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ISOLE DELLA MEMORIA, di Demetrio Vittorini (recensione)

ottobre 24, 2014

ISOLE DELLA MEMORIAhttps://i1.wp.com/www.edizioni-ulivo.ch/blog/wp-content/uploads/2014/09/vittorini.jpg, di Demetrio Vittorini (Edizioni Ulivo)

“E della vita il doloroso amore”

di Anna Vasta

La memoria, arcipelago di isole, isolotti, piccoli e grandi scogli che affiorano e a volte s’inabissano, per riaffiorare quando il mare è in bassa marea, o in tempesta, è una metafora illuminante per significare la frammentazione dei ricordi, il loro scomporsi e ricomporsi secondo i ritmi ondivaghi del rimuginare soggettivo.
Il libro di Demetrio Vittorini (foto in basso), Isole di memoria, già dal titolo (Edizioni Ulivo, pag. 134, fr. 22.00) suggerisce una simile mappatura delle ricordanze.
L’andamento narrativo di queste Mémoires segue ritmi di successione cronologica quando risale agli anni della prima adolescenza dell’autore a Siracusa, posto delle fragole di bergmaniana memoria e topos di omerica bellezza. Per il mare glauco che al tramonto si fa colore del vino, le Latomie dei Cappuccini, cave di pietra ancora risuonanti dei versi di Eschilo che i prigionieri greci recitavano a gran voce nei momenti di acuta nostalgia, con i loro “dolci giardini” di aranci, limoni, lumie, piantati dagli arabi, e coltivati con amorevoli cure dai frati francescani. La fonte Aretusa, le sue acque gorgoglianti dei sospiri di Alfeo, e Ortigia, l’isola che conserva nel Duomo, le vestigia greche del tempio che fu di Artemide, prima che di Atena. La bellezza dei luoghi fa da sfondo all’età bella delle prime azzuffate, delle vigorose nuotate, degli adolescenti innamoramenti, di un’amicizia, quella con Carlo Monteforte, l’autore della prefazione al libro, nata con i calzoni corti e che dura ancora, malgrado la lontananza, e le separazioni che il diventare adulti impone. A questo incipit di luminosa mediterraneità subentra un flusso narrativo spezzato che procede per isole di memoria. Non segue un filo temporale, ma si snoda a balzi da un’isola all’altra: gli amori giovanili, gli studi, i viaggi, i rapporti con Elio, il padre distante, anche nei brevi intensi periodi trascorsi insieme. Un vivere in movimento, di cambiamenti, novità, colpi di scena e colpi bassi, e di intima solitudine, pur tra i giovenil furori, gli affetti famigliari, la nascita dei figli. E i lutti a scandirne le sequenze: la morte a ventisette anni del fratello Giusto. Dopo quella improvvisa di Elio, il padre ritrovato nel momento della malattia e del distacco, e ancora il suicidio dell’amatissima figlia, Lucia Polly. Sino all’incontro che darà un senso nuovo alla sua esistenza: il secondo matrimonio con Margaret, “il cuore della mia vita e la vita del mio cuore”, finito con una prematura perdita. La morte di coloro che amiamo giunge sempre prematura e sempre ci coglie impreparati.

demetrio vittoriniAi vissuti personali fanno da sfondo quelli collettivi: la caduta del fascismo, l’occupazione tedesca, la lotta partigiana, la liberazione di Milano e gli anni della ricostruzione. Ma gli eventi esterni non hanno altro risalto che quello impressogli dalle vicende soggettive. Anche l’elitario mondo intellettuale in cui si formò l’autore, le appartenenze culturali di alto lignaggio-oltre al padre Elio, lo zio Quasimodo, e Montale che lo tenne a battesimo -, le frequentazioni colte, la formazione europea, l’insegnamento accademico che gli consentiva di muoversi liberamente tra Parigi, Londra, Dublino, Milano, Zagabria, l’esperienza lavorativa all’Olivetti, nella stagione illuminata e di grandi slanci ideali del giovane Adriano, si ha come l’impressione che restino marginali, per quanto formativi di un profilo culturale alto, alla sua crescita interiore, al maturare di una profonda spiritualità religiosa, non confessionale, che informa l’agire di Demetrio Vittorini e lo impronta ad una introversione fatta di studi e meditazione, e di un doloroso amore per la vita. Che si traduce in un atteggiamento dinnanzi ad essa diviso tra impulsivo abbandono e cautelativa distanza.
Da qui la sua prosa sobria, quasi scarna, e non per difetto, semmai per l’esigenza di tenere a freno un pathos che potrebbe altrimenti debordare. Il suo narrare affabile, discreto, misurato, eppure accattivante, velato d’ironia, e che abbassa i toni nei momenti di maggiore tensione, è frutto di un talento naturale, ma coltivato a una scuola letteraria di essenzialità ed eleganza formale, educato ad una modernità di classiche reminiscenze.

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