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SOLO IL MIO SILENZIO, di Pina Ligas (un estratto)

febbraio 3, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo SOLO IL MIO SILENZIO, di Pina Ligas (Pintore)

Un segreto. Cinque generazioni rimangono vittime di un silenzio. E un bambino cresce con la convinzione di essere il frutto della mala fortuna. Nella Sardegna rurale offesa dai disboscamenti feroci, spesso morente per febbri malariche, pesti e carestie, la famiglia Ferrai non abbandona la speranza né l’orgoglio. Non si piega alle faide locali, protegge fino allo spasmo le proprie terre e riscopre l’intensità dei legami affettivi. Solo il mio silenzio è un romanzo di vite, di paesaggi e di sentimenti estremi. È il viaggio trasversale che porta alla conoscenza di una storia incredibile di forza e determinazione, affinché la speranza detti la sua legge salvifica sull’indifferenza.

Dalla quarta di copertina – Adriano Prosperi ha scritto: “È un racconto di una cultura speciale, quella sarda, del suo passato e delle sue sofferenze. Legato alla lunga memoria di una donna coraggiosa e vittima. Storia di un pezzo d’Italia attraverso le vite e i sentimenti delle persone che appaiono come le prigioniere delle durezze della natura, delle violenze della società e soprattutto delle loro stesse rappresentazioni del mondo”. Sebastiano Vassalli ha scritto: “Storia ben raccontata, ampia, articolata nel tempo”

Pina Ligas è nata a Gairo in Sardegna nel 1957. Vive con la famiglia a Torino e lavora per una nota Casa editrice torinese.

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Un estratto del romanzo SOLO IL MIO SILENZIO, di Pina Ligas (Pintore)

«Dotto’, tutti vogliono lo stesso piatto, con la stessa mela, per di più intera! Se ascolto gli uni tutto
porta alla violenza, lo vedi e lo capisci senza bisogno di grandi sforzi. Cercano di comprarti e se non
ci riescono sono guai… In tanti, forse per evitare conseguenze peggiori, si stanno lasciando attrarre
da queste promesse. Gli altri, sarà la mia ignoranza, ma usano dei paroloni che nessuno lì per lì capisce, però stranamente quando si deve mettere in pratica ciò che vogliono si comprendono molto
bene le loro pretese. Per quanto ho potuto capire, tutti hanno pensieri sporchi e vorrebbero manovrarci a loro piacimento».
«Ma il sindacato che difende i lavoratori dove è finito?».
«Sin…? Oh per carità! Mai sentito questa parola né sotto né sopra, o meglio mai saputo di qualcuno
che difenda i lavoratori lì dentro. Perché nessuno difende i lavoratori. Lì ci sta un tale macello…
prima o poi ci punteranno il fucile alla schiena. Credete a me, quelli hanno fatto leva davvero sulla
nostra ignoranza e sulle nostre misere esigenze, ma così è troppo semplice. Io ringrazio babbo che
mi ha mandato a scuola a calci in culo, se in tantissime occasioni sono riuscito a difendermi a parole.
Altri invece… dico solo, poveretti loro».
«Ma a cosa ti riferisci Giulio? Che lavoro facevi? E cerca di stare calmo…».
«Sapete benissimo quanto sia difficile parlare dei nostri tormenti, anche perché ci vorrebbe troppo tempo per poter raccontare il disagio che si vive in miniera e per di più non sono proprio abituato e mi sembra di aver detto già troppo, ma dato che me lo chiedete… Sono un armatore. Non bravissimo come certi che sono veri artisti, ma preciso e responsabile sì. Lavoravo sotto terra e passavo la giornata a far saltare i blocchi di roccia. Mi infilavo in un buco dove tra corpo è roccia restavano non più di quindici centimetri per battere la carica esplosiva. L’unica illuminazione era la lampada del casco. Facevo la vita del topo e rischiavo la pelle ogni secondo» si bloccò e mandò giù la saliva a fatica. «Credetemi è meglio se dico che per due anni sono rimasto sepolto vivo. Sepolto vivo, capite?!» gridò con voce quasi isterica.
«Giulio per carità, non sono qui per farti stare male».
«Guardate che ci vuole tanto coraggio per adattarsi e rassegnarsi a quel buio. Ah Gesù mio, quale sciagura finire lì sotto!» Giulio levò lo sguardo al cielo. «Quando entravo nella gabbia portavo sotto con me il sole, ma nonostante cercassi di trattenere quella luce tutto durava così poco… Quel buio nero che ti entra nella mente, che annulla qualsiasi pensiero positivo… Che tristezza! Mi chiedo sempre quale maledizione sia scesa in questa terra…».
«Ma Giulio, tra di voi almeno ci stava… voglio dire, rispetto e comprensione?».
«Certo, certo, tra di noi eravamo molto affiatati perché avevamo in comune tutto: la speranza nella vita, il grigio della fame e il buio della morte. Sapevamo che eravamo esposti al pericolo frane in qualsiasi momento, e così anche per far scorrere le ore scherzavamo in continuazione. Pensate un po’ a cosa si arriva… Per non dare preoccupazione alla famiglia nessuno raccontava quanto succedeva
là sotto. Però basta andare al cimitero, le croci aumentano a dismisura. Negli ultimi periodi le cose sono peggiorate ancora. I capi litigavano in continuazione tra di loro ed erano sempre addosso a noi a contarci pure i minuti che impiegavamo per fare i nostri bisogni. Poche settimane fa uno dei responsabili mi è venuto vicino parlandomi quasi nell’orecchio: La devi smettere di perdere tutto
questo tempo a fare il perfezionista… tira via…».
«Ma parliamo di vite umane!» esclamò esterrefatto il dottore.
«Se qua sotto ci venite voi e la vostra famiglia, per me non c’è nessun problema Compagno! Gli ho risposto subito. De coccio il giovane e arrogante pure, ma farai esattamente quanto dico io, chiaro?
Mi urlò furibondo mentre andava verso la gabbia, forse più spaventato di me. Poi ancora gli dissi: Coccio? Da noi ci sta solo granito, fate voi!».
«Siamo messi male caro Giulio. Anche qui in paese c’è d’aver paura, stanno capitando cose incredibili, gente che è finita in prigione per delle fesserie e non si sa quando ne uscirà».
«Pochi giorni dopo, un altro scemo mi si presenta davanti con aria minacciosa: Se non metti la camicia nera ti costerà cara!» Giulio scosse la testa. «Ciò che non ho tollerato in assoluto è che mi sia stato detto da un conterraneo, questo non me lo sarei aspettato, mai! Capite, neppure di un conterraneo ci si può fidare. Chi pensi che ti sia più vicino è il nemico più grande, pronto ad accoltellarti
alla prima occasione. Ah sì? Gli ho risposto, dici che mi costerà caro, eh? Vieni giù se hai ancora faccia… che se ti sei venduto il culo per quattro soldi, sappi che con me le offerte non funzionano.
Io la camicia nera te la lego al collo! Capito mi hai? Sassarese impicca babbo! E sì, questo non me lo aspettavo proprio. Questo stupido, comunque, non ha avuto il coraggio di presentarsi sotto e ci ha aspettati all’ingresso della galleria, a me e il mio compagno. Faceva tanto su barrosu il signore, con la sua camicia nera ben in vista. Alla fine però l’olio di ricino l’ha bevuto lui e il bastone gli è servito per poter tornare a casa. Da quel giorno ci guardava tutto torvo, ma girava alla larga. In questo caso le parole non sono state sufficienti. Però sapete, mi ha amareggiato troppo dovermi difendere in quel modo, a me i nemici non piacciono proprio».
«Giulio, penso che il sassarese abbia solo obbedito, punto e basta. Tu però sapevi a cosa stavi andando incontro, perché in tanti hanno riferito della pericolosità della miniera e delle difficoltà che hanno gli isolani nel periodo estivo per la malaria, e comunque non avresti dovuto stare lì così tanto tempo».
«Avete ragione, avete ragione… ci dovevo stare molto meno, anzi non dovevo neppure metterci piede e di questo sono molto dispiaciuto. Diceva bene babbo… ma allora non volevo sentire ragioni.
Forse è tutta quella sofferenza che mi porta ad avere il desiderio di andare altrove, fare qualcosa che mi permetta di avere una speranza per il futuro. Qui dotto’, diciamocelo fuori dai denti, siamo con le spalle al muro, siamo condannati a un silenzio insopportabile, lo sento, mi rimbomba in testa, mi istiga alla vendetta. Come posso vendicare questo silenzio così assordante se non andando altrove?
Oggi le mie sorelle piangevano, perché ancora una volta in continente non vogliono saperne della lana delle nostre pecore, capito?».

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