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ANNA ÉDES di Dezsó Kosztolányi (un estratto del romanzo)

dicembre 29, 2014

Pubblichiamo un estratto del romanzo ANNA ÉDES di Dezsó Kosztolányi (Edizioni Anfora, 2014)
a cura di Monika Szilagyi – traduzione di A. Rényi

Nel tumultuoso periodo del primo dopoguerra ungherese, tra rivoluzioni e controrivoluzioni, in un tranquillo quartiere di Budapest, una famiglia borghese e benestante assume una giovane cameriera, Anna. Il quotidiano sembrerebbe procedere sereno se non fosse che lentamente la dura condizione di serva corrode l’animo docile e benevolente della ragazza, che si trova persino sedotta e abbandonata da un membro della famiglia. Per i padroni il culmine sarà inatteso e disgraziato.

* * *

Da ANNA ÉDES di Dezsó Kosztolányi: un estratto del capitolo VI che s’intitola “Anna” e parla dell’arrivo di Anna nella casa dei Vizy. (pp. 48-51)

Ficsor aveva portato su un fagottino magro avvolto in un fazzoletto a quadretti.
La signora Vizy, approfittando del suo diritto di padrona di casa, lo aprì. Esaminava sempre i fagotti delle serve al loro arrivo per capire se avrebbero rubato.
Trovò poche cose.
Qualche consunto fazzoletto di cotone senza iniziali – quindi probabilmente non erano stati rubati –, un abito liso di cotonina blu, qualche fazzoletto da mettere in testa, un paio di scarpe usate da uomo che doveva aver ricevuto in regalo dai suoi padroni, uno specchietto tondo ad uso pubblicitario con il nome della ditta, un pettine di ferro con i suoi capelli arruffati impigliati fra i denti.
C’era anche una trombettina di latta gialla, ammaccata, con una nappina rossa.
La prese in mano e la esaminò.
Non riusciva a immaginarsi a che cosa potesse servire una trombetta ad una serva.
Entrò Katica a testa alta e con il sorriso di superiorità di una principessa offesa, per sparecchiare la tavola del pranzo. La signora Vizy non le permise di toccarla, la mandò fuori e poi la seguì.
Ficsor approfittò della sua assenza per sentire le impressioni di sua nipote.
– Allora?
Anna taceva.
– È un buon posto – disse il portinaio. – Un ottimo posto. Sono ricchi. La casa è loro. Tutto l’edificio. Il signore è consigliere. Sono illustrissimi.
Non ci furono altre parole.
Li univa la parentela priva di emozioni della gente povera, per la quale significava assai poco il legame di sangue per mancanza di bei ricordi condivisi, si viveva solo l’uno accanto all’altro, presi sempre dal lavoro, chiusi in se stessi, lontani e impenetrabili l’uno per l’altro.
La signora Vizy voleva disfarsi di Katica come si fa con i morti di colera in un ospedale in cui si cerca di evitare la diffusione dell’infezione su chi è ancora sano.
Le gettò davanti lo stipendio, le intimò di fare subito i bagagli.
Mentre la serva raccoglieva la sua roba, la teneva d’occhio per vedere se stava portando via qualcosa.
Neppure Katica aveva un fagotto più grosso di quello di Anna, ma aveva tanta dignità: prima di andarsene, con un gesto da gran signora, restituì il corpetto che aveva ricevuto in regalo.
Anche lei sentiva contaminato tutto quello che le avrebbe potuto ricordare la casa dove era stata tanto umiliata.
La signora si riprese il corpetto e sbatté la porta dietro Katica.
Tornata in stanza, prese a parlare ad Anna con una voce del tutto diversa, quella che avrebbe sempre usato da quel momento in poi:
– Venga, Anna, le consegno la casa.
La condusse di stanza in stanza.
– Questo è lo studio. Bisogna spolverare i libri tutti i giorni ma non deve spostare nulla sulla scrivania perché il signore ci tiene molto alle sue cose. Ha capito? E anche a questo dovrà prestare particolare attenzione.
Un gufo imbalsamato fissava la ragazza con occhi gialli di vetro.
Anna seguiva la signora Vizy e Ficsor a distanza di pochi passi facendo ciondolare il suo fagotto.
– Ha già visto la camera da pranzo. Questa è la cassa dei panni sporchi. Naturalmente quell’armadio dovrà essere portato fuori di qui.
Nel salone disse:
– Bene, anche qui c’è bisogno di una pulizia a fondo. Sposteremo tutto. Spingeremo il pianoforte più in avanti. Ci sarà da fare, questo è certo.
Anna stava in piedi accanto al sofà coperto dal tappeto rosso, l’odore della canfora proveniente dal pianoforte le si appiccicò al punto che divenne pallida come un cadavere. La signora Vizy e Ficsor erano già nella camera da letto. Sentiva solo la signora sollecitarla:
– Perché non viene? Strana ragazza – disse rivolgendosi a Ficsor. – L’inizio certo non sarà facile con lei.
Dalla camera da letto una porta tappezzata con una stoffa a roselline portava nel bagno buio e umido, in cui i rubinetti rotti discorrevano mesti gocciolando.
– Spenga la luce – ordinò ad Anna. – Svelta, ragazza. Un–due. Quando esce da una stanza deve sempre spegnerla. Non sono permessi sprechi in questo mondo tanto costoso. E chiuda anche la porta dietro di sé. Non ci vuole niente. C’è corrente.
Giunsero alla cucina.
Era vuota e abbandonata come se Katica non vi avesse mai abitato.
– Questo è il suo… – la signora Vizy cercava, ma non trovava la parola adatta. – Non è grande, ma è sempre andato bene a tutte. Non lì – strillò quando Anna poggiò sul tavolo il suo fagotto. – Per terra. Non vorrà mica portarmi le cimici in casa. I capelli li ha puliti? Domani farà il bagno.
Le mostrò la dispensa.
– È chiusa. La mattina le consegno la farina, lo strutto e lo zucchero. Non ci possono essere ammanchi – intimò alla ragazza.
Ficsor prese congedo. Quando era già sulla porta, alla signora Vizy venne in mente:
– Oh, e il suo salario?
– Non si preoccupi, Illustrissima – protestò il portinaio quasi indignato. – Le darà quello che si meriterà. Prima deve vedere.
– D’accordo. Prima vedrò.
Prima di tutto la chiamò nella camera da pranzo. Fece sparecchiare il tavolo di mezzogiorno tenendola sotto osservazione. La istruiva su come portare via i piatti, come lavarli, come riporre i coltelli e le forchette nella credenza.
Alla sera fece apparecchiare per la cena. Rimisero i piatti, i coltelli, le forchette tolti dal tavolo nel pomeriggio. Vi misero una pagnotta bianca, perché loro mangiavano già pane bianco.
Dopo aver fatto il letto insieme nella stanza da letto, la signora Vizy allungò ad Anna un’intera pagnotta di pane di granturco.
– Questo è il suo pane, ed ecco la sua cena – disse indicando un pezzo di formaggio. – Ed ecco la sua federa – le consegnò una federa a strisce rosse. – La infili sul cuscino. Consumi la cena e dopo può andare a dormire.
La congedò.
– Buona notte – e la ragazza baciò la mano alla signora Vizy.
– Lasci stare – disse la signora Vizy, ma la ragazza le baciò di nuovo la mano.

(Riproduzione riservata)

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