Home > Articoli e varie > Uno scrittore allo specchio: OSCAR WILDE

Uno scrittore allo specchio: OSCAR WILDE

ottobre 21, 2014

Uno scrittore allo specchio: OSCAR WILDE

di Simona Lo Iacono

In prigione non ci sono specchi, la prima cosa che ti insegnano è perdere l’immagine che ti eri fatto di te.
La afferri ancora, a tratti, nell’acqua ristagnante del catino, da dove puoi scorgere il viso imbarbato, su cui passi la lama da taglio solo per abitudine. Che senso ha radersi qui, lasciare che la pelle rinsavisca. Che senso ha rimodellare l’ovale, gli occhi intensi e riguardosi, le rughe da cui colano alcune gocce di pianto.
Non sei triste, piuttosto commosso da tanta umanità senza lavacri, senza preghiere e senza morti.
I tuoi compagni di cella sono sporchi e ammansiti dalla noia, ma in essi vedi anche te stesso, la stessa solitudine, la stessa luce incorrotta nelle pupille, a dispetto di tanta purezza perduta.
Se c’è una cosa che non ti aspettavi è questa ritrovata e sorprendente innocenza, proprio qui, nel luogo della colpa. E stringere mani, abbracciare solo per pietà, accarezzare teste rade e infestate da pidocchi, sulle cui croste i polpastrelli inciampano.
E’ tutto così diverso da prima. Dalle bocche cercate con malizia, dagli abbracci esibiti come scaramucce, dalle carezze su teste soffici e tumide, che sfioravi con dita inanellate indecentemente.
E tutto è anche così lontano.
Sembrano passati secoli da quelle mattine londinesi in cui ti svegliavi tardissimo e con aria civettuola pretendevi miscele di the fatte venire dall’India, tazzine di purissimo biscuit, pane croccante e burro candido come neve.
La colazione era il primo rituale della giornata, e lo inscenavi con la stessa pedanteria con cui a teatro preparavi il palco, forzando gli attori a tempismi perfetti. Seguiva la toeletta accuratissima, che prevedeva un’acconciatura simile a quella di Nerone prima che desse alle fiamme Roma, e una manicure pedante, per la quale facevi venire a casa un espertissimo servitore di sua maestà la regina.
Esagerazioni, lo sapevi allora e lo sai ancor meglio adesso, ma eri convinto che il trucco e le parrucche, le battute pungenti, le maniere eccessive e zuccherose, fossero gli armamenti di una battaglia necessaria contro le convenzioni.
Quanto ti sbagliavi, com’eri lontano dalla verità.
Lo comprendi adesso che i capelli ti scivolano in fronte senza nessun artificio, le unghie si spezzano, e la colazione non è che questa ciotola di metallo colma d’acqua, in cui intingi pane duro.
E le convenzioni, poi, che inutile nemico.
Adesso sai che l’unico avversario da combattere è la mancanza di pietà umana, e che non serve attaccare con le facezie i ricchi, se poi dimentichi – comunque – gli ultimi.
A questi ultimi imbarbariti dalla fame, che hanno il coraggio di essere se stessi e in cui – nonostante il tanfo da reclusi – intravedi bellezza, ti senti adesso simile e affiliato, come se il dolore azzerasse d’un tratto le condizioni sociali, il talento e la fortuna, lasciando dietro di sè una terra vergine, senza traccia di compromesso o di inganno.
Quando stai disteso nella tua branda e senti il loro respiro non hai più paura, non agogni la fine, non scomputi il tempo residuo.
Non credi più che fuori dalla cella si nasconda la vita vera.
Ricordi invece il processo che ha preceduto la detenzione, i giudici bardati di mantiglie e fiocchi, la giuria sussiegosa e scandalizzata su cui hai sfoderato uno sguardo senza difesa.
E proprio lì, mentre l’istruttoria faceva salti e singhiozzi, si arrestava e si ricomponeva, tu rivedevi tutto il tuo passato, le mode e le stagioni, le pose e le vanità.
Ecco. L’imputazione peggiore non era quella che proveniva dal tribunale ma da te stesso, e dalla quale neanche un verdetto di assoluzione ti avrebbe salvato.
Eri tu a volerti condannare, e non per le impurità commesse, ma per quell’aver traviato il senso delle cose, per averlo cercato nel posto sbagliato.
Così, non hai fatto caso agli strepiti del giornale, al chiasso dei pettegolezzi e all’intima soddisfazione di quanti ti hanno siglato addosso un’atroce etichetta.
Ed è con sollievo che ti sei alzato all’arrivo della corte, hai visto il pubblico acquietare il brusìo, ti sei inginocchiato e hai ascoltato non la loro, ma la tua sentenza: “Imputato Oscar Wilde, la condanniamo ad essere umano”.

[articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: