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SI DUBITA SEMPRE DELLE COSE PIÙ BELLE – FEDERICO DE ROBERTO e ERNESTA VALLE

novembre 9, 2014

SI DUBITA SEMPRE DELLE COSE PIÙ BELLE. Parole d’amore e di letteratura”FEDERICO DE ROBERTO e ERNESTA VALLE – a cura di Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla (Bompiani)

Federico De Robertodi Massimo Maugeri

Oggi De Roberto è “universalmente” riconosciuto come uno dei più grandi scrittori della letteratura italiana di tutti i tempi. È stato ribaltato il giudizio critico negativo di Benedetto Croce che per molto tempo ha pesato come un marchio su “I Vicerè”, definita (da Croce) come: «un’opera pesante, che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore (…)». Furono in tanti gli appartenenti al mondo letterario dell’epoca che non amarono De Roberto (né tanto meno la sua opera), trattandolo ingiustamente con sufficienza, superficialità e distacco. Giudizi negativi a cui, però, hanno sempre fatto da contraltare le parole di incoraggiamento e stima proferite da Verga e Capuana (grandi amici e sostenitori di De Roberto e della sua arte). Toccò a Leonardo Sciascia, in epoca più recente, in un articolo apparso su «la Repubblica» nell’agosto del 1977, e intitolato “Perché Croce aveva torto”, a riscattare definitivamente De Roberto e la sua opera principale, esaltando le doti dell’autore de “I Viceré” e contrastando causticamente la stroncatura di Croce sostenendo che: «(…) era difficile, nella scuola di allora, mandare al diavolo Croce e i crociati, la poesia e la non poesia, e leggersi “I Viceré” come poi durante la guerra li lessi, pensando che tanto peggio per la poesia, se poesia non c’era (…). “Se ci fossero cinquanta pagine in meno”, sospiravano coloro che amavano il libro ma non volevano mancare di rispetto a Croce. E perché avrebbero dovuto esserci cinquanta pagine in meno? E quali poi?».
Di recente è stato pubblicato un volume che getta una nuova luce sulla figura di Federico De Roberto. Un epistolario amoroso tra lo scrittore e Ernesta Valle (una nobildonna dell’epoca). Si intitola “Si dubita sempre delle cose più belle. Parole d’amore e di letteratura”: pubblicato da Bompiani e curato da Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla. Anche i curatori riportano, all’interno della loro acuta e ampia prefazione, il giudizio positivo di Sciascia su “I Viceré”, da lui definito “il più grande romanzo che conti la letteratura italiana, dopo I promessi sposi (“perché ‘dopo’? Meglio ‘insieme a’”, considerano giustamente i curatori).
Si dubita sempre delle cose più belle”, contribuisce senz’altro a gettare una luce nuova sull’immagine di De Roberto, offrendo ulteriori possibilità di lettura e di interpretazione delle sue opere. Un testo ponderoso, monumentale (che consta di ben 2144 pagine, 764 lettere, un ricco corredo iconografico – 80 immagini -, anch’esso in gran parte inedito o raro), frutto di una scrupolosa ricostruzione e di una accurata analisi. Attraverso questo corposo, spesso quotidiano, carteggio amoroso bilaterale intrattenuto con  Ernesta Valle (che il nostro scrittore, nelle lettere, chiama con diversi nomignoli e diminutivi, tra cui Renata, perché “rinata” all’amore, o Nuccia, diminutivo di “femminuccia”), abbiamo la possibilità di conoscere meglio De Roberto scrittore e uomo. Un carteggio da cui si libra uno stato emotivo molto complesso e variegato: amore, certo; passione; desiderio; ma anche mancanza, frustrazione, sofferenza, dolore allo stato puro. Perché l’amore di Federico (di Rico, come lo chiama lei), la sua dolce Renata, la sua adorabile Nuccia, è rivolto a una donna sposata con un uomo molto in vista della Milano bene a cavallo dei due secoli, tra l’Ottocento e il Novecento: l’avvocato messinese Guido Ribera. Del resto anche De Roberto deve fare i conti con la soffocante e tirannica madre, donna Marianna, che esercita un controllo e un’influenza tutt’altro che trascurabili nei confronti del figlio. Dunque sono tante le condizioni di difficoltà che impongono a Federico e a Ernesta di ricorrere a strategie di depistaggio, di occultamento e di dissimulazione al fine di garantire lo stato di massima segretezza a questo grande e problematico amore. E tuttavia, come ci fanno notare i curatori, rimane più che legittimo il sospetto, quasi la certezza, che sia il marito sia la madre fingano di non sapere. In ogni caso, nonostante le difficoltà, si tratta di un sentimento che resiste molto a lungo e che oggi rimane tratteggiato, in maniera indelebile e imperituro, tra le righe di questo carteggio: testimonianza di una relazione che abbraccia un intervallo temporale compreso dal 31 maggio 1897 al 18 novembre 1903 (con sporadiche tracce successive che si protraggono fino al 1916).
Federico De RobertoMa c’è dell’altro. Il volume offre un’importante testimonianza di natura storico-sociale e si innesta anche nel filone della “letteratura dei luoghi”. Milano diventa il palcoscenico primario di questa travagliata storia d’amore, da cui emergono: la Galleria, il Duomo, Piazza della Scala, Porta Vittoria, Porta Venezia, Corso Garibaldi, il Musocco, la Birreria Spatenbräu di via Ugo Foscolo, il caffè-ristorante Gambrinus, il ristorante Puntigam, i grandi magazzini dei Fratelli Bocconi (la futura “Rinascente”); ma Milano è anche la capitale dei poteri editoriali, culturali e finanziari; la città delle grandi case editrici (i Fratelli Treves, Galli), dei grandi giornali (“Il Corriere della Sera”, il supplemento letterario “La Lettura”), dei teatri importanti (la Scala, il Manzoni, il Filodrammatici, il Lirico, l’Eden), dei caffè culturali (il Biffi, il Cova, il Savini, il Caffè dell’Accademia), dei salotti letterari (di donna Vittoria Cima, di Virginia Borromeo, della stessa Ernesta Valle Ribera).
E non solo Milano. C’è anche Catania. La città altra, da cui De Roberto misura la distanza dal cuore della sua adorata, con i suoi luoghi: la Villa Bellini, il Teatro Massimo Bellini, l’Arena Pacini, i Quattro cantoni, via Etnea, via Manzoni, viale regina Margherita, piazza Stesicoro, il Borgo, la Stazione ferroviaria, gli stabilimenti balneari di piazza dei Martiri, il Caffè Savoia, i Circoli Nazionale, Unione, Artistico, la Biblioteca Universitaria, il Museo di Benedettini. Ma pure l’Etna, il mare, l’hinterland.
Non solo i luoghi, ma anche le persone (uomini e donne): poiché dal carteggio emergono le frequentazioni con i maggiori esponenti dell’intellighentia dell’epoca.
Inoltre quest’opera epistolare offre il rimando di una serie di interessantissimi rigurgiti e riferimenti letterari, giacché Renata diventa la destinataria privilegiata dell’intero lavoro di De Roberto. Attraverso queste lettere riusciamo a entrare nell’officina letteraria dello scrittore, a valutare i pesi e le aspettative di un’attività in corso, a condividerne entusiasmi e insicurezze, gioie e frustrazioni. Ma, al di là di tutto, c’è un De Roberto che non ti aspetti: il grande scrittore che intinge la sua penna nel calamaio di una passione travolgente, a volte sorprendendoci per l’intensità e l’eroticità delle sue frasi.
Oggi queste lettere d’amore (e di letteratura) giungono a noi oggi con tutta la loro potenza emotiva e letteraria e con «la sensazione” – scrivono i curatori – “che stiamo gettando lo sguardo su qualcosa che non ci appartiene. Quasi spiando. E un complice, ambiguo rapporto s’instaura fra noi e i due amanti».

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