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VICARÌA, di Vladimiro Bottone (un estratto del libro)

gennaio 29, 2015

VicarìaPubblichiamo il primo capitolo del romanzo “VICARÌA. Un’educazione napoletana“, di Vladimiro Bottone (Rizzoli)

La scheda del libro
Una perpetua, quotidiana estrazione del Lotto, a Napoli. Buona sorte ogni tanto, mala sorte quasi sempre.

Napoli, 1841. Il giovane commissario Fiorilli ha appena preso servizio a Vicarìa, uno dei quartieri centrali più malfamati della città. Non ha ancora fatto l’abitudine al male che ne percorre le strade, quando si trova a dover indagare sulla scomparsa di un bambino, un orfano rinchiuso nel cosiddetto Albergo dei poveri. Il piccolo Antimo aveva cercato di scappare da quell’edificio opprimente – che i napoletani chiamano anche Reclusorio o Serraglio – autentica città nella città che ospita vecchi, donne perdute e soprattutto una spaventosa massa di bambini esposti a ogni genere di pericoli. È così che la tragica storia di Antimo si trasforma per Fiorilli in un’ossessione, una ricerca della verità che gli fa incontrare Emma, insegnante di musica al Reclusorio, bella e idealista, ma che lo getta in pasto a medici avidi di carne giovane, funzionari corrotti, camorristi e sbirri cresciuti nello stesso fango. Per questa umanità varia e disperata tutto ruota intorno al tribunale della Vicarìa, la prigione della città e anche il luogo dove si svolge l’evento che i napoletani aspettano ogni settimana come unica speranza di salvezza: l’estrazione del Regio Lotto. E qui Fiorilli scoprirà che la giustizia degli uomini, troppo spesso, è cieca. Proprio come la fortuna.

* * *

Il primo capitolo del romanzo “VICARÌA. Un’educazione napoletana“, di Vladimiro Bottone (Rizzoli)

Vicarìa

Un lampo giallastro, uno schianto. Il fulmine ha spaccato
in due il crepuscolo su Napoli. Questa fenditura ha aperto
le cateratte. Per i vetturini, i carrettieri neanche il tempo di
lanciare i cavalli al trotto e si è scatenato il diluvio. Un cielo
fangoso sopra, la terra fangosa sotto. Questo gorgoglio
limaccioso dalle colline che incombono sulla città. In un
quarto d’ora il nubifragio ha già trasformato i pendii di Capodimonte
in un ribollire di acque piovane. Dalla sommità
dei Camaldoli iniziano a gonfiarsi, senza più argini, torrenti
di pioggia e melma. Da Materdei, da Santa Teresa, dal
Cavone queste masse alluvionali precipitano a valle, verso
la loro fossa biologica, il loro ricettacolo naturale: Napoli.
Anche dal canyon di San Rocco le acque pluviali prendono
velocità attraverso i valloni, si incanalano ciecamente
per le strettoie nel tufo. È la lava di Napoli, il suo scolo.
Una fiumana che, presto, comincerà a ruscellare pure
di fianco a quest’immenso edificio, spettrale dietro il velo
d’acqua: il Reale Albergo dei Poveri. Una cittadella autosufficiente,
una città nella città. Un reclusorio, un ospizio di
mendicità, un brefotrofio. Un ricovero destinato ai vecchi
inabili, alle donne perdute e all’infanzia che si perderà. Per
i napoletani è il Serraglio. Come a dire una specie di carcere.
Un’opera mastodontica, nata con l’ambizione megalomane
di risanare le sette piaghe cittadine. Quasi da subito,
però, si è aggiunta a esse divenendone l’ottava. Ottava e,
come tutte le cose nate storte, ugualmente indistruttibile.
L’impressione, difatti, è che le sue mura ciclopiche non temano
neanche un Giorno del Giudizio come questo. Perché,
in verità, niente riuscirebbe ad allagare il Serraglio. Al
massimo il nubifragio può affogarne la visione in quest’aria
fosforescente, che somiglia a un abbassamento della vista.
Una sorta di cecità come quella calata su Antimo che se ne
sta qui, vicino a uno dei dormitori, accucciato in fondo alla
cesta. Una delle canestre in vimini, alte quanto un cristiano,
dove ammucchiano la paglia usata e i cambi settimanali
delle lenzuola. Lenzuola fetide di polluzioni, sudore, piscio
irranciditi. Inevitabile, visto che là dentro si sono voltati e
rivoltati centinaia fra bambini e adolescenti come lui. Idem
per la paglia, usata per riempire i materassi. Così si è formato
un ammasso che schiaccia Antimo sul fondo di vimini,
non lo fa quasi respirare. Un’oppressione che gli grava
addosso e gli lascia sì e no un filo di ossigeno. Quanto basta,
comunque, per tenere in vita una ridda di pensieri ossessivi.
Sempre quelli. Non è che i facchini si mangeranno
la foglia e andranno a chiamare il Superiore? Allora sì che
lui sarebbe spacciato: quello è capacissimo di mozzargliela,
la testa. Con le mani sue. Altro rischio: gli ultimi ragazzi
a rientrare in camerata. I più grandi. I caporioni che, ogni
tanto, si sfogano prendendo a pedate tutto ciò che trovano.
Quante volte si sono divertiti a far capitombolare le ceste
per le scale. E a mimetizzarsi in mezzo agli altri, prima
che il sergente raduni nuovamente fuori la compagnia, per
l’estrazione a casaccio del colpevole… Ancora: non è che
la canestra si sfonda appena tirata su, con lui dentro? Non
sarà che è diventato troppo pesante?
Per fortuna chi non ha nulla da perdere, come Antimo,
può contare almeno sulla forza della disperazione. Sull’istinto
di sopravvivenza, che prende a infondergli coraggio
nel buio. Ma quale peso e peso se lui tiene sette anni e le
sue sono quattro ossa gracili con poca carne malnutrita attorno.
Una carne a cui Antimo, intirizzito com’è per l’umido
e la tensione, rinuncerebbe con tutta l’anima. Specie
adesso: deflagrato l’ennesimo tuono, gli sembra di distinguere
un mormorio in avvicinamento.
Capace che è la ronda di guardia, il turno serale che
monta. Solo che non è il loro giro di sempre. Non è che, in
dormitorio, hanno già fatto e rifatto l’appello? I grandi occhi
scuri del bambino, dilatati fin quasi a scoppiare. Fare
la conta delle voci: se sono quattro è la ronda, è l’Inferno.
Tutto come previsto, invece: si tratta solo dei facchini,
quelli dell’ultimo carico. Sono andati a procurarsi un sacco
di tela grezza, l’hanno scucito per ricavarne un paio di
cappucci. Fuori è malacqua.
«Mastu Pe’, ma nun putìmmo aspetta’ ca schiove?»
«Eh, accussì chiste ce chiudono dinto…»
Hanno paura di restare chiusi dentro, i liberi. Non sono
nati in cattività come Antimo.
«No: è meglio ca ce facimmo vede’. Scennìmmo abbascio
e ce facimmo vede’. Si po’ schiove, scarichiamo e ce
ne iammo a casa.»
Lo scricchiolio della cesta, le cinghie in trazione.
«Pronto? Uno, doje e tre.»
Hanno issato sulle stanghe il carico dei due cestoni, appesi
per delle corregge di cuoio. Antimo comincia a essere
sballottato. Il dondolio. Adesso non si torna più indietro.
Non gli rimane che masticare la solita giaculatoria.
Impetrare una grazia a chella bella Madonna d’‘o Carmene.
Serve come scongiuro. Serve per drogare una metà del
suo cervello, mentre l’altra è tesa a carpire ogni minima
eco da fuori. Conferme sul percorso, per esempio. Pressato
com’è in fondo al carico, Antimo può solo fare affidamento
sull’udito. La sua ricostruzione, momento dopo
momento, come fosse un cieco. Uno dei tanti che, nei suoi
sette anni di vita, ha visto brancolare qui al Serraglio, tastando
mura e porte.
Addò stammo? Dove siamo? Il passo regolare dei portatori,
l’acustica sorda di questi interminabili corridoi tenebrosi
anche in pieno giorno. Un difetto di concezione, il
loro peccato originale. Le loro volte unghiate, troppo alte.
Le poche finestre troppo elevate, pochi sfoghi di luce e aria.
Antimo riceve il primo, vero sobbalzo. Sono cominciate
le scale, consumate giorno per giorno da centinaia e centinaia
di piedi. I gradini di quest’ala, che Antimo conosce
uno per uno. La loro pedata larga e l’alzata quasi piatta. Tre
rampe, Antimo tiene il conto: diciotto gradini per arrivare
ai dormitori del piano di sotto. D’improvviso uno scossone
ha sbilanciato tutto. La bestemmia. Uno dei vastasi alla
stanga era lì lì per perdere l’equilibrio.
«Addirizza! All’ànema ’e chi t’è vivo!»
Ora le ceste si sono riequilibrate, pare. Comunque c’è
mancato un pelo che si ribaltasse tutto, incluso il clandestino.
E se lo scoprono? Antimo se lo sta tornando a chiedere
da capo. Come fa meccanicamente, ossessivamente dall’altra
notte. Da quando gli è caduta la benda, con un bagliore
ancora più accecante di quelli che lampeggiano sulla
facciata chilometrica del Serraglio. La ripresa dei gradini,
della discesa. Che gli fanno, se mò lo trovano? La risposta
è nello scoppio del tuono. È nei tonfi del suo cuore da lepre
spaurita. È nelle unghie con cui si incide la carne del
braccio, per non pensare. Per non pensare se non a questo:
che la fuiùta, intanto, va avanti. Procede. La seconda tesa
di scale è finita. Qua dobbiamo stare vicino alla Cappella.
Mò comincia il corridoio del piano terra. Si passa vicino al
Teatro, alla Fabbrica degli spilli, dove i serragliuoli si consumano
dita e occhi. Il reparto delle piastre da fucile viene
più avanti. Siamo in un corridoio lungo venti finestroni,
tutti con delle grate impossibili da passarci in mezzo o
da segare. Staremo sfilando di fianco alle stanze del Segretariato,
l’Archivio dove è vietato l’ingresso… Un corridoio
lento, interminabile, ma destinato a finire come tutto. A finire
male. Con quest’intimazione militaresca.
«Chi è là? Chi va là?»
Antimo si è sentito morire. Anche se doveva aspettarselo:
a pianterreno staziona in perpetuo il corpo di guardia.
Due piantoni detti quartiglieri, agli ordini di un caporale.
Il Serraglio è come una caserma. Questi hanno delle consegne
tassative.
«Chi è là? Chi va là?»
«Bellu gio’… E chi dobbiamo essere?» il capoccia tra i
due facchini, «simmo nuie: paglia e lenzòla.»
In secondo piano, la voce irridente del capoposto.
«Ah, ’e lutammàre.»
Da lutàmma: raccoglitori di merda equina e paglia, ottima
per concimare. A parità di peso vale più di un serragliuolo.
«Falle passa’, falle…»
Il capoposto, stavolta con degnazione. Andrà per i diciassette
anni: sarà uno dei grandi, con la schiena brufolosa.
Il solito mezzo guappo, tutto tronfio con la divisa di
un soldato morto che gli hanno aggiustato addosso. La sua
sarcastica raccomandazione.
«Passate, passate. Vedite sulo e nun v’anfònnere.»
Il suo subalterno – un quindicenne non ancora incallito –
è meno strafottente.
«Ve cunvenésse ’e aspetta’. Magari, a n’atu poco, schiòve.»
Mentre, per il momento, la pioggia flagella ancora la
facciata dell’Albergo. L’unico carro in circolazione sta provando
a guadare la spianata davanti al Serraglio; il padrone
frusta e bestemmia come un invasato.
«Ve cunvenésse ’e aspetta’. Magari, a n’atu poco, schiòve.»
Come Antimo temeva, la coppia di facchini si è lasciata
convincere. Le sue preghiere sono rimaste inascoltate. Ca-
pita, a volte, che la Madonna del Carmine ruoti i suoi occhi
bizantini da qualche altra parte, verso qualche altro supplice.
Fermi, dunque. E ad Antimo sembra d’impazzire, vorrebbe
mettersi a scalciare, dare sfogo alla disperazione. Come
può essere? Fermi a trenta passi dal portico a tre archi,
dal cancello finale. Poco più in là, come sa ogni napoletano,
la vistosa scala esterna a doppio braccio. Altri diciotto
gradini allo scoperto. Poi, finalmente, quel crocevia aperto
in tutte le direzioni. Il Borgo di sant’Antonio Abate, lo
stradone di Foria, la barriera del Dazio, la via del Campo,
che s’inerpica verso Poggioreale…
E allora, come può essere? Come può essere che proprio
mò il bicchiere d’acqua si ritira dalla bocca dell’assetato?
La Madonna bruna: è stata lei a negargli il proprio
soccorso. Quella bella Mamma l’avrà disconosciuto per via
di quell’unico peccato mortale. L’origine di tutte le sue disgrazie,
la causa di questa fuga. Il confessore l’aveva chiamato
così: un peccato che grida vendetta al Signore.
Antimo non può accorgersene, nell’ottundimento del
suo nascondiglio. In realtà sembra che il piovasco voglia
dare un po’ di tregua. Il prospetto dell’Albergo non è più
schiaffeggiato con l’inclemenza di prima. Addirittura pare
quasi che laggiù, in linea con i tetti piani dell’Arenaccia,
si stia riaprendo una palpebra di chiaro. Forse si tratta
dell’occhio provvidenziale che veglia sugli orfani derelitti
come Antimo.
«Ccà sta schiuvenno. Iammuncenne.»
La voce rediviva del facchino più vecchio. Vorrebbe approfittare
della schiarita imminente per trasbordare i cesti
sul carretto e chiuderla, la sua giornata di fatica.
«E forza, iatevénne» la voce annoiata del capoposto. Ora
lui e un suo subalterno si staccheranno dalla guardiola per
scortare gli uomini di fatica fino all’uscita. Così succede. Il
capoposto e l’altro orfano di guardia – il quindicenne dal
largo faccione paesano – si sono affiancati alle due ceste,
al loro traballare passo dopo passo. L’aria della libertà che
si lascia quasi odorare. Eppure Antimo prova un’incredibile
fitta di nostalgia per il Purgatorio che si sta lasciando
alle spalle. È l’altra faccia della paura per l’ignoto che gli
si spalanca davanti. Napoli lo aspetta, Babilonia ha già le
fauci spalancate.
Lo sferragliare delle chiavi l’ha fatto sussultare. La cancellata
che cigola. Un gemito, come davanti alle porte del
Paradiso in procinto di socchiudersi.
Antimo, di nuovo librato a mezz’aria. Di nuovo il buio
della cesta che si è messo a ondeggiare. Antimo la sospinge
avanti con la forza disperata del pensiero. Le tre arcate
dell’ingresso, le volte a crociera che scorrono sulla testa dei
vastasi. Per Antimo si prospetta nuovamente un futuro, la
salvezza. Non morirà senza avere vissuto. Fra poco, il tempo
di quattro Pater e un Gloria, dovrà ingegnarsi con tutta la
sua vitalità per sgattaiolare senza farsi scorgere dai vastasi.
Il resto sarà come una corsa della lepre in mezzo ai campi.
Un nuovo arresto, di botto. Stavamo quasi fuori… Che
altro è successo, mò? Gli occhi di Antimo, ingranditi nell’oscurità.
Non può sapere che una folata di vento, semplicemente,
ha fatto volare via il berretto a uno dei facchini.
Questo berretto infeltrito con la visiera, che un elastico invisibile
attira fino ai gradini di marmo della scala esterna,
scivolosi di pioggia. Un contrattempo banale. Un imprevisto
fatale. Sfortuna, malaciorta, casualità. Nel grande Lotto
dell’esistenza è stato estratto il numero sbagliato. Uno
sbattere di tacchi. Posizione di at-tenti!
«Vuie! Addò iate?»
Una voce terza, metallica. Si è stagliata sulla testa di Antimo,
poi si è abbattuta come una ghigliottina. In uno con
quest’intimazione.
«Turnate arrèto! Indietro, forza!»
Un comando che non ammette discussioni, che le previene
sul nascere.
«Senza fa’ storie: ispezione! Iammo a ce mòvere!»
Nessuno fiata. Per miglia intorno si può sentire solamente
il cuore di Antimo che pulsa impazzito, come quello di
una lepre credutasi cucciolo di volpe – e ormai accerchiata
dai cacciatori.
«Ccà! Pusàte ccà ’nterra!»
Il brontolio di tuono in allontanamento. Il brivido tra le
fronde degli alberi, che iniziano a tremare come le ossa infreddolite
di Antimo. Il terrore, senza più argini.
Lui l’ha riconosciuto il proprietario di quella voce rasposa.
’O Cummannànte, il Comandante. Don Michele
Florino. Antimo vorrebbe poter minimizzare, ma sa bene
che quell’uomo non scherza mai, non ammette repliche, va
sempre fino in fondo.
«Metti a terra!»
Gli intestini di Antimo si torcono, hanno già intuito tutto:
il Comandante ha subodorato il trucco. Avranno fatto
un contrappello di verifica, in dormitorio. E chi doveva rispondere
al posto suo si è fatto prendere dal panico, invece
di camuffare la voce. Oppure è nato un altro Giuda. Solo
ora – ha appena sette anni! – Antimo si avvede che l’esistenza
è un seguito di frodi, delazioni, giuramenti traditi.
Troppo tardi. Le cinghie si stanno afflosciando, il carico è
nuovamente deposto giù.
«Levatevi da mezzo: ordine di perquisire!»
Inchiodato. Antimo può solo appellarsi all’istinto di sopravvivenza,
stringere i denti, non fiatare, non fare il minimo
spostamento. Deve origliare quello che succede all’aperto,
senza perdere manco una sillaba. Adesso, in presenza
di don Michele Florino, il capoposto si è messo a fare lo zelante.
Si sta premurando di chiedere se deve far rovesciare
le ceste per terra. La replica burbanzosa del Comandan-
te, come quando imperversa per l’adunata o alla verifica
di collo e mani.
«Nossignore, guaglio’. E poi chi pulezza qua terra? Eh,
chi pulisce? Noi? Eh, rispùnne: nuie?»
Antimo ha colto una sfumatura di perversa soddisfazione,
nel tono del Comandante.
«No, guaglio’: noi qua dobbiamo fare in una maniera
pulita. E che simmo?» gradasso, provocatore, per farsi sentire
bene, «E che simmo, chilli chiàveche d’e serragliuole?»
I serragliuoli: tutti i reclusi del Serraglio, indistintamente.
Chiaviche e abitatori di chiaviche, partoriti da zoccole
che se ne disfecero alla ruota dell’Annunziata.
«Allora, guaglio’? Simmo comme chilli chiàveche d’e
serragliuole?»
L’interrogato è disposto a rinnegare se stesso, la sua nascita,
il ventre di sua madre.
«No, Comandante! Questo mai!»
«E allora, guaglio’…» l’altro mellifluo «facciamo una cosa
pulita. Quanto a questi bravi faticatori…»
La faccia rivolta a questi ultimi.
«Tu e tu: andate. Chiste nun so’ cazze ca ve riguardeno.»
Li ha liquidati così, brutalmente. Poi lascia cadere il silenzio.
Fa sempre così per tenere il prossimo col fiato sospeso,
per intontirlo. Stavolta ha aspettato che i due estranei
si allontanassero. Poi la mazzata, senza rimorsi.
«Le baionette. Cacciatele dentro alla paglia. Se no che
le teniamo a fare? Per bellezza?»
Ancora una pausa incarognita.
«E mi raccomando: l’avita caccia’ buono. Fino a funno.»
Fino in fondo. Lo spasmo che stringe Antimo alla gola.
L’unica è aggrapparsi alla speranza che l’altro gli voglia solo
mettere paura. Aggrapparsi, come quando afferrava la
testata in muratura del letto, per non farsi trascinare nelle
latrine dai più grandi.
Intanto, però, tac: i due ragazzi del corpo di guardia hanno
già innestato le baionette alla canna dei rispettivi fucili.
Così li hanno rettificati in lance dalla punta mortale. Antimo
gliel’ha sentito fare con prontezza, con slancio quasi.
Com’è possibile? Eppure appartengono tutti alla stesa razza
disprezzata: orfani, ripudiati, figli di N.N., esposti. Tutti
con l’identico cognome: Esposito. Roba sfornata dal brefotrofio
dell’Annunziata, quindi carne da redimere e ossa
da raddrizzare nel Reale Albergo dei Poveri. Serragliuoli,
in una parola. E, invece, questi due stanno interpretando
il fuoriprogramma come un divertimento. E il divertimento
prevede sempre una vittima, qua al Serraglio. Quando
si comincia? Subito, mò. Con quest’ordine che taglia l’aria
e dà il via: «Dalle!».
Giù. Giù a conficcare i fucili inastati nella paglia. Come
fossero forconi.
«Dalle! Dalle cchiù forte! Dalle ’nfaccia!»
Lo stesso accanimento selvaggio. L’identica foga, la stessa
foja che mettono nei loro giochi di forza, nei loro abusi
quando straziano i più deboli, la notte.
«Infizza! Infizza cchù forte.»
Infilza da bestia. Che sia il retto dei più piccoli, durante
le spedizioni in camerata. Che sia ’sto montone di paglia,
adesso. Il cazzo duro come un osso oppure l’acciaio della
baionetta: è sempe ’a stessa cosa. È sempre la stessa gara a
chi affonda di più e meglio. Con la frequenza dei colpi che
si intensifica. Con gli affondo velati di rosso sangue, sanghe
all’uocchie. Forconate che si sferrano alla cieca, finché
qualcuno non implorerà grazia dimenandosi come una vipera
schiacciata. Colpi che invocano soltanto la morte.
E Antimo l’ha vista, la sua morte. L’ha avvertita di striscio.
Il suo anticipo di morte l’ha vissuto rannicchiato nella
seconda cesta: quella delle lenzuola sudice. Solo grazie
a quest’accortezza ha potuto scamparla. Lui ci aveva pen-
sato su per tempo. Chi si permetterebbe di fare a brandelli
un dieci canne di lenzuola, con la stampigliatura del Serraglio
e in buono stato, per giunta? Con la paglia è diverso.
Là tutto il danno si riduce a questo tappeto di pagliuzze e
tritume, sparso ai piedi del Comandante come dopo una
trebbiatura.
Solo che anche lui, il Comandante, è armato. E non potrebbe
essere diversamente: un inerme non conta nulla, in
questa città dove la sopravvivenza viene garantita solo dalla
tua pericolosità. Dalla tua arma bianca: pugnale, stocco,
rasoio, finanche una moneta da cinque carlini opportunamente
arrotata e affilata. Oppure da una sciabola. Come
quella che il Comandante sta sguainando, con lentezza, dal
fodero. Lo scorrimento della lama, il riflesso del suo filo tagliente
riescono a vincere perfino l’ombra bluastra sotto il
portico. Un fenomeno ipnotico, interrotto solo dalla constatazione
risentita di don Michele Florino.
«Sta bene.»
Gli spostamenti della sua voce, che si aggira, finge di rimuginare
intorno all’unico cesto intatto. Quello della biancheria.
«Sta bene… Sta bene…»
Come in una fiaba nera. La voce dell’uomo, che sovrasta
il coperchio di vimini.
«Sta bene. Allora, visto che non ci capiamo, vuol dire
che mò ci mettiamo a pazziare in un’altra maniera. Con
queste lenzuola che erano ancora buone. Che peccato…»
Mellifluo e minaccioso, prima di scoperchiare la cesta.
«Vi sembra pure a vuie, guagliu’?»
Vuole fare partecipi anche i suoi sottoposti. In verità ha
sempre avuto bisogno di complici supini e spettatori ammirati
l’uomo che, in quest’istante, è il proprietario della vita
di Antimo. Del resto l’esistenza quotidiana, al Serraglio, è
tale e quale: si possiede la vita di chi ti sta sotto. Mentre si
appartiene a quello che si trova uno scalino sopra di noi.
Costui è il nostro dio, così è il nostro mondo.
«E va bene. Allora, visto che qua nessuno vuole ravvedersi,
vorrà dire che mò passiamo alle cattive maniere.»
Starsene immobile, reprimere l’invocazione di pietà costa,
ad Antimo, uno sforzo psichico immenso. Tanto più
che, ora, Florino ha rimosso la copertura del cesto. Agli occhi
dei due facchini, che assistono a distanza di sicurezza,
sembra un teatro dei Pupi alla scena culminante: l’ammazzamento.
Un ammazzamento più truce e più irreale, vissuto
come in un sogno. I due torvi adolescenti in divisa, da
parte loro, si stanno divorando la scena, desiderosi di stamparsela
in testa. Sono pur sempre due esemplari giovanissimi
e senza esperienza, futuri aguzzini bramosi di imparare,
di finirlo il loro addestramento.
E Antimo? Lui poteva incarnare un pericolo, in libertà.
Ora equivale a un agnellino andato a ficcarsi, da solo, nel
sacco del suo macellatore.
«Abbuccàte ’sta canesta! Forza!»
La cesta reclinata su un fianco, detto fatto. Antimo che
artiglia i vimini per non scivolare fuori. Un silenzio di studio,
attorno. Non un’anima viva, in giro. Non hai vie di
scampo, se nessuno prende le tue parti. E se nessuno ti
difende sei finito, al Serraglio come a Napoli. In tal caso
puoi solo impedirti di gridare. Tappati la bocca con la mano,
Antimo. ’Nzerra ’a vocca. Nun te mòvere. Se la paura
di uscire fuori è così forte, nun te mòvere. Se è meglio farla
finita mò, senza prolungare di ore e giorni l’agonia, nun
te mòvere. Alza il collo. Ecco: esponilo così e facciamola
finita. La vita certo bella non è stata. Magari dopo ti risarciranno.
E se non ci sta niente, dopo? Si t’hanno cuntato
’nu muntone ’e chiacchiere? L’anima immortale, ca nun sai
manco che vò dicere.
Dal petto del Comandante un’espirazione secca. Il lam-
po della sciabola che si abbatte. Un lampo lancinante nella
testa di Antimo, schiarata a giorno. Tutto simultaneo,
tutto già finito prima di pensarlo, di dirlo. Basta, finito –
e quest’era? Allora non ci vuole niente a morire. La punta
della lama ha lacerato, in un colpo solo, la canapa delle lenzuola
e i tessuti della gola, la carne, le vene. Lungo a dirsi,
un attimo a farsi. La trachea di Antimo, trapassata con una
stoccata da maestro. Quando la lama si ritrae dalla gola, di
colpo, fiottano sgorghi di sangue a ripetizione, hanno già
inzuppato l’intero contenuto della cesta. L’anima, invece,
è defluita in un amen verso questo luogo di transito. Uno
stadio intermedio fra al di qua e aldilà. Una terra di nessuno,
senza più spazio né tempo. Una terra popolata di sogni.
I loro, i nostri.

(Riproduzione riservata)

Proprietà letteraria riservata
© 2015 Rizzoli – RCS Libri S.p.A., Milano

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Vladimiro Bottone, nato a Napoli nel 1957, vive e lavora a Torino. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui L’ospite della vita (selezionato al Premio Strega 2000) e Gli Immortali (Neri Pozza, 2008). Collabora alle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno e dell’Indice dei libri del mese.

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© Letteratitudine

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