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VLADIMIRO BOTTONE racconta VICARÌA

gennaio 29, 2015

VLADIMIRO BOTTONE ci racconta il suo romanzo VICARÌA. Un’educazione napoletana” (Rizzoli). Il primo capitolo del libro è disponibile qui…

di Vladimiro Bottone

“Chi te l’ha fatto fare?”, mi sono chiesto a volte. In verità io non ho scelto un bel nulla. Ho scritto Vicarìa perché era destino che succedesse. Destino per me, considerata la forza e l’insistenza di certe mie ossessioni. Destino per la città in cui il romanzo è ambientato, visto che Napoli rappresentava l’unica metropoli europea di metà Ottocento a non aver originato un romanzo. Inevitabile che le spettasse finalmente il suo, prima o poi.
Ecco il punto: all’epoca Londra, San Pietroburgo, Parigi avevano saputo prendere forma in narrazioni degne di loro. La Napoli del primo Ottocento si era solo fatta raccontare, di riflesso, dal piccolo cabotaggio della letteratura granturismo, vale a dire del Grand Tour. Eppure, quanto a crudeltà e  popolosità, non le mancava nulla  rispetto alle coeve Londra, San Pietroburgo, Parigi. Nulla tranne un romanziere, s’intende. Arrivando io con centosettanta anni di ritardo i pericoli  consistevano: a) nel misurarsi con i colossi dell’età aurea del romanzo (e, dunque, non fallire semplicemente, ma fallire rovinosamente); 2) nel dare corpo ad un’opera ottocentesca, quindi in ritardo non solo rispetto alla comunità di scrittori e lettori, ma anche nei confronti dell’oggetto rappresentato, vale a dire Napoli.
Il primo pericolo ritengo sia stato scongiurato, purtroppo senza eccessivo merito personale. Ho infatti supplito alla mia limitata statura issandomi sulle spalle di giganti (è noto che un nano sulle spalle di colossi risulta lungimirante). Quanto al secondo punto critico, diciamo che ho cercato sì di dare vita ad un romanzo di ambizione ottocentesca minato, però, da una sensibilità novecentesca. Il che mi ha peraltro rivelato quanto Napoli, a distanza di quasi due secoli, rimanga nel fondo uguale a se stessa (da noi la storia somiglia tremendamente alla zoologia o alla botanica). VicarìaE in fondo le due costruzioni che tingono di nero – noir e storia – la trama di Vicarìa sono ancora lì. L’Albergo dei poveri – detto anche dai napoletani Serraglio o Reclusorio – al cui interno, autentica città nella città, nell’Ottocento erano rinchiusi vecchi inabili, prostitute e, soprattutto, una gran massa di orfani esposti ad ogni genere di abusi. E poi il tetro edificio della Vicarìa, tribunale e prigione della  città, ma anche sede di quell’evento che i napoletani aspettavano ogni settimana come l’unica speranza di salvezza. Ovvero le estrazioni del Lotto. La trama, in fondo, oscilla proprio fra questi due edifici-monstre. In breve. Durante un crepuscolo del maggio 1841, flagellato dalla pioggia, il piccolo Antimo cerca di evadere dal Reclusorio. Il bambino ha tutti i motivi per sentirsi in pericolo. Antimo, infatti, è depositario di un segreto inimmaginabile che potrebbe segnare la rovina di alte cariche pubbliche  e, addirittura, mettere a repentaglio lo stesso funzionamento dello Stato borbonico. La fuga del piccolo Antimo, però viene sventata dai sorveglianti del Reclusorio e si conclude tragicamente per lui. Nel suo cadavere, senza vita né nome, s’imbatte Giocchino Fiorilli, un funzionario della polizia borbonica non ancora incallito rispetto al male che corrode la città. Inevitabilmente il corpo del bambino, “bello della tremenda bellezza degli offesi”, si trasformerà per Fiorilli in un’ossessione di verità. In un’inchiesta che prima lo farà venire a contatto con Emma Darshwood, un’ insegnante di musica presso il Reclusorio bella e idealista. Poi gli farà incrociare medici avidi di carne giovane, monaci ispirati che vendono le proprie visioni ai giocatori del Lotto, burocrati doppiogiochisti, giudici conniventi con il potere, camorristi e sbirri cresciuti nello stesso fango. La verità, alla fine, si rivelerà indicibile (e una verità che non si può proclamare, di fatto non esiste).
Non c’è riscatto, dunque? No, nessuna redenzione. Personalmente mi limito ad aver fede nel Romanzo, che costruisce mondi immaginari per svelarci quelli reali, visibili o invisibili che siano. La mia speranza è di scrivere non storie buone, ma buone storie. Sapendo che alla fine, purtroppo, bisogna fare i conti con il tempo: ars longa, vita brevis.

(Riproduzione riservata)

© Vladimiro Bottone / Letteratitudine

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Vladimiro Bottone, nato a Napoli nel 1957, vive e lavora a Torino. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui L’ospite della vita (selezionato al Premio Strega 2000) e Gli Immortali (Neri Pozza, 2008). Collabora alle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno e dell’Indice dei libri del mese.

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