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IL SOSIA DI HITLER di Luigi Guarnieri (un estratto)

novembre 15, 2014

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del romanzo IL SOSIA DI HITLER di Luigi Guarnieri (Mondadori). Luigi Guarnieri ci ha raccontato il suo libro qui…

La scheda del libro
Berlino, ottobre 1945. L’agente speciale L**** Gren***** del controspionaggio militare americano viene incaricato di condurre una nuova indagine sulla morte di Adolf Hitler. La verità ufficiale vuole che il Führer si sia suicidato nel bunker, ma i rapporti dell’Intelligence Service britannico e dei russi dell’NKVD non hanno chiarito la reale dinamica dei fatti. L’interrogatorio della dentista personale del Führer, la dottoressa Greta von Freundin, ha aperto un nuovo scenario investigativo: il Dipartimento H dei servizi segreti del Reich, specializzato in Controfigure, Contraffazioni e Interventi speciali, avrebbe sviluppato un piano segreto per favorire la fuga di Hitler dal bunker. Nome in codice, Operazione Janus. Comincia così una difficile inchiesta, lunga più di quindici anni, scandita da scoperte, delusioni, inganni e sorprese. Ossessionato dal fantasma di Hitler e del suo doppio, l’agente Gren***** interroga testimoni reticenti o ambigui, viaggia tra Germania e Austria, Argentina e Italia, Paraguay e Svizzera. E alla fine ritrova le tracce dell’aristocratico Egon Sommer, il direttore del Dipartimento H, e dell’altrettanto misterioso Mario Schatten, il sosia di Hitler: geniale musicista incompreso, vittima sacrificale di una terribile macchinazione e di due spaventose dittature – il nazismo prima, il comunismo poi. Ma quando scrive il suo rapporto conclusivo, frutto di un lungo lavoro di pazienza e di astuzia, l’agente Gren***** ormai sa che la verità non è mai una sola: perché niente e nessuno, nemmeno lui, è cio che sembra. Affresco epico e visionario, thriller storico ma anche narrazione totale che contamina in assoluta libertà ricerca documentaria e invenzione fantastica, evocando con lo stesso fascino inquietante figure reali e personaggi immaginari, Il sosia di Hitler è un potente romanzo sugli orrori e sulle follie della Storia, un grandioso viaggio nelle tenebre che nessun lettore potrà dimenticare.

* * *

le prime pagine del romanzo IL SOSIA DI HITLER di Luigi Guarnieri (Mondadori)
 

1
OPERAZIONE JANUS

a.
Il 25 febbraio 1945, nel tardo pomeriggio, Egon Sommer venne
chiamato al telefono dal segretario di Hitler, Martin Bormann; poche
ore dopo, alle 20.30 in punto, salì a bordo di una massiccia
Maybach nera con targa militare, guidata da un sottufficiale delle
SS. L’autista lasciò l’albergo nei dintorni di Lipsia nel quale Sommer
si era rifugiato per una breve licenza; imboccò Reichstrasse 96, oltrepassò
due posti di blocco dell’esercito e, dopo essere stato autorizzato
a superare la velocità consentita nelle ore notturne, puntò
a razzo verso Berlino. Poco prima delle tre, nei pressi di Zossen,
Sommer – che si era appena assopito – udì l’autista lanciare una
spaventosa bestemmia; poi il sottufficiale frenò bruscamente, spalancò
lo sportello, si catapultò fuori dall’auto e gli riferì di aver investito
una pecora.
Sommer scese dalla Maybach e puntò una torcia sotto il cofano
dell’auto, lungo più di due metri: in effetti, c’era una grossa pecora
zuppa di sangue incastrata sotto le ruote. Il resto del gregge stava
brucando l’erba sul ciglio della strada, sorvegliato da un vecchio
contadino armato di bastone. L’autista cominciò a strillare e
rimproverò il pastore, che fece un mezzo inchino e si giustificò: gli
era stato ordinato di portar fuori il gregge solo di notte, disse, per
via degli attacchi aerei nemici; era un reduce della Prima guerra
mondiale, con figli e nipoti al fronte e la moglie morta sotto i bombardamenti.
L’autista voleva frustarlo; Sommer gli ordinò di tornare
al volante, aprì il portafogli, tirò fuori un fascio di banconote
e le allungò al pastore. «A titolo di indennizzo. Può bastare? Fammi
solo un favore, tira via quella pecora morta da sotto le ruote.»

Ripartirono. Dieci chilometri più avanti, una colonna di automobili
e autocarri in uscita dalla capitale intasava la strada, e la Maybach
venne fermata da un reparto della Feldgendarmerie. La fronte premuta
contro il finestrino, lottando contro il sonno per tenere gli occhi
aperti, Sommer notò parecchie limousine Horch con le tendine
abbassate, le insegne rosse e oro del partito sul cofano e la placca
d’argento con la croce uncinata sulle portiere: fagiani dorati – gerarchi
in fuga che abbandonavano Hitler al suo destino. Sbadigliò, annoiato,
e si rannicchiò sul sedile quando all’alba l’autista ebbe via
libera e ripartì sulla strada miracolosamente deserta.

La Maybach entrò in città bordeggiando l’aeroporto di Tempelhof,
poi attraversò i quartieri operai di Neukölln, Treptow e Kreuzberg.
Berlino era ricoperta da una nube di polvere e di fumo alta più di
seimila metri, simile a una gigantesca tempesta di sabbia scatenata
da un vento sovrannaturale. Via via che si avvicinavano a Mitte,
il traffico diventava sempre più caotico e la devastazione aumentava.
Uno spettacolo infernale e fantastico allo stesso tempo, al cui
fascino spettrale Sommer non riuscì a sfuggire: intere file di edifici
gravemente danneggiati o pericolanti, se non addirittura ridotti in
briciole, e dappertutto sciami di persone che trascinavano mobili,
materassi e lampadari in un vortice di schegge, pezzi di carta, vetri,
pulviscolo e cenere. Un negozio di tessuti stava ancora bruciando,
e le fiamme divoravano le tende a brandelli delle vetrine. Una
donna giaceva riversa accanto a un lampione piegato in due come
uno stuzzicadenti: Sommer abbassò il finestrino per guardare meglio,
e si accorse che dal suo cappotto non spuntavano le gambe.
L’ultimo bombardamento era stato così pesante che alcune locomotive
di 200 tonnellate erano state sbalzate dai binari, e le carte
degli uffici erano arrivate a fluttuare nell’aria a un’altezza superiore
ai 300 metri. Dalle strade sembravano spariti gli spazzacamini,
i venditori di salsicce e i carbonai, ma sul Kurfürstendamm si
affollavano strilloni, fioraie, netturbini e bambinaie con le uniformi
inamidate che spingevano lussuose carrozzelle. Sull’Unter den
Linden, le chiome degli alberi si erano come volatilizzate a causa
del calore degli incendi, che aveva fuso decine di cadaveri all’asfalto.
C’era un inconfondibile sentore di terra, fumo, gas, cordite, polvere
di mattoni, legno carbonizzato, fogne scoppiate. Alberi sradicati
ovunque, pali telegrafici spezzati, fili elettrici scoperti, cavi
dell’alta tensione divelti, acqua che sibilava gorgogliando dalle tubature
rotte, tegole, grondaie e persiane che piombavano in strada
all’improvviso, strappate agli scheletri anneriti dei palazzi da una
rabbiosa folata di vento.

Dopo aver svoltato in Wilhelmstrasse, l’autista fece scendere Egon
Sommer davanti ai giganteschi pilastri del portone principale della
Cancelleria, ovvero davanti all’ingresso della Wehrmacht, mentre
Sommer aveva ricevuto ordine di entrare da quello di sinistra,
riservato al partito. Risalì per qualche decina di metri la strada ormai
ridotta a un cumulo di macerie, tra grappoli di scintille trasportate
dal vento. Dell’incantevole palazzo barocco della vecchia
Cancelleria restava in piedi solo il prospetto frontale, simile a
un’enorme quinta di teatro sul punto di crollare; il giardino, fino a
qualche mese prima adorno di splendide aiuole, era una lugubre
distesa di calcinacci butterata dai crateri delle bombe. Anche della
nuova Cancelleria si era salvato poco più della facciata, e il piccolo
balcone quadrato dal quale Adolf Hitler per anni aveva arringato
la folla berlinese con la sua stridula voce da profeta e gli occhi
fuori dalle orbite.
Sommer salì i dodici scalini dell’entrata, sfilò accanto all’attendente
che gli spalancava la pesante porta di quercia e si trovò in una sala
austera e fredda, dal soffitto altissimo rigato di crepe, squarci nelle
pareti e finestre rimpiazzate da tavole di legno e pezzi di cartone.
Un ufficiale delle SS in giacca bianca, pantaloni neri e stivali da cavallerizzo
gli si avvicinò quasi in punta di piedi e gli chiese di esibire
il permesso regolamentare, che dopo aver frugato nella borsa
e in tutte le tasche Sommer non riuscì a scovare: siccome non aveva
con sé nessun documento d’identità, il suo nome venne iscritto
d’ufficio nel grosso libro delle registrazioni. Si aprì un’animata discussione
tra due ufficiali del Führerbegleitkommando sull’opportunità
di farlo passare o no; poi arrivò di corsa l’assistente di Bormann,
Wilhelm Zander, e spiegò che Sommer era atteso dal Führer
e dal Reichsleiter in persona. Sommer si scusò per la sua imperdonabile
negligenza, ma Zander si limitò a fargli cenno di seguirlo.

(Riproduzione riservata)

© Mondadori libri

* * *

Luigi Guarnieri (1962) vive a Roma. È autore di sei romanzi, tradotti in numerosi Paesi: L’atlante criminale. Vita scriteriata di Cesare Lombroso (2000, premio Bagutta Opera Prima); Tenebre sul Congo (2001); La doppia vita di Vermeer (2004, premio Selezione Campiello); La sposa ebrea (2006, premio Pisa); I sentieri del cielo (2008, premio Grinzane Cavour); Una strana storia d’amore (2010).

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