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L’intervento di MARCO POLILLO, Presidente AIE, alla BUCHMESSE di Francoforte

ottobre 15, 2014

Pubblichiamo l’intervento integrale di MARCO POLILLO, Presidente dell’Associazione Italiana Editori, alla BUCHMESSE di Francoforte

di Marco Polillo

Ci fa particolarmente piacere avere oggi con noi il Ministro Franceschini. Dopo un decennio dall’ultima volta abbiamo un ministro della cultura italiano a Francoforte. Ciò rende il governo italiano più vicino a quello degli altri paesi europei, che costantemente dimostrano una grande attenzione al mondo del libro.
Credo che la sua presenza qui sia importante per molte ragioni.
È importante perché avviene nel semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea e per questo la sua visita a Francoforte non può che assumere – e auspichiamo che assuma – un valore specifico.
Viviamo un momento cruciale nella vita dell’Unione. Alle sue istituzioni è richiesto da più parti – e non esitiamo a includerci tra queste – un cambio di marcia per affrontare le numerose sfide del futuro. Un cambiamento che è in primis culturale, ancor prima che politico ed economico. Dico questo con la consapevolezza che la cultura ha rappresentato nei secoli il segno distintivo dell’Europa nel mondo. E continua a farlo: basta girare tra i padiglioni della Fiera, quelli italiani, innanzi tutto, e quelli degli altri paesi dell’Unione.
Abbiamo quindi apprezzato la scelta del Ministro e del Governo italiano di portare la cultura e il patrimonio culturale al centro della strategia che definirà la nuova Europa. Da parte nostra intendiamo dare un contributo, proponendo di ripartire dal libro e dall’editoria come strumenti in grado di contribuire allo sviluppo, alla coesione sociale e all’integrazione delle comunità, all’innovazione e alla costruzione del capitale sociale.
L’editoria europea è leader al mondo, come ci ricordano ogni anno le classifiche delle maggiori imprese del settore a livello globale, largamente dominata da imprese del Vecchio Continente, che regolarmente piazzano 7 o 8 imprese tra le prime 10. È un settore che da decenni dimostra nella pratica quanto sia realistico l’obiettivo che il Ministro Franceschini ha più volte dichiarato: che la cultura sia anche un fattore di sviluppo economico, occasione di occupazione e generazione di ricchezza.
Certo, per il terzo anno di seguito siamo qui a commentare un Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia caratterizzato da segni meno. Nel 2013 registriamo una flessione del 6,8% e in tre anni il settore ha perso circa il 20% del suo valore, arrivando al livello davvero critico di 2,7miliardi euro. Nei primi otto mesi del 2014, i dati Nielsen rilevano un -4,7% rispetto all’anno scorso (che è circa -10% rispetto al 2012). Lo vediamo, d’altro canto, dal quotidiano stillicidio di notizie di chiusure di librerie, di colleghi editori sempre più in difficoltà, che sperimentano – spesso per la prima volta nella loro storia – la necessità di ricorrere a cassa integrazione o a forme di mobilità.
Subiamo la crisi generale in un periodo di profonda trasformazione che non è più retorico definire un cambiamento epocale: la rivoluzione digitale, il passaggio a nuove modalità di fruizione dei libri e del loro contenuto. Un passaggio che può disorientare, ma che rappresenta, come è stato per altre rivoluzioni nel passato, l’opportunità per migliorare e diffondere il nostro patrimonio culturale e letterario.
È proprio dalle opportunità offerte dal digitale che si potrà ripartire. Con l’innovazione. È utile allora ricordare che uno dei pochi dati positivi nella generale crisi di mercato è rappresentato dalla crescita, pur ancora limitata, del mercato digitale che nel 2013 ha rappresentato il 3% dell’intero settore. Le stime confermano l’incremento del segmento, con una quota di mercato che speriamo si avvicini al 5% già alla fine di quest’anno. Questo risultato è figlio in primo luogo degli investimenti degli editori, che hanno aumentato in modo esponenziale la produzione. Oggi il 63,4% delle novità esce contemporaneamente in versione cartacea e digitale.
Il libro elettronico è il prodotto simbolo della possibilità di combinare cultura, innovazione, sviluppo economico e inclusione sociale (si pensi alle opportunità che l’ebook offre ai disabili visivi).
Per questo, la discriminazione fiscale tra carta e digitale è una palese contraddizione tra il ruolo che si aspira a ridare alla cultura, per non parlare degli obiettivi dichiarati dell’agenda digitale, e le scelte concrete della politica. Se c’è un messaggio che gli elettori europei hanno dato nell’ultima tornata elettorale, pur nella varietà dei risultati, è che la contraddizione tra proclami e azioni concrete non è più tollerabile, e non più tollerata. È questo il terreno su cui si decide l’esito del confronto tra nuova politica e anti-politica.
Continuare a considerare il libro elettronico al pari di un servizio digitale è una scelta che penalizza la diffusione della cultura e lo sviluppo della lettura, negando l’obiettivo di cambiare l’Europa. Dal 1° gennaio 2015 la sperequazione apparirà ancor più evidente in virtù dell’entrata in vigore della Direttiva che individua nel paese del consumatore l’aliquota da applicare per tutti i servizi resi attraverso la rete, tra cui la vendita di e-book. Principio condivisibile, ma dalle conseguenze gravi se letto in combinato disposto con quanto sopra: l’aumento dell’aliquota IVA sugli acquisti di e-book da rivenditori con sede in paesi con IVA agevolata arriva fino al 700%.
Si crede davvero che un settore che già attraversa una crisi della portata che prima richiamavo possa sostenere un simile aumento del carico fiscale? Si ha la consapevolezza che questo potrà trasformare lo stillicidio di oggi di crisi aziendali in una pioggia battente di chiusure, di perdite di posti di lavoro, di minore lettura? Insomma: di maggiore povertà culturale oltre che economica?
La discriminazione tra libro e libro elettronico danneggia la competitività del settore, rallenta sviluppi in aree cruciali come l’editoria educativa e scientifica e indebolisce gli editori europei nel confronto con quelli di altri Paesi come gli Stati Uniti, dove l’assenza di imposte sulla vendita di pubblicazioni elettroniche è stata uno dei fattori della forte espansione del mercato negli ultimi anni. La scelta di parificare l’aliquota IVA tra cartaceo e digitale, come avvenuto in Francia, potrebbe favorire la crescita del segmento degli e-book e la riduzione dei prezzi, con benefici diretti per i consumatori.
Su questo tema, l’AIE si fa portavoce di una richiesta che proviene dai lettori – che sono i primi a subire l’aggravio fiscale – e dagli scrittori ed è ovviamente condivisa anche dagli editori. Bisogna porre fine a questo paradosso. Non importa che un libro sia su carta o digitale, su supporto fisico o immateriale; quello che conta è il suo contenuto, che dovrebbe beneficiare del più basso tasso di IVA possibile.
Sappiamo che il Ministro Franceschini ha fatto sua questa battaglia e di questo lo ringraziamo. Da parte nostra, caro Ministro, ci impegniamo ad aiutarla. Per questo, nelle prossime settimane lanceremo la campagna #unlibroèunlibro coinvolgendo l’opinione pubblica. Attraverso un sito – unlibroeunlibro.org – inviteremo gli autori, i bibliotecari, gli altri professionisti del settore, ma soprattutto i lettori a condividere questa battaglia. Perché le dichiarazioni di oggi non restino lettera morta.

Sappiamo anche che l’impegno dei ministri della cultura europei – che pure sembrano seguire le proposte della Presidenza italiana – non basta. Serve un impegno più complessivo dei Governi. E ci auguriamo che questa battaglia culturale sia fatta propria in modo esplicito dall’intero Governo italiano.
A partire da obiettivi concreti, e pertanto verificabili. È fondamentale, in primo luogo, che il tema sia posto in sede di Consiglio Ecofin entro la fine del semestre di Presidenza italiana. Sarebbe la prima dimostrazione concreta del cambiamento richiesto all’Unione Europea, l’inizio di un percorso di coerenza tra annunci e azioni politiche.
Sappiamo che il percorso legislativo è lungo. Sappiamo che gran parte dei paesi europei condividono l’obiettivo ma che alcuni altri Paesi Membri sono contrari. Sono pochi, per ragioni diverse, ma ci sono. Per questo chiediamo a questo Governo due cose:
– di essere il motore del cambiamento a livello Europeo, svolgendo il ruolo che fino a ieri abbiamo lasciato ad altri, e alla Francia in particolare, e che lei, Ministro, ha voluto assumere a partire dal Consiglio informale della scorsa settimana a Torino;
– allo stesso tempo, a partire dal 1° gennaio 2015, di agire autonomamente, con un segnale forte e concreto, seguendo l’esempio di altri paesi che già si sono mossi in questa direzione.

Mi perdonerà, caro Ministro, dell’insistenza sul tema. D’altro canto, capirà che lo impone l’assurdità delle regole attuali. Sembra incredibile persino che il problema non sia ancora risolto.
E mi dispiace che rischi di mettere in secondo piano molte altre questioni che pure avrei voluto discutere con lei, e che certamente avremo modo di trattare in altre occasioni. Come del resto sta avvenendo sul tema della promozione della lettura in Italia su cui – ce lo siamo detti in incontri recenti – ci sono tutte le premesse per un lavoro congiunto.
È doveroso però un mio cenno ad almeno una questione fondamentale, pur essa legata alla rivoluzione digitale: il diritto d’autore. Dove è evidente la necessità di innovare. Ma davvero: usando le tecnologie per rispondere alle esigenze che la rete propone, senza cadere nella tentazione opposta di ridurre le tutele per gli autori per evitare il fastidio di doverle contemperare con altri interessi, spesso ben più potenti. E mi piace ricordare come oggi l’Italia sia in grado di guidare gli sviluppi tecnologici nella gestione digitale dei diritti d’autore, anche se per applicazioni che trovano mercato soprattutto in altri paesi (dal sistema Arrow per le biblioteche digitali a Forward per gli archivi audiovisivi, agli sviluppi più recenti legati all’idea di copyright hub nel Regno Unito).
Altra tematica europea, questa del diritto d’autore. E in piena trasformazione, giacché il Presidente Junker ha voluto unirla direttamente al digitale, spostando le competenze dalla Direzione Mercato Interno alla Direzione Connect, che si occupa di digitale.
Passeggiando per i padiglioni della Fiera ci si rende conto quanto digitale sia l’industria del libro, nel mondo intero. Del resto è nel commercio librario che è nato l’ecommerce, anche in Italia. E si potrebbe ricordare che la prima rivista scientifica in Internet è del febbraio 1992, sei mesi dopo la nascita del Web.
E allora viene da chiedersi: ha senso un’agenda digitale europea senza i contenuti culturali? Senza i libri o, per meglio dire, senza le opere librarie?
I giuristi usano una bellissima espressione per distinguere contenuto e contenitore: parlano nel primo caso di corpus mysticum, nel secondo di corpus mechanicum. Fanno questa distinzione per sottolineare come i diritti d’autore siano sull’opera, non sul supporto.
Di opere hanno bisogno le reti digitali, perché abbiano un senso. E ancor più di libri che, come ha suggerito Gino Roncaglia, hanno il compito di reintrodurre la complessità nella lettura sul web, altrimenti spesso perduta in una navigazione superficiale, sempre prossima al naufragio.
È davvero giunto il tempo che anche il fisco si accorga che ciò che conta è l’opera, non il supporto.

© Letteratitudine

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