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LE MIE DUE VITE, di Jo Walton (un estratto del libro)

gennaio 30, 2015

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo il primo capitolo del romanzo LE MIE DUE VITE, di Jo Walton (© 2014 Gargoyle, traduzione di Daniela Di Falco, pp. 313, 18 €).

[Domani pubblicheremo un’intervista all’autrice]

La scheda del libro
Patricia ha dei ricordi molto confusi del suo passato. Le immagini dell’adolescenza sono nitide e intatte, ma dopo cosa è successo?
Ha sposato Mark ed è stata moglie e madre come le sue coetanee, oppure ha scelto di amare liberamente la sua compagna Bee sfidando tutti i pregiudizi? Davvero le sue scelte hanno influenzato il destino del mondo al punto di farlo diventare contemporaneamen­te un posto meraviglioso in cui vivere e il palcoscenico di atti terribili?
Patricia non lo sa. Non sa come sia possibile ricordare di essere stata sia Trish sia Pat. Le sfugge qualcosa, è “molto confusa” come annotano i medici sulla sua cartella clinica. E tuttavia deve tentare di rimettere insieme i frammenti per capire chi è stata in realtà…
Due incredibili versioni della storia del XX secolo diverse dalla nostra, due possibilità di vita vissute dalla medesima donna, in cui, come nell’effetto farfalla, le conquiste personali hanno il potere di cambiare i destini di molti altri allo stesso modo in cui il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo.

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I CAPITOLO de LE MIE DUE VITE di Jo Walton (© 2014 Gargoyle, traduzione di Daniela Di Falco, pp. 313, 18 €)

“Oggi confusa”, annotarono sulla sua cartella. “Confusa. Meno confusa. Molto confusa”. L’ultima voce veniva riportata spesso, a volte abbreviata dalle infermiere con un semplice “MC” che la faceva sorridere, quasi fosse sufficientemente confusa da meritarsi una medaglia per questo. Anche il suo nome compariva sulla cartella – solo il nome di battesimo, Patricia, come se con la vecchiaia l’avessero degradata all’infanzia, negandole
sia la dignità del cognome sia il titolo e la familiarità con la forma del suo nome che lei preferiva. La cartella le ricordava una pagella scolastica, con quelle piccole caselle e le categorie predefinite dentro le quali era così difficile racchiudere la reale complessità di una qualsiasi situazione. “Ortografia pessima”. “Scarsa attenzione e partecipazione”. “Oggi confusa”. Giudizi che apparivano avulsi dalla realtà, distaccati, impossibili da contestare. «Ma Miss!», protestavano le ragazze negli ultimi anni. Lei non avrebbe mai osato farlo quando andava a scuola, né lo avrebbero fatto le studentesse disciplinate dei suoi primi anni di insegnamento. “Ma Miss!” era il prodotto di una crescente fiducia in se stesse, di un femminismo agli albori, e lei lo accettava anche se rendeva la sua giornata di lavoro più faticosa. Adesso avrebbe voluto protestare allo stesso modo con le infermiere che aggiungevano annotazioni: «Ma Miss! Oggi sono solo un po’ confusa!»
La cartella clinica era appesa in fondo al letto. Riportava la lista dei farmaci che le somministravano, la roba per il cuore che prendeva da anni, dal primo infarto. Era grata a quelle secche sillabe latine che ora le facevano da promemoria. Le piaceva controllare la posologia di tanto in tanto, sebbene il personale medico la dissuadesse ogni volta che la sorprendeva a farlo. Le annotazioni riportavano la data, altrimenti difficile da tenere a mente, e anche i giorni della settimana ai quali, ora che si somigliavano tutti, non riusciva più a tener dietro. Arrivava persino a dimenticare che periodo dell’anno fosse, ora che usciva così di rado, cosa che prima avrebbe ritenuto impossibile.
Non avere consapevolezza di quale fosse la stagione era un segno di grave confusione.
A volte, specialmente i primi tempi, esaminava le annotazioni per capire quanto confusa dovesse apparire loro, ma spesso, ultimamente, se ne dimenticava, e poi dimenticava quel che si era dimenticata di fare nel perenne marasma di cose che non doveva lasciarsi sfuggire e nell’infinita baraonda di appunti che prendeva per ricordarsi cosa intendeva fare.
Una volta aveva trovato una lista che cominciava con “Fai una lista”. “MC”, avrebbero scritto le infermiere se l’avessero notata; ma era successo molto prima che la demenza si manifestasse, quando era ancora abbastanza giovane, sebbene all’epoca non la pensasse così. Mai si era sentita così vecchia come negli anni in cui i figli erano piccoli e così avidi delle sue attenzioni. Aveva provato una nuova ondata di giovinezza quando, ormai adulti, avevano lasciato il nido, e la pressante richiesta del suo tempo e del suo affetto era diminuita. Non che avesse mai smesso di preoccuparsi per loro. Persino adesso, ogni volta che incontrava i loro volti incredibilmente di mezza età, sentiva quel fardello di amore incondizionato tirarla per la manica insieme ai loro problemi e alle loro esigenze, e alla sua incapacità di proteggerli e dare loro ciò che desideravano.
Era quando pensava ai figli che si sentiva davvero confusa. A volte sapeva con incrollabile certezza di averne avuti quattro, e altri cinque nati morti: ne aveva messi al mondo nove e,
di quelli, soltanto quattro erano sopravvissuti. In altri momenti sapeva altrettanto bene di averne due, entrambi nati col parto cesareo quando era già avanti negli anni e aveva perso ogni speranza di diventare madre. Due carne della sua carne, e un altro, un figliastro, il più caro di tutti. Quando alcuni di loro venivano a farle visita, sapeva chi erano, era cosciente di quanti fossero, e l’altra consapevolezza assumeva la consistenza di un sogno. Non riusciva a capire come potesse essere così confusa. Se vedeva Philip sapeva che era uno dei suoi tre figli, eppure se vedeva Cathy sapeva che era una degli altri quattro. Li riconosceva e provava quella pena di madre. Non era ancora così confusa come lo era stata sua madre alla fine, quando non l’aveva riconosciuta, aveva pianto ed era fuggita da lei, accusandola di crimini orribili. Sapeva che quel momento sarebbe arrivato, quando figli e nipoti sarebbero diventati per lei degli estranei. Aveva seguito il declino di sua madre e sapeva cosa la aspettava. Nel suo continuo sforzo per non perdere le tracce degli occhiali, dell’apparecchio acustico e del suo libro, era questo che la terrorizzava, il giorno in cui sarebbero venuti e lei non li avrebbe riconosciuti, in cui avrebbe accolto Sammy con la cortesia riservata a uno sconosciuto o, peggio, con l’ostilità con cui ci si rivolge a un nemico.
Per il loro bene, era felice che non dovessero assistere a tutto questo ogni giorno, come aveva dovuto fare lei. Era felice che le avessero trovato questa casa di cura, anche se sembrava cambiare intorno a lei di giorno in giorno, allungando improvvisamente nuove ali o ripiegandosi su se stessa a formare un muro dove ieri c’era un corridoio. Sapeva che c’era un ascensore, eppure, quando le infermiere le dissero che era un’assurdità, prese il montascale con tutta l’arrendevolezza di cui fu capace. Ricordò l’ostinazione di sua madre, che si agitava e insisteva, e lasciò perdere. Quando l’ascensore ricomparve avrebbe voluto farlo notare con aria di trionfo, ma l’infermiera non era la stessa. E cos’era più verosimile, dopo tutto: la sua demenza (“MC”) o che l’edificio subisse continue trasformazioni? Erano gentili e bendisposte, e non aveva intenzione di attribuire le loro azioni a pura cattiveria, come sua madre era solita fare con estrema facilità. E tuttavia, se intendeva scordare alcune cose e rammentarne altre, perché non riusciva a dimenticare l’angoscia del lungo decadimento di sua madre e ricordare dove aveva posato i suoi apparecchi acustici?
Un giorno due assistenti la stavano accompagnando giù dal podologo; ormai era talmente debilitata che aveva bisogno di sostegno da entrambi i lati per arrancare lungo il corridoio. Aspettarono l’elusivo ascensore, che quel giorno sembrava tornato in esistenza. La parete accanto all’ascensore era tinteggiata di verde istituzionale, come molte delle scuole in cui
aveva insegnato. Era un colore che nessuno avrebbe scelto per la propria casa, ma che qualsiasi consiglio di amministrazione riteneva appropriato per una scuola, un ospedale o una casa di cura. Appesa sulla parete, la riproduzione di un dipinto, un campo di papaveri. Non era Monet, come aveva pensato a una prima occhiata superficiale; era un dipinto della scuola del secondo Impressionismo degli anni Settanta.
«Pamela Corey», disse, ricordando.
«No», rispose l’infermiere, condiscendente come al solito.
«È David Hockney. Corey ha dipinto il quadro delle rovine di Miami che abbiamo nella saletta comune».
«È stata mia allieva», disse.
«No, davvero?», chiese l’infermiera. «Ma pensa, aver insegnato a qualcuno così famoso, aver aiutato qualcuno a diventare un vero artista».
«Le ho insegnato inglese, non arte», replicò Pat mentre l’ascensore raggiungeva il loro piano e tutti e tre entravano nella cabina. «Ricordo che la incoraggiai ad andare alla Royal Academy». Pamela Corey era stata una ragazzina esile e appassionata della sesta classe, combattuta tra Oxford e la pittura. Ricordò di aver parlato con lei di scelte prudenti e scelte rischiose, e delle cose che avrebbe potuto rimpiangere.
«Qualcuno famoso», ripeté l’infermiera, interrompendo il corso dei suoi pensieri.
«Allora non era famosa», osservò Pat. «Nessuno lo è. Te ne accorgi solo quando è troppo tardi. Sono semplici persone, come tutte le altre. Chiunque conosci potrebbe diventare famoso. Oppure no. Non sai chi di loro farà la differenza o se qualcuno ci riuscirà mai. Anche tu potresti diventare famosa. Potresti cambiare il mondo».
«Ormai è un po’ tardi», rispose l’infermiera con quella risatina imbarazzata che Pat non sopportava di sentir usare dalle altre donne, la risatina che tarpa le ali.
«Non è troppo tardi. Ti stupiresti di quel che ho realizzato da quando avevo la tua età, di quanta differenza ho fatto. Puoi fare tutto ciò che desideri, diventare chiunque tu voglia essere».
L’infermiera si ritrasse un po’ di fronte a tanta veemenza.
«Ora calmati, Patricia», disse l’infermiere al suo fianco. «Stai spaventando la povera Nasreen».
Storse la bocca. Gli uomini la sminuivano sempre in quel modo, e invece quel che aveva detto era importante. Tornò a rivolgersi all’infermiera, ma erano fuori dall’ascensore e in un corridoio che non aveva mai visto prima, un corridoio con una moquette in tessuto spigato di lana, e nonostante fosse certa che stessero andando dal podologo, trovò l’oculista ad aspettarla nel piccolo studio assolato. Confusa, pensò. Di nuovo confusa, e forse stava davvero spaventando gli infermieri. Sua madre l’aveva spaventata. Detestava costringersi ancora a comportarsi da brava ragazza, ad abbozzare, a sorridere, a rinunciare a quella carica di intensa partecipazione che era stata parte integrante del suo essere. Ma non voleva nemmeno terrorizzare la gente.
Più tardi, tornata nella sua stanza con una prescrizione per nuovi occhiali da lettura che l’infermiera aveva riposto al sicuro, cercò di ricordare cosa avesse consigliato a Pamela. Segui il tuo cuore, le aveva detto, o forse segui la tua arte. Naturalmente a quei tempi Pamela non era famosa, e nulla in lei faceva presagire che fosse destinata alla fama. Era una ragazza come tante altre, una delle centinaia o migliaia di ragazze alle quali aveva insegnato. Verso la fine c’erano stati anche ragazzi, quando le classi erano diventate miste, ma erano le ragazze che ricordava in modo particolare. Gli uomini erano già abbastanza tutelati, mentre le donne erano educate a non porre se stesse al primo posto. Lei lo era stata di certo. Erano le donne ad avere più bisogno di una mano nel fare le loro scelte.
Lei ne aveva fatte. Pensando alle sue scelte, provò quella strana sensazione di sdoppiamento, ricordi contrastanti, come se avesse due storie personali che la portavano entrambe a questo punto, a questa casa di cura. Era confusa, su questo non c’era alcun dubbio. Aveva vissuto una lunga vita. Le chiedevano quanti anni avesse e lei rispondeva di averne quasi novanta, ma solo perché non riusciva a ricordare se erano ottantotto o ottantanove, e nemmeno se era il 2014 o il 2015. E appena lo scopriva le sfuggiva di mente. Era nata nel 1926, l’anno dello sciopero generale; questo lo teneva ben saldo in mente. Qui non c’era alcuno sdoppiamento. I suoi ricordi d’infanzia erano isolati e stabili, singoli e nitidi come diapositive proiettate su uno schermo. Doveva essere accaduto in seguito, qualunque cosa fosse stata a causarlo. A Oxford? Dopo? Non c’erano più le diapositive. I nipoti le facevano vedere le fotografie sui telefonini. Vivevano in un mondo diverso da quello in cui era cresciuta.
Un mondo diverso. Ci pensò per un istante. Non le era mai piaciuta la fantascienza, a differenza di alcuni suoi amici. Una volta aveva letto alla classe un libro per l’infanzia, Charlotte Sometimes di Penelope Farmer, dove una piccola collegiale ogni mattina si svegliava in un’epoca diversa, quarant’anni prima, al posto di un’altra coetanea. Ricordò che ognuna eseguiva i compiti dell’altra e la cosa funzionava piuttosto bene, tranne quando si trattava di imparare a memoria le poesie. La madre di Pat l’aveva costretta a mandare a memoria pagine e pagine di versi, e in seguito le era tornato utile. Non aveva mai avuto difficoltà con le citazioni. Probabilmente era stata ammessa a Oxford proprio per la sua bravura nel citare versi, anche se la guerra e l’inevitabile scarsità di studenti maschi avevano facilitato le cose per le ragazze.
Era stata a Oxford. I suoi ricordi lì non si sdoppiavano in modo disorientante. Tolkien le aveva insegnato l’anglosassone. Lo rivide declamare Beowulf alle nove in punto di un lunedì mattina, quando era entrato in classe e, poggiato con enfasiil libro sulla cattedra, si era rivolto agli studenti con un: «Hwaet!» Neanche lui allora era famoso. Era stato anni prima di Il signore degli anelli e successive vicende. In seguito la gente si entusiasmava ogni volta che diceva loro di averlo conosciuto. Non puoi mai sapere chi è destinato alla fama. E a Oxford, come aveva scritto Margaret Drabble, tutti erano elettrizzati al pensiero che sarebbero potuti diventare famosi. Lei, per sé,non aveva mai immaginato niente di simile. Ma se lo era chiesto riguardo ai suoi amici, e certamente riguardo a Mark. Povero Mark.
Il fatto incontrovertibile era che Pat era confusa. Perdeva il filo dei propri pensieri. Aveva difficoltà a ricordare le cose. Le persone le dicevano qualcosa e lei li ascoltava e reagiva di conseguenza, e poi dimenticava tutto. Si era dimenticata che Bethany aveva firmato un contratto con una casa discografica. Ilfatto che ne fu altrettanto felice la seconda volta che Bethany glielo disse non servì a molto. Per Bethany la sua smemoratezza era stata una cocente delusione. Peggio: si era dimenticata, in modo imperdonabile, che Jamie era stato ucciso. Sapeva che Cathy si era offesa perché lo aveva dimenticato, malgrado avesse aggiunto che avrebbe voluto dimenticarsene anche lei. Era così facile ferire Cathy, e Pat non avrebbe voluto ferirla per niente al mondo, specialmente dopo una simile perdita, ma lo aveva fatto, senza pensarci, perché il suo cervello non conservava le informazioni. Quante altre cose aveva dimenticato e poi non si era nemmeno ricordata di averle dimenticate?
Non poteva fidarsi del suo cervello. Adesso immaginava di vivere in due realtà diverse, passando dall’una all’altra; ma doveva essere colpa del suo cervello, come un computer con un virus che rendeva alcuni settori inaccessibili e altri incapaci di registrare dati. Era questa la metafora usata da Rhodri. Rhodri era una delle poche persone che le prospettava la sua demenza come un problema, un problema con possibili rimedi e stratagemmi per aggirarlo. Non lo vedeva da molto tempo. Forse era indaffarato. O forse era stata nell’altro mondo, il mondo dove lui non esisteva. Prese un libro. Aveva rinunciato al tentativo di leggere libri nuovi, per quanto le spezzasse il cuore. Non riusciva a ricordare dove li aveva posati, né quel che aveva letto fino a quel momento. Poteva ancora rileggere vecchi libri, come vecchi amici, sebbene sapesse che anche quello non sarebbe durato a lungo; prima della fine, sua madre aveva dimenticato come si leggeva. Per ora, finché poteva, leggeva poesia e classici in gran quantità. Adesso le capitò fra le mani Cranford di Elizabeth Gaskell e lo aprì a caso, e lesse di Miss Matty e delle sue difficoltà finanziarie all’epoca di re Guglielmo. “L’ultima manica a sboffi […] in Inghilterra fu vista a Cranford, e vista senza sorridere”.
Dopo un po’ lasciò cadere il libro. Fuori si era fatto buio, così si alzò e si avviò con passo incerto a tirare le tende. Avanzò con prudenza, aggrappandosi al letto e poi alla parete. Non volevano che lo facesse senza il quadripode ma non correva grossi rischi, non c’era spazio sufficiente per cadere. Nonostante ciò, una volta era caduta prima di raggiungere il bagno, dimenticandosi che aveva un pulsante per chiamare aiuto. Le tende erano di colore blu mare, sebbene fosse del tutto sicura che l’ultima volta c’era una veneziana verde chiaro. Si appoggiò al davanzale della finestra e gettò uno sguardo ai rami spogli del sicomoro mossi dal vento. La luna era seminascosta da un sottile velo di nuvole. Dove si trovava questo posto? Nella brughiera? Oppure da qualche parte lungo il canale? Forse al mattino ci sarebbero stati degli uccelli su quei rami. Doveva ricordarsi di venire a vedere. Aveva un binocolo, da qualche parte. Si ricordò di aver insistito per tenerlo con sé e Philip le aveva fatto gentilmente osservare che non le sarebbe stato di alcuna utilità nella casa di cura e Jinny, con i suoi soliti modi bruschi, aveva concluso che poteva anche tenerlo, se proprio ci teneva tanto. Doveva essere lì da qualche parte, a meno che non fosse nell’altro mondo. Sarebbe stato davvero ingiusto se il binocolo fosse stato in un mondo e gli alberi nell’altro.
Sempre che ci fossero due mondi.
Se i mondi erano due, cosa la induceva a scivolare dall’uno all’altro? Non si trattava di due epoche diverse come per Charlotte. L’anno era lo stesso, qualunque esso fosse. Solo che le cose erano differenti, e invece non avrebbero dovuto esserlo. Aveva quattro figli, oppure tre. C’era un ascensore nella casa di cura, oppure c’era soltanto un montascale. Ricordava cose che non potevano essere entrambe vere allo stesso tempo. Ricordava l’assassinio di Kennedy, ma anche che il presidente si era rifiutato di ricandidarsi dopo la crisi dei missili di Cuba. Non potevano essere accadute tutte e due le cose, eppure lei ricordava così. Aveva fatto una scelta che avrebbe potuto condurla in due direzioni diverse e, di conseguenza, aveva avuto due vite? Due vite cominciate entrambe a Twickenham nel 1926 ed entrambe concluse lì in quella casa di cura nel 2014 o 2015, qualunque dei due fosse?
Ciabattò fino al letto e diede un’occhiata alla cartella appesa in fondo. Era il 5 febbraio 2015, e lei era “MC”. Questo era sicuro, e buono a sapersi. Tornò a sedersi, ma non riprese il libro. Presto sarebbe arrivata la cena, sentiva già il carrello scorrere lungo il corridoio. Le avrebbero dato da mangiare e poi non rimaneva che mettersi a dormire. Era sempre così, qualunque fosse il mondo in cui si trovava.
Se avesse fatto una scelta… beh, sapeva di averla fatta. Lo ricordava chiaramente, come qualsiasi altra cosa. Era in quella piccola cabina telefonica a The Pines e Mark le aveva detto che se intendeva sposarlo avrebbe dovuto decidersi allora o mai più. Lei si era sentita sorpresa e confusa, ed era rimasta lì nell’odore di gessetti e disinfettante e ragazzine, esitando, e aveva preso la decisione che aveva cambiato tutta la sua vita.

(Riproduzione riservata)

© 2014 Gargoyle

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Jo Walton (1964) è poetessa e scrittrice di libri fantasy e di fantascienza. Ha vinto numerosi premi, tra cui il John W. Campbell Award come Miglior nuovo talento, il World Fantasy Award, il Prometheus Award e il Mythopoeic Award. Con Un altro mondo (Gargoyle 2013) si è aggiudicata il Nebula Award e l’Hugo Award per il miglior romanzo.
Fra le sue opere: The King’s Peace (2000), The King’s name (2001) e The Prize in the Game (2002), tutti ambientati nello stesso mondo ispirato al ciclo arturiano, Tooth and Claw (2003), Farthing (2006), Ha’Penny (2007) e Half a Crown (2008), trilogia di storia alternativa, Lifelode (2009).

 

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