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DELITTI DI CAPODANNO – un estratto del racconto di Massimo Lugli

dicembre 30, 2014

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio estratto del racconto di Massimo Lugli tratto dall’antologia DELITTI DI CAPODANNO (Newton Compton)

La scheda del libro
Vi trovate al caldo di un camino, mentre fuori nevica? Siete circondati da parenti e amici per festeggiare insieme a loro? Oppure vi siete concessi una vacanza alternativa? Comunque abbiate deciso di trascorrere le feste, fatelo in compagnia di nove autori e delle loro storie, che regaleranno un brivido alla vostra quiete natalizia…
Si parte dalla Venezia del Settecento, dove Vitale Federici dovrà indagare su tre cadaveri tagliati a metà. Per arrivare a quella dei giorni nostri, dove un omicidio guasta il Capodanno a Bruno Cavallone, capo della sezione omicidi. Giorni terribili anche per Viviana Martinelli, poliziotto dell’Unità Analisi del Crimine Violento, alle prese con Dytiscus, un folle omicida. Capodanno violento in Sardegna: Emma si trova legata e imbavagliata nella cantina di una casa, mentre al piano superiore fervono i preparativi per l’ultima notte dell’anno. Anche a Napoli si festeggia e si balla, ma per qualcuno quel ballo sarà l’ultimo. Come per il pittore Enrico D’Angelo, che sceglie proprio la notte di Capodanno per un’esecuzione a regola d’arte. E mentre nei vicoli di Bari, poco prima dell’inizio dei “botti”, un ex magistrato si scontra con gli errori della giustizia, nella mente di una ragazza cominciano ad affacciarsi pensieri pericolosi, che non le appartengono… Qualcuno invece festeggia in un bunker. Perché la fine del mondo è forse arrivata e l’alba del nuovo anno sarà impossibile da vedere.

Gli autori
Marcello Simoni
– La prigione delle anime
Fabio Delizzos – Il labirinto del male
Massimo Lugli – Spari di mezzanotte
Diana Lama – Stanotte ucciderò
Letizia Triches – Guardami morire
Francesco Caringella – Un gioco di specchi
Eleonora Carta – Ultima notte nella vecchia casa
Lorenza Ghinelli – Un diavolo per capello
Francesca Bertuzzi – Finché morte non ci separi

* * *

da SPARI DI MEZZANOTTE, di Massimo Lugli

Lo squillo arrivò quasi contemporaneamente al botto del
tappo che saltava. Bruno Cavallone contò mentalmente fino
a tre prima di alzarsi dal divano. Degli auguri, di sicuro.
Qualche idiota che lo chiamava a mezzanotte precisa
dell’ultimo dell’anno, magari quel lecchino dell’ispettore
Toniozzi, con la sua foga di mostrarsi premuroso. Mentre
correva a recuperare il telefonino dalla giacca e il gruppetto
di amici con cui aveva deciso di festeggiare l’arrivo del 2015
esplodeva in un piccolo concerto di auguri, brindisi, baci
sulle guance e pacche sulle spalle, Gloria lo incenerì con
un’occhiataccia al napalm. Merda.
Sul display lampeggiavano sei numeri: 06.4686… il
centralino della questura. Bruno si augurò ancora che fosse
un collega in vena di auguri mentre premeva il tasto verde,
ma ormai non ci credeva neanche lui.
«Buon anno dottor Cavallone, sono Piancone».
Il capoturno alla sala operativa poteva chiamare per un
unico motivo valido: rogne.
«Buongiorno a te, Aldo, hai chiamato per gli auguri
immagino…».
«Be’, no, cioè, non solo… lei è di turno, dottore, giusto?»
«Giusto, che succede?»
«Una persona attinta da colpi di pistola, dottore. Sicuramente
un omicidio. Abbiamo due auto sul posto».
«Dove?»
«Via dell’Archeologia, altezza civico cinquanta ha
presente, alle Torri».
«E te pareva… Neanche a Capodanno riescono a evitare
di accopparsi tra loro… Chi ha chiamato?»
«Anonimo, dottore, da una cabina poco distante».
«Grazie Aldo, buon anno».
«A lei, dottore».

Prima sezione, omicidi, di turno alla mobile, notte
di Capodanno. Due ispettori, Marco Forti e Maristella
Donati, probabilmente già in stato di precoma etilico
e di overdose glicemica per tutto quello che avevano
ingurgitato. Fino a pochi anni prima anche il funzionario
di turno era costretto a salutare l’anno nuovo (o quello
vecchio, Bruno faceva sempre confusione) nello scenario
deprimente dell’ufficio, al secondo piano di San Vitale e
condividere la corvée con i subalterni e gli eterni forzati
della sala operativa. Il nuovo dirigente, Renato Gentile,
aveva rivoluzionato le cose e ridotto l’obbligo alla semplice
reperibilità. Quest’anno toccava a lui e naturalmente c’era
un omicidio. La solita sfiga.
La seconda telefonata fu di Marco Forti.
«Dottò, c’è un delitto a Torbella… Un tizio steso con una
calibro .38».
«Lo so, sto andando sul posto…».
«Passo a prenderla?»
«No, lascia stare, vengo con la mia macchina, tanto faccio
solo un salto per dare un’occhiata e poi me ne torno a casa,
ci vediamo lì».
«Bene dottò e… buon anno».
La parte più difficile della nottata doveva ancora arrivare:
affrontare sua moglie. La guepiere rosso fuoco con reggicalze
in tinta che le aveva regalato rischiava di restare inutilizzata
e, conoscendo il suo carattere, l’astinenza coniugale poteva
protrarsi fino all’Epifania. S’infilò il piumino che Gloria gli
aveva regalato a Natale (aveva sempre detestato i piumini,
gli sembrava di mettersi addosso un materasso, ma aveva
inscenato una recita di gratitudine e sorpresa degna di un
docente di metodo Stanislawsky) e tornò in salotto.
«Scusate… Devo uscire per lavoro, una grana, un
omicidio».
Coro di «No… Ma ci devi andare?… Ma proprio
adesso». Gli amici di vecchia data, ormai, non mostravano
più la minima curiosità per il suo lavoro di poliziotto.
Gloria, in pieno ruolo “padrona di casa esemplare e moglie
comprensiva” lo baciò sulle guance e gli aggiustò la sciarpa
ma la rigidezza robotica dei suoi movimenti lasciava poco
spazio alle speranze su come l’avrebbe accolto al ritorno.
«Vado sul posto, do’ un’occhiata e torno. Non finite tutte
le lenticchie…», si raccomandò pateticamente.
«Certo, come no?». Tre parole, tre staffilate. Come se fosse
colpa sua se i barabba di Tor Bella Monaca non facevano
vacanza neanche il trentuno dicembre.
Uscì, recuperò la sua Citroën e partì nel buio costellato
di esplosioni. Il giorno dopo ci sarebbe stata la solita
conta di mani amputate, occhi accecati, magari qualche
ferito da proiettili vaganti. Be’, se la vedessero volanti e
commissariati, lui aveva già i suoi problemi.
Mentre imboccava il lungotevere diretto al raccordo
anulare, chiamò il dirigente. Naturalmente sapeva già tutto.
Arrivato a Roma da Reggio Calabria sei mesi prima, Renato
Gentile era ancora animato dal sacro fuoco e c’era il rischio
di vederselo piombare sul posto perfino a Capodanno. Per
un accoppamento da quattro soldi alle estreme propaggini
della città, normalmente, non si sarebbe scomodato e
avrebbe lasciato il lavoro sul posto agli ispettori e alla
scientifica ma, se il capo avesse alzato il culo e non l’avesse
trovato in strada, si sarebbe ritrovato in un mare di merda.
Esecuzione a Tor Bella Monaca. Bruno immaginava già tutto
prima ancora di sapere chi era il morto: la solita faida tra
gruppi di spacciatori esaltati che avevano visto troppe volte
la serie di Romanzo Criminale e tiravano fuori il ferro con la
facilità con cui, fino a due o tre anni prima, si accoltellavano
alle chiappe.

«I botti li ho sentiti ma pensavo che fossero i soliti petardi,
mi sono affacciato solo quando sono arrivate le sirene».
Era la quinta volta che sentiva la stessa frase. Un classico.
Cercare un testimone a Torbella era come andare a caccia
di elefanti nella Val Brembana.
Il morto era steso bocconi quasi al centro della strada, e
Bruno si domandò quanta gente gli fosse passata accanto
senza neanche degnarlo di un’occhiata. La pozza di
sangue che si allargava sull’asfalto all’altezza della testa
era una macchia scura alla luce delle torce elettriche. Gli
agenti dell’Ert, gli Esperti ricerca tracce della scientifica,
sembravano fantasmi nelle loro tute bianche e Cavallone
ebbe un fugace ricordo di come si lavorava vent’anni prima,
quando concetti come “congelare la scena del crimine” non
erano ancora stati inventati ma, chissà perché, la media dei
casi risolti era molto più alta.
«Bossoli?»
«Non se ne vedono, dottò, ma è buio. Potrebbero essere
schizzati chissà dove».
Marco Forti. Una sorta di monumento al poliziotto,
massiccio come una colata di ghisa e altrettanto tosto.
Classico sbirro di strada, mano pesante e manetta facile, un
passato nei Falchi, la squadra di motociclisti antirapina della
mobile, tradizionalmente i più aggressivi e spregiudicati
di tutta la questura. In sella alla sua Honda Enduro, tra
inseguimenti nel traffico, arresti e scazzottate, l’ispettore
Forti ci stava come un topo nel formaggio, ma una chiazza
d’olio traditrice e un ginocchio a pezzi l’avevano costretto
a passare alla omicidi e alle quattro ruote. Dopo l’incidente
che l’aveva lasciato leggermente claudicante e incazzato
col mondo, si era dedicato, anima e corpaccione, alla sua
seconda attività di istruttore di Krav Maga e tiro a segno
in un poligono privato. Cavallone si domandava spesso se
la vera vocazione del suo ispettore di punta fossero i Navy
Seal. Adesso era chino sul corpo, con tanto di guanti di
lattice e l’aria assorta da detective di Fox Crime.
«Quanti colpi, secondo te?».
«Il medico legale deve ancora arrivare e…», tergiversò
Forti.
«Lascia perdere il medico, quanti colpi?», arrivato sul
posto pochi minuti prima di lui, l’ispettore, sicuramente,
non aveva resistito alla tentazione di spostare il corpo e
dare una sbirciatina.
«Due: uno in testa e uno al petto. Chi l’ha accoppato ci
sapeva fare anche se magari è stata solo fortuna. Co’ tutti sti
botti, nessun bossolo e niente testimoni non abbiamo idea
di quanti colpi abbia sparato».
«Vedremo domani se troviamo qualcosa…».
«Già».
L’ispettore andò alla macchina e tornò con qualcosa tra
le mani.
«Ero andato a comprarla alla stazione per brindare con
Maristella in ufficio, dottò, ma mi ha chiamato la Sala e sono
dovuto venire qui…», mostrò la bottiglia di Asti spumante
con aria cupida. «Ho anche i bicchieri di carta».
«Adesso?»
«Be’, stampa e magistrato se la prendono comoda, perché
no?»
«Giusto, perché no?». Stapparono lo champagne,
riempirono i bicchieri anche per i quattro colleghi delle
volanti e della scientifica e brindarono all’anno nuovo, tutti
in piedi attorno al morto. Poi fu il solito circo: il medico
legale che se la cavò con qualche occhiata e una veloce
ispezione esterna, una pm frettolosa e infreddolita, qualche
fotografo sfigato e insonne, i cameraman che dovevano
rimediare le immagini per i notiziari del giorno dopo.
Auguri svogliati, sbadigli, sigarette.
«Documenti ne aveva?».
Il medico legale mostrò un portafogli ridotto a un cencio.
Dentro c’erano trenta euro e qualche spiccio. Nient’altro.
«Ma questo è er Voto, l’animaccia sua». Forti aveva l’aria
di chi ha inventato il motore ad acqua.
«Er Voto?»
«Antonacci Eusebio, classe ’65, l’ho arrestato almeno tre
volte. Spaccio, rapina, armi… Niente di che, uno stronzetto
qualunque».
«Perché er Voto? Era molto religioso?», originario
di Modena, Cavallone riusciva ancora a stupirsi per la
fantasia della mala romana in materia di soprannomi.
«No, er Voto nel senso che non aveva niente in testa.
Niente cervello, capisce, dotto’? Voto. Era un coglione,
poveraccio e si sarà messo contro la persona sbagliata».
«Già. Adesso si tratta solo di capire chi aveva fatto
incazzare».

Fu di ritorno alle quattro di mattina. Casa deserta, tavolo
e salotto terremotati, odore di fumo nonostante le finestre
lasciate semiaperte. Se Gloria faceva solo finta di dormire,
fingeva benissimo. La guepiere rosso fuoco era rimasta
intonsa nel pacchetto.

«Allora, ricapitoliamo. Due colpi alla testa e uno al
petto. Precedenti vari. Niente bossoli: revolver o reticella».
Renato Gentile elencò i tre elementi da cui doveva partire
l’inchiesta. Pochissimi.
«Credo che abbiano usato un revolver, la reticella da
queste parti non è di moda». Avvolgere la semiautomatica
in una reticella o in una busta di plastica per non lasciare
bossoli a terra era una tecnica da professionisti, uno come
Antonacci non meritava tante sottigliezze. E del resto
l’inchiesta, quasi sicuramente, si sarebbe arenata subito. Un
barabba di meno e chissenefrega. A meno che…
«Insomma, non sappiamo un accidente», riassunse
Gentile che non sembrava prendersela più di tanto.
«Se permette, dottore, darei un’occhiata in giro».
Un’alzata di spalle e una stretta di mano congedarono
Cavallone. Tecnicamente il suo turno era finito ma l’idea
di tornare a casa non lo allettava affatto, troppi avanzi del
cenone da smaltire, troppa ostilità da digerire. Appena
uscito, Bruno chiamò Saltimbocca.
Occhiali sfumati da playboy anni Settanta, cinquant’anni
circa di cui cinque in galera e tre da latitante, ex buttafuori,
ex allibratore, oggi in attività altalenante tra usura e
recupero crediti, modi mielati, capocciata a tradimento da
ko. Detto Saltimbocca, al secolo era Ernesto Proietti, un
informatore saltuario e con il tempo diventato quasi amico
di Bruno Cavallone, uno dei primi barabba in cui si era
imbattuto quando aveva preso servizio alla mobile.
«Dottò, ma pure il primo dell’anno lavora?».
Traduzione: ma anche oggi mi devi rompere i coglioni?
Ma Saltimbocca gli doveva un favore o due e su certe
cose la mala romana non transige. Il mileu capitolino ha
regole tutte sue, farsi vedere con uno sbirro non è un
marchio d’infamia o la strada più veloce per il cimitero
come a Napoli. Passare qualche dritta all’amico poliziotto
va anche bene, basta non esagerare. Quanto alle
alleanze, durano lo spazio di un colpo o di una partita da
spacciare. Oggi amiconi, domani ti azzoppo o t’accoppo.
Se ammazzano qualcuno all’ombra del Vesuvio, prima
ancora di andare sul posto sai già da che parte sono
arrivate le pallottole. Qui può essere stato chiunque. I
tempi dei “bravi ragazzi” della Magliana sono tramontati
da un pezzo. Tutti contro tutti.
«Che mi dici di Antonacci Eusebio?».
Saltimbocca spazzolò le patatine e scolò il suo Aperol,
abitudine datata come gli occhiali sfumati. Il prosecco di
Cavallone era ancora tutto nella flute.
«Er Voto, porello… Era un po’ imbecille ma non meritava
di finire così», deprecò Saltimbocca facendo cenno al
barista di versare ancora.
«Qualcuno se lo merita?»
«Qualcuno… sì». Bruno pensò che aveva ragione e
tacque.
«Hai qualche idea, Ernè?», incalzò.
«Che vuole che ne sappia, dottò? Io ormai mi sono
ritirato, sto fuori dai giri e…».
«Senti, non ho quasi dormito, mia moglie è incazzata
nera e lavoro fino alla Befana. Che ne dici se per una volta
saltiamo i convenevoli?». Saltimbocca assunse un’aria
offesa ma capì l’antifona e andò al sodo.
«Be’, c’è chi dice che aveva fatto una stronzata… Una
sola, ma pesante o qualcosa del genere, mi spiego? Per
tutta la vita, er Voto è stato un pidocchio: qualche dose, un
etto al massimo, movimenti da quattro soldi… Metà della
roba che doveva spacciare gli finiva dritta nelle narici, si era
bollito il cervello a forza di pippare».
«E chi poteva fregare di ammazzare una nullità simile la
notte di Capodanno?».
Saltimbocca scolò anche il secondo Aperol.
«Ma è sicuro che lo volessero addobbare, dottò? Magari
l’idea era solo di azzopparlo ma chi ha sparato non c’ha visto
giusto e…». In effetti, tra cocaina e adrenalina, succedeva
spesso: la mano che trema, la tensione, la paura, il proiettile
diretto alle ginocchia finisce nel posto sbagliato, centra un
organo vitale e addio. Non quella volta.
«Gli hanno sparato con un revolver calibro .38 special,
Saltimbò. Pallottole camiciate. Due colpi in fronte, uno in
pieno petto, da almeno due metri e in piena notte, secondo
i nostri valenti esperti balistici… Non credo che sia stato un
dilettante imbottito di coca».
«Be’… se lo dice lei… Comunque er Voto negli ultimi
tempi se la tirava. Spendeva, giocava in bisca, andava
a puttane. Almeno così dicono, io non ne so niente. Ma
secondo me aveva dato una sola a qualcuno. Se permette un
consiglio, dovrebbe cercare er Canguro…».
«E chi sarebbe ’sto Canguro, adesso?».
Saltimbocca allargò le braccia.
«Non lo so… Er Voto, ogni tanto ne parlava, doveva
essere il suo socio o qualcosa del genere. Io non l’ho mai
visto e di sicuro non è di Torbella, in zona conosco tutti e di
’sto tizio ho solo sentito parlare. Più che altro era proprio
er Voto a vantarsene, er Canguro di qua, er Canguro di là,
manco fosse coso lì… Popò Riina».
«Totò, non Popò, ma neanche la televisione vedi?»
«E che mi frega? Tutte cazzate. Comunque io se fossi
in lei cercherei er Canguro… Oh, io nun j’ò detto niente,
chiaro?»
«Come il sole. Grazie del consiglio, Saltimbò, buon
anno».
«Buon anno a lei, dottò. Ah, un’altra cosa…».
«Dimmi. Se è per quella denuncia non ti preoccupare, ho
parlato col pm non c’è fretta e non vuole arrestar…».
«No, non è quello».
«E allora?»
«Be’, qualcuno dice che da ultimo er Voto marcava
infame».
«Cazzo. E adesso me lo dici?».
«M’è venuto in mente solo ora. Che vuole, è l’età…».

(Riproduzione riservata)

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