giacomo Colnaghi, fu dominato dal desiderio di trovare un senso, una verità. Anche a costo della vita.
Insieme al precedente romanzo di Giorgio Fontana, Per legge superiore, anche Morte di un uomo felice riflette sulla giustizia, le sue possibilità e i suoi limiti.

Riproponiamo, di seguito, la recensione di “Morte di un uomo felice” (Sellerio) e l’intervista a Giorgio Fontana (curate da Simona Lo Iacono) già pubblicate su LetteratitudineBlog.

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MORTE DI UN UOMO FELICEMorte di un uomo felice, di Giorgio Fontana (Sellerio, 2014)

Recensione del romanzo e intervista all’autore

di Simona Lo Iacono

C’è un rapporto, viscerale e sempre sanguinante, tra giustizia e letteratura.
Sin dall’antichità, l’uomo si è interrogato, ha consultato Pizie e Dèi parlanti, ha cercato nel volo degli uccelli segnali profetici, per poi comprendere che le risposte risiedono dentro di noi.
Né questa ricerca è mai stata solo giuridica, o si è potuta risolvere unicamente nella codificazione. Ma ha avuto la necessità di addentrarsi nel cuore delle storie. E di raccontare non solo l’amore per la giustizia, ma anche il dolore della sua perdita.
Solo le storie, infatti, fanno affondare i concetti nel cuore, nel fango, nella caduta e nella resurrezione. E nell’uomo. Nelle piaghe dei suoi errori, nella struggente ansia di trovarsi.
Così, non dobbiamo solo ai giuristi la conquista della coscienza e della pietà umana, ma ad una donna, Antigone, narrata da parole e versi, urlata nei teatri e negli anfiteatri del mondo.
Né possiamo imputare l’evoluzione della civiltà alla sola codificazione, ma ad un coro di romanzieri e personaggi letterari, che a buon diritto possono dirsi coautori della costruzione di un ideale di bene comune.
Dunque, ricerca della giustizia e senso delle storie sono sorelle. E sono sorelle perchè complici della medesima segreta afflizione: trovare un significato, dare fondamento al mistero dell’esistenza.
Questo intreccio segretissimo e intimo, pare affiorare con potenza nell’ultimo romanzo di Giorgio Fontana, “Morte di un uomo felice” (Sellerio).
Giacomo Colnaghi è magistrato, e come tale è uomo di diritto e di giustizia.
In una Milano degli anni ottanta inquieta e già ossessionata dai vizi capitali del secolo (ricerca del potere, corruzione, caduta degli ideali della storia passata), cerca.
In apparenza è solo sulle tracce di una banda armata, responsabile della morte di un politico.
Ma la sua ricerca è molto più lacerante e antica.
Figlio di Ernesto, un partigiano che è morto durante un’azione, e che ha sconvolto la famiglia con la sua ribellione, Colnaghi è afflitto da domande sul senso della vita e della morte, sulla vera dimensione del bene e del male, sull’esistenza in un Dio nel quale crede ma a cui non riesce a tenere nascosti i suoi dubbi.
E’ lacerato, Colnaghi, è intuitivo, è – soprattutto – un uomo del suo tempo, ma con alle spalle l’esperienza eroica di un padre che – contro tutti, contro tutto – ha lasciato la vita per rincorrere un ideale.
Colnaghi non cerca dunque solo risposte giudiziarie. O meglio. Le piste investigative sono le tracce di un’altra ricerca, quella di un mondo spaesato, irriverente, dolentissimo, che gradualmente perde senso del mistero e del pudore, infliggendo all’Italia (quell’Italia che suo padre aveva fondato sulla riconquista della dimensione ideale) un destino da figlia perduta cui solo la compassione può salvare l’anima.
Il tempo di Colmaghi, allora, è il tempo di questa pietà che – come quella di Antigone – non si rassegna alla sola normatività, ma fa appello al valore del sangue versato, del sogno, della conquista di una giustizia che non è solo risposta a un reato, ma vocazione intima, troppo spesso profanata, dell’animo umano.
Vita e giustizia si aggrovigliano, rimandano l’una all’altra e si completano febbrilmente e drammaticamente, quasi a suggerire che scegliere l’una senza l’altra equivale a morire, mentre la morte vera (finanche quella sperimentata da un partigiano contro il volere della sua famiglia) non è morte, ma vita, se c’è significato, motivo della ricerca.
Allora, la fine di chi compie un simile viaggio, non è inutile.
E’, piuttosto, la morte di un uomo felice.

Chiedo dunque a Giorgio Fontana di parlarci dell’importanza di questa ricerca. E di quanto, in essa, conti ripercorrere le strade passate, dare valore alla morte di chi ci ha preceduto.

In quest’ottica, qual è il significato del rapporto tra padre e figlio, nel romanzo?
Credo sia il nodo centrale dell’intero libro. In effetti, benché Morte di un uomo felice sia diverse cose e possa essere letto, credo, in molti modi – come un romanzo storico, un’interrogazione sulla giustizia e così via – per me rimane innanzitutto la storia di un padre e di un figlio. La consegna di un’eredità e il bisogno di non dissiparla. Ma più che di “significato” parlerei proprio della relazione umana in quanto tale, della sua centralità: sono sempre molto restio ad attaccare “significati” ai miei personaggi.
– Senso della vita e della morte. Il romanzo appare la metafora di un connubio necessario tra ricerca di senso e giustizia. Così che la morte non coincide con la fine, ma con la mancanza di questa ricerca. E’ così? Leggi tutto…

FESTIVAL FILOSOFIA 2014

FESTIVAL FILOSOFIA 2014: 12, 13, 14 settembre 2014

DALLA GLORIA ALLA CELEBRITA’

programma completoprogramma filosofico programma creativo  – programma in pdf

NOI SIAMO DESDEMONA – intervista a Maria Rita Pennisi

NOI SIAMO DESDEMONA, AA.VV. (Algra editore), a cura di Maria Rita Pennisi

di Massimo Maugeri

Parecchio tempo fa Maria Rita Pennisi mi aveva rivelato il desiderio di poter realizzare un’opera letteraria che si prefiggesse come obiettivo quello di stigmatizzare la violenza alle donne (il c.d. “femminicidio”). Questo suo desiderio ha trovato riscontro nella curatela di una antologia di racconti, tutta al femminile, pubblicata di recente dalla giovane casa editrice siciliana Algra (dove, peraltro, Maria Rita ha partecipato con un proprio racconto). Le altre scrittrici coinvolte sono: Maria Attanasio, Angela Bonanno, Marinella Fiume, Lia Levi, Simona Lo Iacono, Mavie Parisi, Anna Pavone, Tea Ranno, Maria Lucia Riccioli, Maria Grazia Sclafani, Elvira Seminara. Ne parlo con la curatrice…

– Cara Maria Rita, come nasce questo libro? E qual è il suo obiettivo?
Caro Massimo, questo libro nasce da una mia idea scaturita dal dolore e dallo sdegno che provo per questo massacro di donne che si perpetua da anni e che sembra non potersi arginare in alcun modo. Io credo nella forza della scrittura e spero veramente che Noi siamo Desdemona sia letto più dagli uomini che dalle donne. Vorrei tanto che anche gli uomini, in qualche modo, facessero sentire, con forza, il loro no alla violenza sulle donne. Perché non sono gli uomini che infieriscono sulle donne, ma solo alcuni certi uomini, che per fortuna sono pochi. La violenza è sempre da condannare, ma quando è rivolta verso i più deboli è veramente inammissibile. L’idea del titolo del libro mi è sorta spontanea, perché penso che non ci possa essere personaggio più emblematico di Desdemona come vittima innocente della gelosia cieca di Otello, della cattiveria di Iago e della superficialità di Cassio. Compilare questa antologia è stato come riparare al torto che Otello le ha fatto spezzandole la vita.
Avvalersi dell’opera di tante autrici è stata una cosa bellissima. Con i nostri racconti, a tinte forti, abbiamo voluto rappresentare un vasto affresco di uomini e di donne ingabbiati nei loro destini, vittime e carnefici, legati insieme dal filo rosso della passione estrema.

– Proviamo ad accennare qualcosa sui racconti che compongono l’antologia. Il primo è quello di Maria Attanasio. Si intitola “Il verificatore insonne”. Di cosa parla?
Parla di un fatto di cronaca, che Maria ha reso letterario. Un sindaco del nord, che si vantava della sua integrità morale, che poi violentava e costringeva alla prostituzione della ragazze.

– Angela Bonanno, invece, ha scritto un racconto intitolato “Il peggior nemico della donna è una donna”…
Angela ha scritto un racconto che narra la storia di una donna sposata con un uomo violento che non riesce a lasciare e con cui ha un figlio. Il destino analogo della nuora non l’avvicinerà alla ragazza, né porterà a comprenderla.

-“Cosa rimane di lei. Storia di Maria Rita” è il titolo del racconto di Marinella Fiume. Cosa puoi dirci in proposito? Leggi tutto…

I VINCITORI DEL PREMIO BRANCATI 2014

I VINCITORI DEL PREMIO BRANCATI 2014: il 21 settembre, la premiazione

La Giuria del “Premio Letterario Brancati – Zafferana” ed. 2014, ha proclamato i seguenti vincitori:

Bella mia.SEZIONE NARRATIVA
Donatella Di Pietrantonio – Bella mia – Elliot

La storia di una donna che si ritrova a improvvisarsi madre, nonostante quell’idea di sé fosse stata abbandonata da tempo, con un adolescente taciturno e scontroso. E ciò che succede alla protagonista e io narrante di questo romanzo, quando la sorella gemella, che sembrava predestinata alla fortuna, rimane vittima del terremoto de L’Aquila. Il figlio Marco viene affidato in un primo tempo al padre, che però non sa come occuparsene. Prendersi cura del ragazzo spetta dunque a lei e alla madre anziana, trasferite nelle C.A.S.E. provvisorie del dopo-sisma. Da allora il tempo trascorre in un lento e tortuoso processo di adattamento reciproco, durante il quale ognuno deve affrontare il trauma del presente, facendo i conti con il passato. Ed è proprio nella nostalgia dei ricordi, nei piccoli gesti gentili o nelle attenzioni di un uomo speciale, che può nascondersi l’occasione di una possibile rinascita.

 

Delitto e perdono. La pena di morte nell'orizzonte mentale dell'Europa cristiana. XIV-XVIII secoloSEZIONE SAGGISTICA
Adriano Prosperi – Delitto e perdono – Einaudi

Come ogni dramma teatrale, ciò che manteneva alta la tensione degli spettatori era l’incertezza dell’esito. Erano in gioco due vite, quella del corpo e quella dell’anima e tutte e due rimanevano in pericolo fino alla fine: una fine che si prolungava oltre l’esecuzione, quando il corpo rimaneva esposto alla folla, talvolta squartato e infilzato sulle picche talvolta pendente dalla forca, talvolta ancora “sparato” dai chirurghi nel rito della “notomia” pubblica. La sorte del corpo e quella dell’anima entrarono a far parte dei dialoghi che si svolsero tra il condannato e la folla per incanalarsi poi all’interno del confronto tra il condannato e gli esperti nell’arte del conforto, i membri di confraternite che si specializzarono in questa funzione e che, fiorite inizialmente nell’Italia centrosettentrionale fra Trecento e Quattrocento, si diffusero in seguito in tutta Europa.

 

Tersa morteSEZIONE POESIA
Mario Benedetti – Tersa morte – Mondadori

In questo libro testimoniale, Mario Benedetti sembra volerci dire, con la sua sensibilissima e concreta parola, che una luce piana e discreta, una luce di umana verità, vive, sempre, anche nel dolore, nel senso acuto della perdita, nell’osservazione diretta o nel presagio stesso della morte. Utilizza elementi di un’esperienza personale radicata in luoghi e figure di una realtà intima e familiare, e li fa vibrare, nella loro semplicità materica e opaca, oltre i confini naturali, come emblemi vissuti di una condizione umana universale. Istituisce l’immagine di un suo doppio, di un sosia coinvolto nella cronaca infelice che si porta via nel tempo, o in un breve tempo, o in un tempo che è comunque sempre troppo breve, gli esseri umani che incarnavano i suoi maggiori legami affettivi, come la madie, il padre e un fratello, e riconduce tutto a un quadro di umile autenticità in cui si “impara a vivere poveramente”, in cui il primo attore o sosia riesce, o vi è costretto da necessità, a “vedere nuda la vita”. Nei suoi tremori, nei suoi umori cupi o risentiti, nella malinconia che lo pervade, pronuncia parole di saggezza persuasiva, di sofferta accettazione, affermando a malincuore che è comunque “giusto che io non veda questo mai più”. Il dissolversi delle umane cose implica, inevitabilmente, anche il loro allontanarsi nel già stato, nel passato, della morte, e dunque, anche, “evapora il morire”, mentre intorno l’inerzia dell’esistere prosegue il suo cammino nel “continuo affaccendarsi”.

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E la colpa rimaneSegnalazione speciale della Giuria “Stefano Giovanardi”per la raccolta di poesie “E la colpa rimane” di Paolo Lisi, casa editrice Passigli.

“… Uno dei cardini poetici di ‘E la colpa rimane’ risiede nell’incombenza allusiva a un pregresso, a un passato in contrapposizione a un divenire (‘quando tutto è ormai stato’ recita il titolo di una sezione), evidenziato sin dalla congiunzione ‘e’ che inaugura il titolo e che riporta con immediatezza il lettore a un vissuto, anche esistenziale se si vuole, ma di primo impatto definibile quasi come generazionale… Il poeta, nel suo continuo interrogarsi, sempre sostenuto con levità sul pedale dell’autoironia e della leggerezza, sembra ormai aver ‘preso le distanze’, aver ‘sconfinato verso un dove / che non misura i passi’. In altre parole è andato oltre se stesso dopo aver ‘capovolto la clessidra / e guardato gli anni / tuffarsi / nel tonfo dell’esistenza’. Ed è in questa interrogazione sullo scorrere del tempo in relazione alla propria esistenza che Paolo Lisi inaugura in ‘E la colpa rimane’ un rinnovato capitolo del proprio fare poetico provando a imprimere sulla ‘tela del divenire’ tutti i colori dell’essere.” (Dalla prefazione di Francesco Napoli)

La cerimonia di premiazione avrà luogo il 21 Settembre 2014 alle ore 20,00 a Zafferana Etnea.
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PREMIO CAMPIELLO 2014: sabato 13 settembre, il vincitore

Sabato 13 settembre verrà decretato il vincitore dell’edizione 2014 del PREMIO CAMPIELLO

Sabato 13 settembre la Cerimonia di Premiazione del vincitore, seguita per la prima volta da La 7 e in onda mercoledì 17 settembre in seconda serata.

Venezia – Si avvia alle battute conclusive la 52ª edizione del Premio Campiello, promosso e organizzato da Confindustria Veneto. Sabato 13 settembre al Gran Teatro la Fenice di Venezia si svolgerà la Cerimonia di Premiazione del vincitore, che per la prima volta verrà seguita da La 7. L’evento andrà in onda mercoledì 17 settembre alle ore 23.00.

Lo spettacolo sarà condotto per il secondo anno consecutivo da Neri Marcorè e Geppi Cucciari, che sul palco della Fenice presenteranno un mix di contenuti culturali e intrattenimento. La regia è stata affidata a Cristian Biondani, per un format che vuole essere non solo un evento di premiazioni, ma un racconto che pone al centro i libri, gli scrittori finalisti e le loro storie. Ad arricchire la serata, la voce di Renzo Rubino, cantautore italiano classificatosi al terzo posto al Festival di Sanremo 2014, nella categoria Campioni, con il brano Ora.


Gli appuntamenti conclusivi del Premio Campiello prevedono inoltre una serata di gala esclusiva venerdì 12 settembre alle ore 19.00 al Casinò Municipale di Venezia, con la consegna ai cinque finalisti del Premio Selezione Giuria dei Letterati. La Giuria, per questa edizione presieduta dall’attrice Monica Guerritore, ha selezionato la cinquina finalista lo scorso 30 maggio a Padova.
Sabato 13 settembre alle 11.00 al Museo Correr di Venezia è in programma la conferenza stampa finale del Premio, condotta dalla giornalista di Mediaset Alessandra Viero, co-conduttrice del programma di approfondimento Quarto Grado. Durante l’incontro verrà presentato il Premio Fondazione Il Campiello, assegnato quest’anno a Claudio Magris, e annunciato il vincitore del Campiello Giovani 2014.
Proprio al concorso per le giovani penne, giovedì 11 settembre alle 20.30 a Palazzo Ducale di Venezia sarà dedicato un evento speciale organizzato in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia.

Concorrono per la vittoria della 52ª edizione del Premio Campiello: Mauro Corona con La voce degli uomini freddi (Mondadori), Giorgio Falco con La gemella H (Einaudi), Giorgio Fontana con Morte di un uomo felice (Sellerio), Fausta Garavini con Le vite di Monsù Desiderio (Bompiani) e Michele Mari con Roderick Duddle (Einaudi). Il vincitore verrà indicato da parte della Giuria dei Trecento Lettori anonimi, selezionati ogni anno su tutto il territorio nazionale in base alle varie categorie sociali e professionali.
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FRANCESCO CAROFIGLIO racconta VOGLIO VIVERE UNA VOLTA SOLA

FRANCESCO CAROFIGLIO ci racconta il suo romanzo VOGLIO VIVERE UNA VOLTA SOLA (edito da Piemme). Le prime pagine del libro sono disponibili qui…

di Francesco Carofiglio

Il mio ultimo romanzo si intitola “Voglio vivere una volta sola”. Parla di una bambina che non c’è. Si chiama Violette.

Ho visto Violette un pomeriggio d’estate, alcuni anni fa, a Place des Vosges, a Parigi. Era seduta su una panchina, in attesa dei genitori forse. Aveva un abito celeste e delle scarpe buffe, fuori misura. Guardava altrove, come se da qualche parte ci fosse un mondo che io non riuscivo a vedere. Quel giorno, di nascosto, le ho scattato una fotografia, violando un’intimità nella quale non mi era consentito entrare.
Ma da quel pomeriggio Violette è entrata nella mia testa e si è seduta in una stanza, aspettando di uscire, prima o poi.
Ora bisognerebbe dire qualcosa su come nascono le storie. Per quale motivo quella bambina è venuta a trovarmi, in un giorno qualsiasi, e si è infilata nella mia vita. Ora bisognerebbe dire perché nascono le storie.
Io non lo so. E forse non lo voglio neanche sapere. Anzi, posso dire con certezza che, almeno in questo caso, non lo voglio sapere.
C’è quella bella pagina di Rodari, ne “La grammatica della fantasia”, in cui si descrive il volo di un sasso in uno stagno. Lanciamo un sasso nell’acqua. Quando il sasso la tocca provoca delle reazioni visibili, di superficie, gli spruzzi, i cerchi concentrici, il naufragio di una barchetta di carta. Ma il sasso continua a viaggiare, dentro l’acqua. E incrocia i pesci, le alghe e infine affonda nella sabbia. E tutto un mondo misterioso e microscopico si mette in movimento. Per un tempo breve, per il tempo che serve.
Ecco, magari nasce così, un’idea. E una storia. Se ci stai dentro, in quel tempo breve.
La storia di Violette l’ho acchiappata al volo, quando probabilmente pensavo ad altro.
O forse stavo pensando proprio a una bambina che non c’era e di cui avevo bisogno. Leggi tutto…

186 anni dalla nascita di Lev Tolstoj: google festeggia con un doodle

186 anni dalla nascita di Lev Tolstoj: google festeggia con un doodle

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PREMIO PORTOPALO “PIU’ A SUD DI TUNISI” 2014

PREMIO PORTOPALO “PIU’ A SUD DI TUNISI” 2014

La IX edizione avrà luogo l’11 ottobre 2014

Ufficializzati i vincitori della nona edizione del premio di giornalismo, saggistica e letteratura “Più a sud di Tunisi”, kermesse nazionale organizzata dall’associazione culturale Capo Passero, in programma a Portopalo sabato 11 ottobre.
Darwin Pastorin, tra le firme più eleganti e prestigiose del giornalismo italiano, ha prevalso nella categoria “Saggistica” con il libro “E adesso abbracciami, Brasile!” (Eliot Edizioni), vero e proprio atto d’amore verso il Paese natio e verso la terra d’origine, l’Italia, da dove emigrarono i suoi genitori subito dopo la seconda guerra mondiale.
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ISLAND 2014: iniziativa internazionale di Mail Art

«La mail art (arte postale) è una forma artistica che usa il servizio postale come mezzo e crea un feed-back tra mittente e destinatario: si risponde in maniera artistica ad un inoltro artistico – senza questo feed-back non esiste l’arte postale». È uno dei più longevi movimenti artistici della storia e si è evoluta dagli anni ’50 agli anni ’90 a partire dall’opera di Ray Johnson, che l’ha codificata nel 1962 a sua volta influenzato da gruppi precedenti» (WikipediA. L’enciclopedia libera).

Dopo il successo della Mostra Internazionale di Mail Art ROME From “Dolce Vita” to “The Great Beauty” l’Associazione Culturale IL TEMPO LA STORIA, in collaborazione con SICILIA JOURNAL, l’Accademia delle Belle Arti di Catania, l’Artea Creativity Lab e ISOLA MONDO al fine di favorire l’espressività artistica attraverso la Mail Art ripropone questa modalità al fine di fornire agli artisti, anche esordienti, la possibilità di rielaborare, veicolare e simbolizzare, con ogni tecnica e su ogni tipo di supporto, il concetto e l’idea di ISOLA dentro e fuori dal tempo: da “L’isola che non c’è” a “Utopia”.

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REGOLAMENTO DELL’INIZIATIVA INTERNAZIONALE

DI MAIL ART “ISLAND 2014”

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MARILÙ OLIVA racconta LE SULTANE

MARILÙ OLIVA ci racconta il suo romanzo LE SULTANE  (Elliot edizioni). Un estratto del libro è disponibile qui..

di Marilù Oliva

Premetto che mi riservo di utilizzare l’aggettivo vecchio senza accezioni negative, ma solo caricandolo della sua portata di esperienza. La differenza tra antico e vecchio, nel nostro dizionario e nella nostra mentalità, è più meno legata al lascito del tempo: le stagioni passano sopra ciò che diventerà antico e lo impreziosiscono; trascorrono invece sopra ciò che verrà definito vecchio e lo sciupano.
Ecco, stavolta vorrei confondere i due attributi.
La domanda che mi rivolgono più spesso è: «Perché hai scritto un libro sulla vecchiaia?».
Io rispondo che Le Sultane non è solo un libro sulla vecchiaia: è soprattutto un libro sulla vita, vista attraverso gli occhi di tre donne anziane rese sia soggetto che tramite della narrazione. Attorno a loro si dipanano figure che vorrei restituissero al lettore un quadro realistico – ma anche grottesco – di quello che può essere il quotidiano, un quotidiano di una qualsiasi periferia, un palazzo popolare fatiscente, tre parche che tirano i fili e gli altri inquilini, i parenti, i conoscenti più o meno adulti, come burattini inconsapevoli.
Ho inoltre tentato un tributo a quelle che chiamo le “categorie non protette”, ovvero le fasce di persone più fragili, più a rischio – gente che dovrebbe essere tutelata, verso la quale si dovrebbe prestare più riguardo ma che inevitabilmente finisce per essere trascurata. La nostra è un’epoca in cui in cui sfiorire è ritenuto quasi inopportuno e in cui la vecchiaia al femminile viene accettata solo se deformata in immagini pubblicitarie, la vecchia sbiancapanni o la vecchia incontinente. Per non parlare del corpo delle vecchie: un vero e proprio tabù.
Invece no.
Esistono tante vecchie differenti e irreplicabili, io ne ho costruite tre, molto diverse da quelle mediatiche, molto più umane, spero, pur nei loro abissi. Ho cercato di entrare nelle loro stanze e nelle loro tre teste:

– Wilma, tondetta e generosa, capelli sempre acconciati, lacrima facile, madre squarciata, abilissima mercante ambulante che venderebbe l’acqua santa al diavolo.
– Mafalda, la donna più tirchia sulla faccia della terra, secca secca e sghemba, con la ricrescita di quattro centimetri e un pullover che effonde puzza di cipolla ogni volta che alza le braccia.
– Nunzia, cuoca provetta e golosa, bigotta piena di voglie e di superstizioni, marchiata da quell’elefantiasi alle gambe che è uno spettacolo a vedersi.
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LE SULTANE di Marilù Oliva (un estratto del romanzo)

SULTANE_CoverPubblichiamo un estratto del romanzo LE SULTANE di Marilù Oliva (Elliot edizioni). Domani Marilù Oliva ci racconterà il suo romanzo…

La scheda
Tre donne regnano sovrane sul palazzo popolare di via Damasco, a Bologna. Sono soprannominate le Sultane e hanno dai settant’anni in su. C’è Wilma, piccola e astuta mercante in grado di vendere l’acqua santa al diavolo, che nomina incessantemente il suo morto. C’è Mafalda, la donna più tirchia sulla faccia della Terra. E infine Nunzia, bigotta fuori e golosa dentro, incapace di contenersi. Le loro imperfezioni sono state marchiate a fuoco da una vita poco gentile: Wilma non sa fare i conti col suo lutto e litiga in continuazione con la figlia Melania, una disgraziata adescata da una setta satanica, che bussa alla porta solo quando necessita di un piatto caldo; Mafalda è costretta ad accudire il marito malato di Alzheimer; Nunzia, in delirio tra i suoi crocifissi, trova sempre il tempo per estorcere pettegolezzi e per concedersi i peccati che riesce ad arraffare. I loro desideri sono palliativi al grande sconforto dell’indifferenza che suscitano. Sono ignorate da un mondo a misura di giovinezza, un mondo incarnato dalla frastornante vicina del secondo piano, Carmela, cui Wilma prova a chiedere maggiore educazione e rispetto delle regole. Ma niente, quella continua a riderle in faccia. Le vecchie sono abituate a non ricevere considerazione, ragion per cui, quando improvvisamente l’esistenza le costringe a una svolta forzata, osano quello che non hanno mai osato fare e rompono tutti i tabù. Così, come tre parche potenti che inseguono disperate lo scoccare del loro tempo, nell’ombra filano i destini di chi ha tentato di metter loro i bastoni tra le ruote…
Dopo la fortunata trilogia della Guerrera, Marilù Oliva racconta una storia irresistibile di amicizia, solitudini, rivincite e desideri inconfessabili, tra sorrisi amari e atmosfere noir.

* * *

Un estratto di LE SULTANE di Marilù Oliva (Elliot edizioni)
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MON NOM EST DIEU – Pia Petersen

MON NOM EST DIEU di Pia Petersen

Plon, 2014

romanzo inedito in Italia

di Claudio Morandini

Un personaggio potente, ingombrante riempie le pagine di “Mon nom est Dieu” (Plon, 2014), il nuovo romanzo di Pia Petersen, autrice nata a Copenhagen ma francese a tutti gli effetti: è Dieu, Dio insomma, un Dio che si aggira massiccio e goffo per le strade di Los Angeles, malridotto come un barbone, tormentato da un assillo: perché gli uomini lo detestano? A questa domanda si legano altre: perché gli uomini gli attribuiscono la responsabilità delle loro scelte e soprattutto dei loro errori? Perché le grandi religioni monoteiste lo hanno frainteso, rendendolo ciò che non è e non è mai stato? L’unica soluzione (non è più tempo di diluvi universali, parrebbe) è avvicinare la persona giusta, in questo caso una giovane giornalista di origini francesi, Morgane, e chiederle di scrivere la sua biografia, per sgombrare il campo da tutti gli equivoci che i testi sacri delle religioni rivelate hanno accumulato.
Dieu soffre davvero per la rottura del legame con gli uomini, quel legame di cui ha nostalgia (ah, i bei tempi di quando gli uomini lo chiamavano Zeus, e su di lui inventavano miti che lo ritraevano come un fantasioso seduttore!); proprio come lo Zeus dei miti, prova ancora una forte attrazione fisica per le mortali, al punto da perdere la testa ogni volta che ne incontra una piacente; e come Zeus si sente attratto anche dai mortali di bell’aspetto. Di fronte a uomini e donne che risvegliano in lui il desiderio, anche il suo aspetto cambia: non traballa più, non è più un vecchio lamentoso e rancoroso, diventa attraente, solido, ringiovanisce. Il sesso è ancora per lui una forma di conoscenza dell’altro, un esperimento della mente oltre che del corpo, un corollario indispensabile alla conoscenza, un ritrovarsi: e lui, che sa tutto, vuole sperimentare tutto, già che c’è.
L’ambientazione hollywoodiana non tragga in inganno. Leggi tutto…

CARLO MAZZA racconta IL CROMOSOMA DELL’ORCHIDEA

carlo mazzaCARLO MAZZA ci racconta il suo romanzo IL CROMOSOMA DELL’ORCHIDEA, (edizioni e/ocollezione Sabot/age) attraverso un’autointervista. Le prime pagine del libro sono disponibili qui…

Carlo Mazza intervista Carlo Mazza su “Il cromosoma dell’orchidea”

di Carlo Mazza

Carlo, nei tuoi romanzi la vicenda poliziesca è concepita come una trama di servizio rispetto all’obiettivo di raccontare la realtà. E’ così anche per “Il cromosoma dell’orchidea”?

Certamente. Credo che questa sia la principale differenza tra “giallo” e “noir”. La mia idea è che il giallo elude la descrizione del contesto sociale, mentre il noir non solo affronta il tema, ma punta a restituire il caos e la confusione della realtà contemporanea, in ultima analisi l’assenza di logica nei comportamenti umani.

Ne “Il cromosoma dell’orchidea” non hai parlato di Bari, come nel precedente romanzo “Lupi di fronte al mare”, ma di una grande città del Mezzogiorno. Eppure i personaggi sono gli stessi, l’ambientazione è la stessa. Quindi come si giustifica la tua scelta?

Vorrei dire, innanzi tutto, che è stata una scelta sofferta, perché ha comportato la rinuncia a più di una pagina che mi sembrava ben riuscita. Il dialetto è sempre così coinvolgente! Quello barese, poi, è uno straordinario arcobaleno di suoni e colori… Perché rinunciare a tutto questo, almeno per una volta? L’ho fatto perché il localismo dei romanzi è divenuto sempre più ingombrante e mi piaceva l’idea di un segnale in contro tendenza.

Tuttavia, bisogna riconoscere che il localismo è una risorsa fondamentale per un narratore: si tratta di utilizzare le esperienze e le conoscenze derivanti dal rapporto con il proprio luogo di origine o di vita, per riversarlo sulla pagina bianca.
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