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LA FEROCIA, di Nicola Lagioia (le prime pagine)

ottobre 10, 2014

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del romanzo LA FEROCIA, di Nicola Lagioia (Einaudi). Domattina, sempre su LetteratitudineNews, Nicola Lagioia ci racconterà il suo libro…
Di seguito, date e orari del tour siciliano di presentazione de “La ferocia” (a cui parteciperà anche l’autore)

– Libreria del Corso, Trapani, 18 ottobre, h. 18.30, con Marco Rizzo
– Modus Vivendi, Palermo, 19 ottobre, domenica mattina h. 11.00
– Libreria Mondadori, Messina, 20 ottobre, h 18.30, con Francesco Musolino
– Zo Culture, Catania, 21 ottobre, h. 20.00, con Giuseppe Lorenti

La scheda del libro
In una calda notte di primavera, una giovane donna cammina nel centro esatto della strada statale. È nuda e coperta di sangue. A stagliarla nel buio, i fari di un camion sparati dritti su di lei. Quando, poche ore dopo, la ritroveranno ai piedi di un autosilo, la sua identità verrà finalmente alla luce: è Clara Salvemini, prima figlia della piú influente famiglia di costruttori locali. Per tutti è un suicidio. Ma le cose sono davvero andate cosí? Cosa legava Clara agli affari di suo padre? E il rapporto che la unisce ai tre fratelli – in particolare quello con Michele, l’ombroso, l’instabile, il ribelle – può aver giocato un ruolo determinante nella sua morte? Le ville della ricca periferia barese, i declivi di ogni rapida ascesa sociale, le tensioni di una famiglia in bilico tra splendore e disastro: utilizzando le forme del noir, del gotico, del racconto familiare, scandite da un ritmo serrato e da una galleria di personaggi e di sguardi che spostano continuamente il cuore dell’azione, Nicola Lagioia mette in scena il grande dramma degli anni che stiamo vivendo. L’intensità della scrittura – mai cosí limpida e potente – ci avviluppa in un labirinto di emozioni, segreti e scoperte, che interseca le persone e il loro mondo, e tiene il lettore inchiodato alla pagina.

* * *

 

le prime pagine del romanzo LA FEROCIA, di Nicola Lagioia (Einaudi)

Parte prima
Chi sa tace, chi parla non sa

Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle
due del mattino. La strada collegava la provincia di Taranto
a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo verso
nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immaginario,
lasciandosi alle spalle uliveti e vitigni e brevi file di
capannoni simili ad aviorimesse. Al chilometro trentotto
compariva una stazione di servizio. Non ce n’erano altre
per parecchio, e oltre al self-service erano da poco attivi
i distributori automatici di caffè e cibi freddi. Per segnalare
la novità, il proprietario aveva fatto piazzare uno sky
dancer sul tetto dell’autofficina. Uno di quei pupazzi alti
cinque metri, alimentati da grossi motori a ventola.
Il piazzista gonfiabile ondeggiava nel vuoto e avrebbe
continuato a farlo fino alle luci del mattino. Piú che altro,
dava l’idea di un fantasma senza pace.
Superata la strana apparizione il paesaggio continuava
piatto e uniforme per chilometri. Sembrava quasi di avanzare
nel deserto. Poi, in lontananza, un diadema sfrigolante
segnalava la città. Oltre il guardrail c’erano invece campi
incolti, alberi da frutto e poche ville ben nascoste dalle
siepi. Tra quegli spazi si muovevano gli animali notturni.
Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique.
Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in
modo che gli insetti, spaventati dalla tempesta di arbusti
e foglie morte, venissero allo scoperto decretando la propria
stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una
foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a
una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene
si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.
Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole creature
dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che garantiva
la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile
della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggiando
da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci.
Poi, come accadeva ogni notte da una ventina d’anni, alcune
centinaia di unità staccarono i contatti con il cielo.
Credendo di avere ancora a che fare con la luna, puntarono
i faretti di un piccolo gruppo di ville. Avvicinandosi alle
luci artificiali, l’inclinazione aurea del loro volo si spezzava.
Il movimento diventava un’ossessiva danza circolare
che solo la morte poteva interrompere.
Un mucchio nerastro di insetti giaceva nella veranda
della prima di queste abitazioni.
Si trattava di una villa con piscina, una costruzione su
due livelli dalle linee regolari. Ogni sera, prima di andare
a letto, i proprietari lasciavano accese tutte le luci esterne.
Erano convinti che un giardino illuminato scoraggiasse
i ladri. Lampade a muro in veranda. Grandi ovali in termoplastica
ai piedi delle rose. Una serie di tenui diffusori
verticali segnava il percorso fino alla piscina.
Questo teneva il ciclo delle falene a uno stato di immanenza:
carcasse in veranda, agonizzanti sulla plastica
bollente, in volo tra i cespugli di rosa. A pochi metri di
distanza, come era successo la notte prima e quella prima
ancora, un giovane gatto randagio si muoveva circospetto
sul prato all’inglese. Confidava in un’altra busta d’immondizia
dimenticata fuori. Sotto le fronde dei rododendri,
un aspide tendeva le mascelle nel tentativo di ingoiare un
topo ancora vivo.
La pesante barriera di foglie che separava la villa dalla
gemella iniziò a scuotersi. Il gatto tese le orecchie, portò
una zampa verso l’alto. Soltanto le falene continuavano
indisturbate la loro danza nell’aria primaverile.
Fu sullo sfondo dell’impalpabile nuvolaglia grigio-verde
che la ragazza fece il suo ingresso nel giardino. Era nuda,
e pallida, e ricoperta di sangue. Aveva le unghie dei piedi
laccate di rosso, belle caviglie dalle quali partiva un paio di
gambe slanciate ma non secche. Fianchi morbidi. Un seno
dritto e pieno. Avanzava un passo dietro l’altro – lenta,
barcollante, tagliando il prato in due.
Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere
meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento
dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe
adolescenti in qualcosa di perfetto. La carnagione chiara
metteva in evidenza le strisciate lungo le gambe, mentre
le ecchimosi su fianchi e braccia e fondoschiena, simili a
macchie di Rorschach, sembravano raccontare tutta una
vita interiore attraverso la superficie. Il volto gonfio, le
labbra solcate da un profondo taglio verticale.
Era normale che gli animali si fossero messi in allerta.
Molto piú strano che non l’avessero mantenuta. L’aspide
ripiombò sulla sua preda. I grilli frinivano di nuovo. La
ragazza aveva cessato di preoccuparli. Piú che l’innocuità,
sembravano avvertirne il conclusivo trascinarsi verso
il punto che fa crollare le differenze di specie. La ragazza
calpestò la superficie erbosa circondata da questa sorta di
indifferenza atavica. Venne percorsa dal manto sfavillante
col quale la piscina si rifletteva sui muri della villa. Superò
la bici abbandonata nel vialetto. Poi, come era apparsa in
quel piccolo angolo di mondo, ne venne fuori. Attraversò
la siepe sul lato opposto. Iniziò a perdersi nella sterpaglia.

Ora avanzava per i campi sotto i raggi della luna. Lo
sguardo assente e tuttavia legato al rocchetto che le faceva
seguire un tragitto uguale e contrario rispetto a quello delle
falene: un passo dietro l’altro, ferendosi quando i piedi
schiacciavano rami e sassi aguzzi. Cosí per dei minuti.
La sterpaglia diventò una distesa farinosa. Dopo neanche
cento metri la pista si restrinse. Uno strato nero, molto
piú compatto. Se fosse stata in piena comunicazione con
i suoi centri nervosi, la ragazza avrebbe avvertito l’indurimento
dei polpacci man mano che affrontava la salita, il
vento libero e sferzante sulla pelle. Superò la complanare e
non sentí neanche la fredda potenza metallica da 500 watt
che rivelò di nuovo la svasatura dei suoi fianchi.
Cinque minuti dopo camminava sull’asfalto, nel centro
esatto della statale. I lampioni erano alle spalle. Se
avesse sollevato lo sguardo avrebbe visto oltre le curve
l’insegna della stazione di servizio, il patetico profilo
dello sky dancer lanciato verso l’alto. Seguí la carreggiata
che piegava a destra. La strada tornò dritta. Fu in questo
modo – una pallida figura equidistante dalle linee del
guardrail – che dovette riflettersi nelle pupille dell’animale.
Un gigantesco topo di fogna era arrivato fin lassú e
adesso la guardava.
Aveva il pelo ispido, la testa squadrata. Gli incisivi giallastri
lo costringevano a tenere la bocca semiaperta. Pesava
piú di quattro chili e non veniva dalle campagne circostanti.
Risaliva dai putridi pozzetti di raccolta da cui si dipartivano
le gallerie che giungevano alle prime zone urbane.
Non era spaventato dalla ragazza che continuava ad avanzare.
La guardava anzi con curiosità, tendendo i baffi sul
muso spiraliforme. Si sarebbe quasi detto che la puntasse.
Poi l’animale avvertí una vibrazione nell’asfalto e si
paralizzò. Il silenzio fu riempito dal rombo di un motore
sempre piú vicino. Due fari bianchi illuminarono il profilo
femminile, e finalmente gli occhi della ragazza si rispecchiarono
nello sgomento di un altro essere umano.

(Riproduzione riservata)

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