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L’AMORETIEPIDO di Eliana Camaioni (un estratto del libro)

gennaio 13, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’AMORETIEPIDO di Eliana Camaioni (Pungitopo edizioni)

È meglio l’amore che scotta, o solo quello tiepido che scalda senza bruciare? Ma soprattutto: esiste una realtà univoca o tante verità quanti sono i punti di vista di chi narra? Se lo chiedono i cinque protagonisti de L’amoretiepido, romanzo che racconta l’età dei trentacinque-quarantenni all’epoca della crisi. La voce narrante che accompagna il lettore per tutto il romanzo è quella della protagonista, docente di italiano e latino “col capello troppo lungo e le idee poco ministeriali”, che viene convocata per una supplenza al liceo di Mistretta, paesino nebroideo. Rosa, reduce da “pasticci sessual-sentimentali”, ama mettersi alla prova, e decide di cogliere al volo l’opportunità della supplenza per “cambiar pelle come i serpenti”. A rompere la narrazione in prima persona, dopo i primi capitoli, provvederà un narratore onnisciente, che racconterà in parallelo le storie degli altri protagonisti, moltiplicando le facce del reale e regalando tridimensionalità e poliedricità alla vicenda. L’esplosione di una bomba carta metterà in moto gli eventi e il complesso ginepraio di rapporti umani fra i protagonisti, le cui vite andranno ad intrecciarsi con continue sovrapposizioni e colpi di scena.

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Estratti del romanzo L’AMORETIEPIDO di Eliana Camaioni (Pungitopo edizioni)


“Il liceo Leopardi di Mistretta mi è apparso il lunedì mattina in tutto il suo decadente splendore, imbiancato per la neve. Arranco lungo la salita, con la ventiquattrore piena solo della mia agenda e delle mie incertezze esistenziali; attraverso il cortile, giro sul retro. Rispetto all’arrivo frettoloso di tre giorni fa, adesso mi sembra di cogliere mille dettagli in più in ogni cosa che vedo: le mie azioni sono come rallentate, ho i sensi amplificati un po’ dall’emozione un po’ dall’essere in anticipo, cosa che mi concede lo stato d’animo giusto per guardarmi incontro.
Ed è così che per la prima volta noto la brutta e grande insegna di marmo grigio, lucida e moderna, inchiodata accanto al portone di ingresso in mezzo ad eleganti ghirigori liberty spizzicati dal tempo e dall’incuria (…) Meriterebbe una foto: è l’emblema della scuola di oggi, di cosa il susseguirsi di cattivi governi l’ha fatta diventare. Lo spessore del marmo è arrogante ed eccessivo; i tasselli che lo tengono, grossolani e rozzi e infissi con decisione nella delicatezza del tufo e dei decori antichi, recano la violenza dei chiodi conficcati nelle mani di un Cristo crocifisso, quasi a rendere tangibile l’imperio con cui l’ultima riforma ha voluto stravolgere, mettendolo alla gogna, il ruolo sociale e la priorità civile che dovrebbe avere l’istituzione scolastica. Che un tempo era meritevole della costruzione di un elegante palazzo ornato da splendidi stucchi sulla strada principale del paese; oggi non è che un edificio decadente al cui interno si ammassano quattro istituti superiori in uno, con classi-pollaio di trentacinque alunni, con risorse insufficienti persino all’acquisto di quattro tasselli decorosi con cui inchiodare una lapide al muro”
[…]

“Mi chiedo, ancora una volta, chi me lo abbia fatto fare a scegliere questo mestiere infame. Certo, non il desiderio di gloria. Per cosa faccio, allora, tutto questo? Per i soldi? Figuriamoci. Il mio già scarso stipendio viene regolarmente prosciugato dalle spese per raggiungere le sedi di servizio e da quelle per mantenere la casa in mia assenza (…) Vedo colleghi più anziani di me che da dieci anni fanno a singhiozzo i professori –babysitter, perché servono solo a tappare un buco di pochi giorni di malattia del titolare. E mi sono sempre domandata cosa rimanga del lavoro di insegnante, quando si viene chiamati per contratti di quindici giorni, in posti sempre diversi, con facce nuove che non fai in tempo a ricordarti come si chiamavano che è già ora di andare via, con libri che non hai scelto tu, orari che non hai scelto tu, colleghi che non conosci”
[…]

“La nostra storia è come un limoncello…Tu sai come si fa il limoncello, Rosa? (…) Si fa così. Si prendono i limoni, si pelano col pelapatate, e le bucce ottenute (che hanno la parte gialla, con gli oli essenziali, ma anche una parte di polpa, amarostica) si mettono a macerare nell’alcool, per un certo periodo, assieme allo zucchero. Poi quando l’alcool ha assorbito tutto ciò che deve assorbire, si filtra il composto e rimane solo un distillato, purissimo e squisito, alcool e il meglio del meglio di quelle bucce. Niente fibre, niente polpa amarostica, niente particolato”

(Riproduzione riservata)

© Pungitopo edizioni

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Dottore di Ricerca in Filologia, docente precaria di Italiano e Latino, Eliana Camaioni è stata finalista al Premio Molino col racconto Un uomo, menzione di merito al primo Premio Letterario Terremoti di Carta con il racconto Stretto di Messina (2012) e vincitrice dello stesso premio con il racconto Senza paracadute (2013). Ha pubblicato due romanzi: Di verità non dette (2007) e Il legame dell’acqua (2009). L’amoretiepido è finalista del Premio Letterario Perseide.

© Letteratitudine

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