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Uno scrittore allo specchio: GIACOMO LEOPARDI

gennaio 14, 2015

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c6/Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi.jpgUno scrittore allo specchio: GIACOMO LEOPARDI

di Simona Lo Iacono

Non ho mai amato gli specchi, il loro rimando, la crudezza con cui dipingono gli occhi sporgenti, le labbra desiderose.
Ho sempre preferito i riflessi dei laghi, o tutte le superfici su cui la natura deforma l’apparenza, e la fa più vicina al vero.
E d’altra parte, nella casa paterna ce n’erano pochi.
Mia madre preferiva non coltivare la vanità, che diceva nemica della buona coscienza, e mio padre Monaldo non ne sentiva il bisogno, circondato com’era da pareti di libri.
Solo io e i miei fratelli da piccoli ne disquisivamo, perchè nei nostri giochi infantili lo specchio chiudeva i fantasmi non rassegnati, ed era quindi la prigione delle anime in pena.
Divenuto adulto, cercando nello specchio una qualche tregua decorosa, il core spauriva al trovarsi in mezzo al nulla, e un nulla io medesimo, e ogni cosa umana impressa del suo passare troppo veloce.
Erano ancora gli anni giovanili.
Il borgo in cui ero nato, chiuso tra orti e ornamenti, palazzi nobili, chiese impresse del sigillo dello Stato Pontificio, pareva estraneo a tutti gli sbotti tempestosi di quel tale che nomavano Napoleone.
Ce ne stavamo, io e i fratelli mei, come reclusi in una coltre sonnacchiosa, a leggere e studiare.
Più e più andava la vita mia nella profondità dei libri, e in lingue arcaiche – il latino, il greco, l’ebraico – più regrediva all’ordine primordiale dello sguardo, al sentimento di quand’ero bambino.
Scoprivo – e per sempre – che uno solo era il modo che io avea di vivere: quello poetico, l’unico che spinga l’uomo a forzare gli spazi del vuoto.
L’unico, oltre la preghiera, che parli veramente d’amore.
Dopo, lasciando il borgo natìo e iniziando un viaggio lungo quanto tutto il resto della mia vita, l’avrei pensato spesso. Che la grandezza è in certe cose insignificanti che – pure – risuonano di una voce lieve e soprannaturale, in cui si incarna la mia unica, e vera, e trepidosa vocazione: essere amato.
Questo cercava, alfine, il mio cuore.
Non la gloria che pure venne, a Milano, presso l’editore Stella, e a Roma, ove i salotti delle nobildonne s’aprivano al conte letterato, che poetava e meditava filosofie. Non il plauso o l’approvazione magna dell’ambiente cattedratico che comunque plaudì, a Pisa, e a Bologna, e nella bella Firenze ove alloggiai nei pressi di Santa Croce. Non la pubblicazione e financo l’approvazione di una delle penne più alte d’allora, tale Manzoni Alessandro, con cui mi incontrai, una sera, per volontà di certi amici comuni, amanti dell’opera sua e mia.
Ma unire uno sguardo, in esso confondersi e annegare, accasare il cuore in un altro, e lì vederlo abitare nelle stagioni e nei lutti. E in quelle plaghe restare, come se l’unica protezione alla crudeltà del mondo fosse un abbraccio dolentissimo, disperato, un intreccio di carne e sangue senza altra pietà che riconoscersi, bastarsi, ultimarsi.
Ecco, questo solo volevo.
Quando, infine, giunsi a Napoli, il corpo era sfiancato. Troppi gli studi e troppe le mancanze. Troppo poco amore trovato. E il fratello Carlo perduto precocemente, senza neanche un saluto d’addio.
Il Vesuvio in quei giorni torreggiava sulla vastità d’un azzurro tormentante. I napoletani lo abitavano incauti, allegri, disperati, come tante formiche senza altra grandezza che arrangiarsi. Sopravvivevano a bocca aperta, smagriti dalla fame e dalle malattie, svicolando per strade strettissime che fumicavano di patate bollite e rape macinate.
Mi trovarono un alloggio poco distante, a Torre del Greco, in una villa detta delle ginestre.
E lì – finalmente – capìi.
Che quell’ansia d’amore cercato per tutta la vita, altro non era che desiderio di restare confederato all’umanità tutta, di parteciparne il dolore. Come la ginestra che attendeva l’invasione della lava, e schiumava il giallo a ogni rovesciata di vento, io pure godevo quell’attimo di innocenza pura che precede la morte.
Quando la fine venne e bussò fitta, inesausta, già mille volte prevista, non trovò più un corpo senza amore.
Davanti vedevo passare tutti i tempi, tutti i regni, tutte le generazioni. Tutte erano morte, e tutte le amavo.
E io ad esse mi stringevo, ultimissimo e mortale, desideroso che fossero unite a me per sempre e che al momento del trapasso , persino del mio nome – Leopardi Giacomo, conte di Recanati – non restasse più traccia.

[articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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