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ALAN TURING: STORIA DI UN ENIGMA (un estratto)

gennaio 24, 2015

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine della nuova introduzione del volume ALAN TURING: STORIA DI UN ENIGMA di Andrew Hodges (Bollati Boringhieri, 2014), il libro che ha ispirato il film “The Imitation Game” (8 Nomination agli Oscar).
Traduzione di David Mezzacapa. La traduzione della nuova prefazione è di Andrea Migliori

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Tratto dalla biografia di Andrew Hodges, «una delle migliori biografie d’argomento scientifico che siano mai state scritte»,  come l’ha definita il New Yorker, “The Imitation Game” ha ottenuto ben 8 Nomination agli Oscar: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attrice non protagonista, Miglior Colonna Sonora, Miglior Sceneggiatura non Originale, Miglior Scenografia, Miglior Montaggio. Una grande produzione internazionale con interpreti d’eccezione come Benedict Cumberbatch e Keira Knightley. Nella biografia che ha ispirato il film e che è pubblicata da Bollati Boringhieri, la storia integrale di Alan Turing: una storia di genialità e ingiustizia, l’incredibile vicenda umana e scientifica di uno dei più grandi geni del Ventesimo secolo.

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Nato a Londra nel 1912, considerato tra i padri della moderna informatica – spiegò la natura e i limiti teorici delle macchine logiche prima che fosse costruito un solo computer – fu un matematico fuori dal comune. Durante la Seconda guerra mondiale mise le sue straordinarie capacità al servizio dell’Inghilterra, entrando a far parte di Bletchley Park, la località top secret della principale unità di crittoanalisi del Regno Unito, e contribuì in modo decisivo alla decifrazione di Enigma, la complessa macchina messa a punto dai tedeschi per criptare le proprie comunicazioni, ribaltando così le sorti del conflitto. Ma la sua fu anche una vita tormentata. Perseguitato per la sua omosessualità, fu condannato alla castrazione chimica. Umiliato, a soli 41 anni, si suicidò in circostanze misteriose morsicando una mela avvelenata con cianuro. Nel 2013, dopo oltre sessant’anni dalla sua morte, la Regina Elisabetta gli ha «concesso» l’assoluzione reale. Con la verve di una spy story, la biografia di Andrew Hodges, la più completa e accurata mai scritta, ci restituisce l’ambiente e il clima culturale del periodo storico in cui Turing è nato e si è formato, le sue brillanti idee in campo matematico e scientifico, e ci fa conoscere il lato umano e personale di un genio inquieto.

Andrew Hodges (Londra 1949) ha studiato matematica a Cambridge e ha collaborato per molti anni con Roger Penrose allo sviluppo della «teoria dei twistori» (un tentativo di unificare la meccanica quantistica con la relatività generale). Svolge la sua attività presso il gruppo di ricerca del Wadham College di Oxford.

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Le prime pagine della nuova introduzione del volume ALAN TURING: STORIA DI UN ENIGMA di Andrew Hodges (Bollati Boringhieri, 2014)

PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL CENTENARIO

di Andrew Hodges

Il 25 maggio 2011, rivolgendosi al parlamento del Regno Unito, il presidente
degli Stati Uniti Barack Obama ha scelto Newton, Darwin e Turing
come esempi del contributo britannico alla scienza. La celebrità è una misura
imperfetta dell’importanza e le parole di un politico non conferiscono un
rango scientifico, ma la scelta di Obama è il segno del fatto che dal 1983,
l’anno della prima edizione di questo libro, il riconoscimento pubblico di
Alan Turing è decisamente cresciuto.
Nato a Londra il 23 giugno 1912, Alan Turing avrebbe potuto vivere
abbastanza a lungo da udire le parole di Obama, se solo non si fosse ucciso
il 7 giugno 1954: il mondo, allora, era molto diverso, e le istituzioni lo avevano
ignorato. Ma là dove Eisenhower e Churchill regnavano ancora
incontrastati, in quel mondo segreto in cui si osava a malapena sussurrare
il nome della nsa e del gchq, Alan Turing godeva già di un’attenzione speciale.
Nel 1942, quando l’intervento statunitense ridimensionò il ruolo britannico,
Turing era già il protagonista indiscusso delle ricerche segrete in
corso per scopi bellici, e la sua importanza scientifica crebbe, fino a raggiungere
l’apice il 6 giugno 1944, appena dieci anni prima della sua fine prematura.
Alan Turing ha avuto un ruolo cruciale nella storia mondiale, ma se cercassimo
di rappresentarne il suo dramma in termini di un gioco di potere o
di inquadrarlo nel contesto politico tradizionale del xx secolo commetteremmo
un errore. Turing non aveva una posizione politica così come la
intendevano gli intellettuali dell’epoca, focalizzati principalmente sulla
fedeltà o meno alla linea del Partito Comunista. Alcuni suoi amici e colleghi
erano effettivamente iscritti al Partito, ma la cosa non faceva per lui. (Va
anche detto, per inciso, che nella sua storia è altrettanto difficile trovare
traccia di quella «libera impresa» motivata dal profitto che dagli anni ottanta
è divenuta oggetto di venerazione). Molto più importante, invece, fu la
sua personale libertà intellettuale e sessuale, un tema che avrebbe ricevuto
un’attenzione molto maggiore negli anni successivi al 1968, e ancor di più
dopo il 1989. Ma più di ogni altra cosa è l’impatto globale della scienza pura
a scavalcare ogni frontiera, ed è la natura eterna della matematica pura a trascendere
i limiti temporali del xx secolo nel quale visse Turing. Quando
riprese a occuparsi dei numeri primi, nel 1950, non li trovò cambiati da
quando li aveva lasciati, nel 1939, sebbene nel frattempo ci fosse stata una
guerra mondiale. Per riprendere le celebri parole di G. H. Hardy, i numeri
primi «sono così e basta». La cultura matematica è fatta così, e tale fu la
vita di Turing, incomprensibile per menti ingabbiate in pregiudizi letterari,
artistici o politici.
Eppure non è facile separare la trascendenza dall’emergenza: il coinvolgimento
dei massimi scienziati per fronteggiare il pericolo che nel 1939
minacciava l’esistenza stessa della Gran Bretagna ebbe qualcosa di incredibile.
Per lottare contro la Germania nazista non bastavano le conoscenze
scientifiche: fu necessario ricorrere alle espressioni più avanzate del pensiero
astratto, e fu così che il lavoro svolto con discrezione tra il 1936 e il 1938
per prepararsi alla guerra dei codici cifrati fece di Turing il più concreto tra
i tanti antifascisti del suo tempo. Il parallelo storico con la fisica, che vede in
Turing una figura più o meno analoga a quella di Oppenheimer, non passa
inosservato. L’eredità del 1939 è ancora viva, nella misura in cui gli obiettivi
segreti di uno stato moderno hanno un legame indissolubile – sebbene
raramente preso nella giusta considerazione – con il suo establishment
intellettuale e scientifico.
La stessa atemporalità caratterizza l’elemento centrale della storia di
Alan Turing: la macchina universale del 1936, che nel 1945 divenne il computer
digitale multifunzione. La macchina universale costituì il punto focale
della vita di Turing, ma non fu la sua unica idea rivoluzionaria: egli vi
giunse a partire da una riformulazione più precisa del vecchio concetto di
algoritmo, o processo meccanico. A quel punto poté affermare con sicurezza
che tutti gli algoritmi, tutti i processi meccanici possibili, potevano essere
realizzati su una macchina universale, che fu battezzata immediatamente
«macchina di Turing»: oggi è impossibile non identificare la macchina
di Turing con i programmi eseguiti dai computer.
Forse ai nostri giorni si tende a dare per scontata l’idea che i computer
siano in grado di sostituire le altre macchine grazie a software capaci di
immagazzinare dati, fare fotografie, progettare, inviare email, telefonare o
riprodurre musica. Nessuno sembra stupirsi del fatto che le industrie cinesi
possano utilizzare gli stessi computer di quelle americane. Eppure non era
affatto ovvio raggiungere una simile universalità, e negli anni trenta non era
ovvio proprio per nessuno. Il fatto che la tecnologia sia digitale di per sé non
basta: per poter svolgere più funzioni, i computer devono essere in grado
di memorizzare e di decodificare un programma. Per farlo hanno bisogno
di un minimo irriducibile di complessità logica, che può avere un valore
pratico solo se implementata servendosi di componenti elettroniche molto
veloci e affidabili. È proprio quella logica, formulata per la prima volta da
Alan Turing nel 1936, e realizzata con componenti elettroniche negli anni
quaranta (e oggi incarnata nei microchip) a rappresentare l’idea matematica
della macchina universale.
Negli anni trenta solo una cerchia ristrettissima di logici matematici era
in grado di apprezzare le idee di Turing. Tra tutti, però, solo lui sentì anche
l’urgenza di metterle in pratica e riuscì a passare dalla purezza delle definizioni
del 1936 all’ingegneria del software del 1946: «Ogni procedimento
conosciuto dovrà prima o poi venir tradotto in forma di tavole di istruzioni…»
(p. 424). Anni dopo, Donald Davies, che era stato collega di Turing
nel 1946, avrebbe sviluppato le tavole di istruzioni (Turing chiamava così i
programmi) per il «packet switching», la commutazione a pacchetti che sta
alla base dei protocolli Internet. Incapaci di prevedere l’arrivo di Internet,
i giganti dell’industria informatica furono salvati dall’universalità di Turing,
che negli anni ottanta permise ai computer di gestire le nuove funzionalità
senza dover essere reinventati. Fu necessario nuovo software, servirono
nuove periferiche, velocità e capacità di stoccaggio più elevate, ma il principio
fondamentale rimase lo stesso. Potremmo definirlo come la legge della
tecnologia dell’informazione: qualunque processo meccanico, per quanto
ridicolo, criminale, insignificante, dispendioso o inutile, può essere
caricato su un computer. Proprio come diceva Turing nel 1936.

(Riproduzione riservata)

© 1983 Andrew Hodges
Per la prefazione: © 2014 Andrew Hodges
© 1991, 2003, 2006, 2012 e 2014 Bollati Boringhieri editore, Torino. Traduzione di David Mezzacapa. La traduzione della nuova prefazione è di Andrea Migliori

© Letteratitudine

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