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NICOLA LAGIOIA racconta LA FEROCIA

ottobre 11, 2014

NICOLA LAGIOIA ci racconta il suo romanzo LA FEROCIA (edito da Einaudi). Le prime pagine del libro sono disponibili qui…

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di Nicola Lagioia

«Anni fa noialtri del Sud facemmo delle nostre donne altrettante dame. Poi venne la guerra e fece delle dame altrettanti spettri. E così che altro possiamo fare noi, da gentiluomini che siamo, se non ascoltare loro, da spettri che sono?»
La citazione è di William Faulkner, ed è presa da quel capolavoro della letteratura mondiale che è Assalonne, Assalonne! Sostituite alla Guerra di secessione vista dal Mississippi un qualunque cataclisma originario, all’Esercito confederato un’altra causa persa, eliminate la connotazione politica dall’assolato grumo di spine che se ne ricava, e avrete il dramma di un qualunque Sud del mondo. García Márquez del resto dichiarò più volte che l’epifania della sua gioventù – la folgorazione che lo portò a comprendere cosa aveva da sempre voluto scrivere – fu proprio l’incontro con i libri di Faulkner. E come mai un analogo sentimento di sconfitta e perdita remota (in quel caso un amore irrecuperabile e un’antica accusa di infamia da cui non ci si riesce ad affrancare) è alla base del racconto di un Sud ancora più profondo, il Messico di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry?
Spostandosi da un meridione all’altro, dall’America Latina a quel non meno misterioso continente che è la Puglia – una faglia verticale e al tempo stesso un pensiero che si sfalda verso oriente – l’impossibilità di poter essere ancora eroi e l’ossessione per una tragedia immedicata di addirittura cinque secoli prima (l’eccidio di Otranto) muove il Carmelo Bene di Nostra Signora dei Turchi.
Se un vecchio oltraggio di portata quasi cosmica è un buon motore per la letteratura di ogni latitudine, per il racconto del Sud rischia di essere un destino.
Non chiamo in correità i pesi massimi per illudermi di avere le spalle coperte nei giorni dell’uscita del mio nuovo romanzo. Piuttosto, cerco sponde solide per chiarire un equivoco. Agli scrittori italiani – specie quelli nati al Sud – negli ultimi anni si è voluta affidare una missione al tempo stesso troppo grande e troppo piccola rispetto a ciò che dovrebbe essere il mandato della letteratura di invenzione. Ci hanno chiesto di raccontare la nostra terra (la Puglia, la Sicilia, la Campania per il tutto) partendo dalla presunzione che il supposto passo lungo dello scrittore giungesse a completare il lavoro del giornalista, dell’etnologo, o addirittura del pubblico ministero. Denunciare e guarire. Tracciare una diagnosi e favorire la redenzione. Farlo, però (è questo il cuore dell’equivoco) dalle stesse posizioni di chi lotta statutariamente per le buone cause. Gettare il proprio obolo nel calderone del progresso democratico per contribuire a sconfiggere il malaffare, l’arretratezza, il degrado, e ovviamente per aiutare a combattere la mafia, la camorra, la ndrangheta. Oppure per favorire la crescita economica.
La ferociaSarebbe utile ricordare che la letteratura, e l’espressione artistica in generale, intrattiene col proprio tempo un gioco più complesso. Thomas Mann e Ftitz Lang non impedirono l’ascesa del Terzo Reich, e tuttavia è anche grazie a opere come La montagna incantata, o M (per non parlare delle poesie di Paul Celan, o dell’opera di Primo Levi) se siamo in grado di riconoscerci ancora come esseri umani – e l’un l’altro come fratelli – nonostante i disastri della specie di cui disseminiamo la nostra storia. Spesso ce ne dimentichiamo nell’assurda pretesa di utilizzare un’opera letteraria per rovesciare il governo o spalancare gli occhi al popolo sovrano.
Lo speculare di questo fraintendimento – apparentemente opposto, in realtà legato a doppio filo – è ritenere che si debba raccontare la propria terra per darle lustro o esportarne la cartolina. La necessità di denunciare ciò che ancora non funziona nella nostra amata Puglia, opposta all’opportunità di non recarle troppi danni d’immagine. Espressione artistica sì, sorvegliata però dal morso dell’impegno o dell’oleografia.
Mi rendo conto che La ferocia ha tutti i presupposti per cadere nel doppio equivoco. In questo romanzo racconto il crollo di una grande famiglia di costruttori baresi, i cui membri intrattengono rapporti tutt’altro che puerili col potere. Una famiglia in cui splendore e disastro (e marciume e tenerezza) vanno di pari passo. Raccontare la rovina dei Salvemini, significava per me anche addentrarsi nel mondo dei politici locali, del giornalismo, della sanità, dell’università, della criminalità organizzata, il mondo dei notai e dei geometri, dei paladini e dei professionisti della legalità, e di tutto ciò che si rivela quando un polo di potere va in crisi. Mi interessava raccontare anche la storia di due fratellastri, Clara e Michele Salvemini, i figli venuti male, le pecore nere di questa famiglia.
Qualcuno potrebbe voler cercare nella mia storia tracce di recenti scandali locali, ma non ne troverà oltre ciò che offre il verosimile: in Italia la corruzione è talmente diffusa, e in modo tanto ricorsivo, che le analogie tra un caso e l’altro lambiscono la statistica delle malattie esantematiche. Qualcun altro potrà ritenere ingeneroso un ritratto della Puglia così a tinte fosche tenendo conto di cosa sono stati questi anni di cosiddetta Primavera, e inopportuno proprio ora che la Primavera (salvo clamorose Estati di san Martino) rischia di piombare nella stagione del riflusso.
Soprattutto, potrebbe destare perplessità un certa mia ostinazione (o morbosità) nell’immergermi fino al collo in quelle morte paludi invernali che sono le vite dei cosiddetti cattivi, rischiando di dargli troppa dignità. Ma a me interessa chi indaga il cuore dei coniugi Macbeth, non chi vuole sbatterli in galera. Mi interessa l’attualità estrema del Sud proprio nelle pieghe in cui ci trovo dei vecchi fantasmi senza pace. Gli spettri di cui parlavo all’inizio. Un sentimento insepolto che ci aspetta sempre al varco per reclamare su di sé il nostro pugno di terra. Voglio contribuire a migliorare la Puglia con tutto ciò che resta fuori dai miei libri. Perlomeno nell’atto di scriverli. I miei romanzi sono dalla parte di Polinice, contro la legge della Città.

(Riproduzione riservata)

© Nicola Lagioia

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Nicola LagioiaNicola Lagioia è nato a Bari nel 1973. Con minimum fax ha pubblicato Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (2001), e con Einaudi Occidente per principianti (Supercoralli 2004), Riportando tutto a casa (Supercoralli 2009, Super ET 2011; Premio Viareggio-Rèpaci, Premio Vittorini, Premio Volponi) e La ferocia (Supercoralli 2014). http://www.minimaetmoralia.it

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