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SOLO A PARIGI E NON ALTROVE, di Luigi La Rosa (una recensione)

novembre 26, 2014

SOLO A PARIGI E NON ALTROVEhttps://i0.wp.com/www.adestdellequatore.com/contenuti/parigicopertina.jpg, di Luigi La Rosa

Da Parigi con amore

di Anna Vasta

Solo a Parigi e non altrove (Luigi La Rosa, Ad est dell’equatore Edizioni, pag. 232, 14,00 €) l’autore può trovare materia inesauribile di miti umani e letterari, fantasmi e chimere, finzioni e realtà che si intrecciano in nodi inestricabili, per quello che si configura, man mano che ci si addentra nel labirinto di questo stravagante libro, il tema dominante della sua introspezione: la passione amorosa, in tutte le sue declinazioni, manifestazioni, epifanie. Nel groviglio di pulsioni, affezioni, sintomi, patologie che germinano da essa. A Parigi lo scrittore arriva con un personale carico di devastanti effetti di un amore finito. Amore che non era nato a Parigi, ma che a Parigi lo aveva portato insieme col compagno Arturo, un anno prima quando niente ancora faceva presagire la crisi che covava e che a breve sarebbe esplosa in tutta la sua deflagrazione. Perché finisce l’amore? Quali “sommovimenti del profondo ne determinano la fine, mentre tutto continua a fluire uguale? A questi tormentosi interrogativi Luigi La Rosa cerca una risposta nei meandri di una città di passioni, furori, esaltazioni e depressioni, di velleità e illusioni perdute. Un luogo che custodisce nelle sue pieghe segrete l’umana follia, l’empia aspirazione a una totale insostenibile, labile felicità. Un Ade dove interrogare le anime che per un sogno impossibile di gloria, per un amore senza sbocchi, per la fedeltà estrema a una vocazione, per aver risposto a una chiamata, si sono dannate alla perdita di sé. Una toponomastica dell’amore ricostruita puntalmente seguendone la parabola di nascita, maturità e morte, attraverso le vicende di tutti quei dereletti, grandi e piccoli, oscuri e di luminosa fama che a Parigi confluivano spinti dalla forza rapinosa del desiderio. Le stazioni del métro – Saint Germaine, Notre Dame, Saint Michel, Montparnasse, Montmartre, etc, – delimitano confini, segnano tappe di un percorso interiore verso mete che sconfinano in altri approdi, in cerca di una soluzione, che non è mai definitiva, che slitta, smotta in terreni franosi, quelli dei sentimenti. Della curva in cui si iscrive la passione amorosa, all’autore più che il momento aurorale dei primi fremiti e pallori, del suo trepido insorgere, del suo tirannico insediarsi nell’animo, più che la stagione della maturità, l’ebbrezza del compimento, interessano i tempi morti del declino, del “rimpicciolirsi dell’amato in fondo al cuore, giorno per giorno, del graduale spegnersi delle fiammate iniziali che precedono il lutto della perdita definitiva. E come per l’amore anche per le vite che racconta, lo scrittore focalizza il suo sguardo su quei brevi interminabili istanti prima della fine in cui si cristallizza il senso di un’esistenza.
Luigi La RosaQuando tace il clamore esterno, quando anche l’eco delle acclamazioni, i rumori della gloria non oltrepassano la soglia dell’inaccessibile solitudine che isola il morente e lo restituisce alla sua intimità. Muore solo, Frédéric Chopin, nella sua grande casa su Place Vendôme. Il Maestro riverito, ambito, adorato come un dio nei salotti parigini, che aveva conosciuto la felicità di un amore corrisposto e il dolore lancinante dell’abbandono, se ne va con un solo rimpianto, George Sand. Colei che mai aveva smesso di amare e che ora è lontana da lui che si aggrappa al suo ricordo sino all’ultimo palpito. E Verlaine, il poeta strappato a una grigia esistenza borghese di marito e padre di famiglia da un fatale innamoramento per il giovanissimo Rimbaud, apparsogli sotto le sembianze di un biondo lucifero dagli occhi di ghiaccio, tra le nebbie violette di Montmartre. E pure Baudelaire, che di Parigi esprime l’ambigua essenza angelico-demonica, stroncato dai pregiudizi filistei, dai tormenti e dalle insanabili divisioni della sua anima, prima che dalla malattia e dall’hascisc. E il giovane ebreo italiano, Modì, sbarcato a Parigi con i versi di Dante sottobraccio e la presuntuosa pretesa di rivoluzionare l’arte del novecento. Finirà la sua vita dissipata tra le intermittenti allucinazioni della sua genialità e i bagordi autodistruttivi per i caffè e i bistrot di Montparnasse, trascinando nella sua rovina l’infelice Jeanne Hébuterne, la giovane allieva dell’Accademia di disegno Calorossi che per il bell’italiano squattrinato abbandona gli agi di una famiglia benestante, gli affetti sicuri e la vocazione artistica. Morirà suicida il giorno dopo la morte di Amedeo.
Vittime di un amor fou senza tutele e difese sono per lo più le donne, siano artiste affermate come Berthe Morisot, cognata di Manet- l’unica donna invitata da Nadar a esporre con gl’impressionisti nel suo salone-, innamorata del celebre pittore Edouard geloso del sua arte. Nella tomba di famiglia dei Manet a Passy la sua lapide porta il suo nudo nome. O come Camille Claudel, geniale allieva del grande Auguste Rodin, scultrice anch’essa e sua amante, poi ripudiata, sacrificata dal perbenismo borghese di Rodin e dal moralismo bigotto della madre e del fratello, il poeta Paul Claudel. Morirà di disperazione in un sordido manicomio. Siano anonime attricette come Jiuliette Drouet, amante, musa segreta e devota di Victor Hugo, il poeta vate, il buon pater familias che non esita, per non turbare la quiete famigliare, a relegarla in un ruolo di clandestina comparsa.
In questo peregrinare per le vie di Parigi, città acquatica, liquida e mobile come le acque del fiume che l’attraversa, per ricomporre una fisiologia degli amori dallo stato nascente sino al loro finire, l’incontro nella metropolitana con Bruno. E l’attrazione corrisposta, vissuta nella sua pienezza per dileguarsi improvvisamente tra i fumi del dormiveglia che precedono il risveglio da un sonno agitato. Come se l’amore per Parigi, stringente come una morsa, e tutte le ossessioni amorose dei personaggi di questo romanzo multiplo si fossero placate in una visione, che ha la freschezza di verità di una storia reale, la cui fine coincide con il distacco da Parigi e la partenza dello scrittore.
Un’opera originale, il romanzo di Luigi La Rosa. Un romanzo che si rifrange come in un gioco di specchi ad libitum. Una vicenda quella dell’autore e di Arturo, che per concludersi ha bisogno di ripetersi in altre vicende, di essere indagata e sviscerata per interposte persone.
La narrazione non segue una linea predefinita, ma si spezza, si ricompone, si intreccia in un grumo di vissuti e di emozioni sfibranti. Anche la prosa ubbidisce a questi ritmi incalzanti, rotti, vertiginosi che vanno su e giù come le montagne russe. Pur conservando una ariosità e apertura di classica bellezza.

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Luigi La Rosa è giornalista, scrittore, curatore per Rizzoli di varie pubblicazioni tra cui L’anno che verrà, Pensieri erotici e L’alfabeto dell’amore, nonché autore di racconti per diverse antologie. Da diversi anni, si divide tra l’Italia e Parigi – eletta a patria affettiva e sentimentale – scrivendo e insegnando scrittura creativa presso scuole, università, associazioni culturali.

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