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INTERVISTA A DANILO FERRARI

dicembre 18, 2014

INTERVISTA A DANILO FERRARI (a fine post, il servizio andato in onda su TG4)

a cura di Simona Lo Iacono

Da sempre comunicare non è della voce, né la parola è nata per essere un suono. Logos (λόγος) deriva dal greco λέγειν (léghein) che significa scegliere, raccontare, enumerare. Eraclito, poi, dava al Logos il significato di “ascolto”, mentre nel Cristianesimo il logos compare all’inizio del Vangelo di Giovanni, dov’è detto che venne ad «abitare in mezzo a noi».
La parola, dunque, travalica il significato, si pone come un’entità che crea e rivela, un nodo da sciogliere, un mistero.
Chiunque scriva, poi, sa che è capricciosa, invadente, persino ostinata. Perché può impennarsi, regalare bellezza e visione. O può tacere, rivoltandosi contro il suo autore, facendogli sperimentare le stimmate del silenzio.
Tutto ciò prescinde dai sensi.
E, anzi, può anche accadere che proprio i sensi tradiscano la parola, impedendole di approdare oltre, di estendere le sue dita, sfiorando e toccando, pregando e accarezzando, supplicando e chiedendo.
Allora spetta all’uomo scovare metodi ingegnosi, sfruttare la fantasia, giocare con un alfabeto che non è più solo dei segni, ma dei gesti e dei sorrisi, restituendo alla parola il suo destino: creare la relazione, rilucere di una dualità segreta e completa, restituire all’essere umano la sua vera vocazione. Porsi in comunione con l’altro, e nell’altro scoprirsi, cercarsi, trovarsi.
E’ quanto accade a Danilo Ferrari.
Classe 1984, siculo di origine e vulcanico per temperamento (l’Etna gli ribolle alle spalle e domina la città in cui è nato: Catania), Danilo è affetto dalla nascita da tetraparesi spastico-distonica, ed è quindi impossibilitato a parlare e a muoversi.
Però ha occhi penetranti e loquaci, ciglia crespose che sanno battere e reggere il ritmo, una bocca sorridente che si apre spesso a sottolineare una gioia pienissima di stare al mondo.
Così, gli occhi sono diventati la sua parola.
Grazie al loro movimento comunica ciò che sente, detta articoli giornalistici, scrive libri. Maria Stella Accolla, la sua insegnante di sostegno, raccoglie pazientemente il rimando dello sguardo e traduce, perchè in fin dei conti la lingua di Danilo non è che una delle tante parlate straniere che vanno interpretate a questo mondo, e lei non ha fretta, sa bene anzi che il linguaggio vuole concentrazione e allegria, predisposizione al gioco e moltissimo buon umore.
Sarà per questo, allora, che Danilo non patisce alcuna incomprensione, e che persino a teatro, dove ha recitato nello spettacolo tratto dal suo ultimo romanzo “Il coraggio è una cosa” , nessuno è caduto in equivoci o in malintesi, nè ad alcuno è sfuggito il senso della sua interpretazione.
Danilo si è laureato, ha intrapreso una carriera letteraria, è un attore di quel “Teatro della diversità” che dal 1989 Piero Ristagno e Monica Felloni portano avanti con tenacia e fiducia nelle possibilità impensate di ciò che viene chiamato handicap.
Per questo oggi ho voglia di chiacchierare con lui, di immergermi in quell’universo di frammenti e occhiate che hanno la forza di trasformarsi in lingua viva, amorosa e generosa, uno scroscio d’acqua che se pure non ha suono, riesce a spezzare il silenzio.

– Danilo, chiedo riferendomi al titolo del suo libro (“Il coraggio è una cosa”), che cos’è il coraggio?
Il coraggio sono Io, ogni secondo trascorso a respirare è dimostrazione di coraggio.

– Pensi che la nostra sia una società coraggiosa?
A vederla come un unico blocco non vedo tanta dimostrazione di coraggio nelle azioni della gente , tutti sembrano vivere con la paura di essere osservati troppo profondamente, e di mostrare ciò che pensano . Allora a questo punto è d’obbligo riprendere il concetto di società circondato da una confusione tale da non poterne dare un significato preciso se non di carattere giuridico. Una società (dal latino societas, derivante dal sostantivo socius cioè “compagno, amico, alleato”) è un insieme di individui dotati di diversi livelli di autonomia, relazione ed organizzazione che, variamente aggregandosi, interagiscono al fine di perseguire uno o più obiettivi comuni? O è rimasta un semplice insieme di soggetti individualisti, che perseguono fini propri? Rispetto alla mia esperienza so che la “società” preferisce assegnarmi una pensione di invalidità ( sicuramente necessaria per i bisogni primari) e relegarmi in un angolo, invece qualche decina di uomini e donne volenterose rompe il muro della “inutile” compassione e va oltre, a testa alta mette in pratica il significato del termine “diversamente abile”, cioè ciò che tutti siamo : abili in qualcosa .

– Come è nato il romanzo?
Il testo può essere ascritto alla categoria del romanzo di formazione, perché gli articoli coprono un arco temporale di dieci anni , appunto, dalla organizzazione in sezioni delle mie esperienze in quei dieci anni è nata l’idea dell’editore di raccoglierli in un tutt’uno organico.

il coraggio è una cosa pag img2– Parlaci dell’esperienza a teatro, delle prove, delle quinte, dell’universo che si muove dietro l’interpretazione. Lì, oltre gli occhi, puoi usare il corpo e tutto se stesso. Quali sono le tue sensazioni?
Il mio rapporto con il teatro è cominciato grazie a Piero e alla sua compagnia; al Lombardo Radice tenevano un laboratorio di scrittura creativa e mettevano in scena gli spettacoli per fine anno. In un lontano inverno io per la prima volta vidi Piero, subito pensai che fosse un personaggio alquanto bizzarro, strano, enigmatico, illeggibile (strano per me che alla prima occhiata capisco di che pasta è fatta chi mi sta di fronte!). Il tempo passava e lui mi osservava, probabilmente aveva già capito che il mio cervello diceva più di quanto lui potesse ascoltare. Io ero sempre presente, mi facevano sentire parte del gruppo, e questo mi faceva stare bene. Per me , allora, il teatro era viverlo durante il suo farsi, andare in scena era l’ultimo dei miei pensieri. Dopo otto anni la svolta epocale, un pomeriggio ricevo una telefonata, era Piero che mi comunicava che voleva realizzare un progetto sui testi del poeta bolognese Roberto Roversi. In quel di Sant’Agata Li Battiati cominciarono le prove, fra tutti quegli attori, alcuni dawn, io mi sentivo una presenza anomala, sensazione tutta mia perché gli altri mi vedevano già parte del gruppo. Monica l’avevo vista solo qualche volta (Monica è la regista) pertanto non la conoscevo, ho imparato a conoscerla in quella occasione, alle prove si prova di tutto, ognuno esprime se stesso, le proprie emozioni , attraverso i movimenti del corpo, quindi io sarei dovuto essere escluso in partenza, ed invece Monica , la mia Amica Monica, ha immaginato il mio corpo muoversi in scena ,addirittura parlare. E così è stato, devi sapere che io mi muovo e mi racconto.

– Raccontaci di quel pomeriggio in cui hai ricevuto la telefonata di Piero.
Ti allego ciò che annotai quel giorno. Era il 10 agosto del 2012:
…10 agosto 2012 caldo infernale, non respiro mi sento male, ho bisogno di bende bagnate sulla fronte, il cellulare squilla, è Piero, penso “ci mancava solo lui!”decido comunque di ascoltarlo, mi informa che ha pensato insieme a Monica di farmi partecipare all’allestimento dello spettacolo sulle poesie di Roberto Roversi. Subito provo una grande emozione, penso che non sarà facile, ma ho il tempo dalla mia parte, un lungo periodo di tempo. Penso male, l’inizio delle prove è previsto per i primi di settembre, ora si che ho un buon motivo per tenermi le bende bagnate sulla fronte! Il 10 settembre tutti presenti alle prove, da quel 10 agosto non è cambiato niente, neanche il caldo infernale, ma che importa , io ho un progetto da realizzare e sono convinto di avere tanto tempo a disposizione per farlo. Sono anche convinto che Piero organizzerà degli incontri per parlarci dello spettacolo. Intanto cominciano le prove, io mi sento a mio agio, tutti sono disponibili con tutti, si respira un’aria leggera malgrado i 50° all’ombra, mi piacciono i miei compagni d’avventura! Ogni incontro è una scoperta, lo attendo con impazienza, non so cosa mi aspetterà, in verità avevo già provato questa sensazione durante le prove degli spettacoli che Piero, Monica e Giuseppe preparavano per il laboratorio teatrale a scuola , ma essendo passati già parecchi anni li avevo riposti nella sezione “ricordi”…

– Danilo, tre parole per dire ciò che sei, e altre tre per spiegarci cosa vuoi fare nel tuo futuro.
Io sono Io: muto, pensante, dignitoso, nel mio futuro immediato vedo comprensione, gente che mi ascolta, amore.

– Grazie di cuore.

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Il servizio del TG4

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