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LORENZO MARONE racconta LA TENTAZIONE DI ESSERE FELICI

febbraio 7, 2015

LORENZO MARONE ci racconta il suo romanzo LA TENTAZIONE DI ESSERE FELICI (Longanesi). Le prime pagine del libro sono disponibili qui

Il libro
Cesare Annunziata potrebbe essere definito senza troppi giri di parole un vecchio e cinico rompiscatole. Settantasette anni, vedovo da cinque e con due figli, Cesare è un uomo che ha deciso di fregarsene degli altri e dei molti sogni cui ha chiuso la porta in faccia. Con la vita intrattiene pochi bilanci, perlopiù improntati a una feroce ironia, forse per il timore che non tornino. Una vita che potrebbe scorrere così per la sua china, fino al suo prevedibile e universale esito, tra un bicchiere di vino con Marino, il vecchietto nevrotico del secondo piano, le poche chiacchiere scambiate malvolentieri con Eleonora, la gattara del condominio, e i guizzi di passione carnale con Rossana, la matura infermiera che arrotonda le entrate con attenzioni a pagamento per i vedovi del quartiere. Ma un giorno, nel condominio, arriva la giovane ed enigmatica Emma, sposata a un losco individuo che così poco le somiglia. Cesare capisce subito che in quella coppia c’è qualcosa che non va, e non vorrebbe certo impicciarsi, se non fosse per la muta richiesta d’aiuto negli occhi tristi di Emma… I segreti che Cesare scoprirà sulla sua vicina di casa, ma soprattutto su se stesso, sono la scintillante materia di questo formidabile romanzo, capace di disegnare un personaggio in cui convivono, con felice paradosso, il più feroce cinismo e la più profonda umanità.

* * *

https://i0.wp.com/www.lorenzomarone.net/wp-content/uploads/2013/09/DSC_0008-300-x-255.jpgdi Lorenzo Marone

Pochi istanti dopo aver premuto il campanello, mi apre lui, Cesare Annunziata!
Ha la barba sfatta e sembra stanco. Mi guarda con fare serio e mi invita a entrare. La casa è silenziosa, con pochi mobili antichi adagiati a pareti giallognole. È proprio come l’avevo immaginata.
«Siediti» dice e indica il divano.
Sopra la mia testa campeggia un quadro bizzarro di un Superman in minigonna. Lui nota il mio sguardo e commenta: «Sì, lo so, stona con l’ambiente, ma è una boccata di aria fresca in mezzo a tutto questo vecchiume» e si guarda attorno sorridendo.
Sorrido anch’io e mi sporgo in avanti, verso di lui, che ora è seduto di fronte a me. «Come stai?» chiedo quindi.
«Bene, come devo stare?» risponde di getto. «Non dirmi che sei venuto fin qua solo per chiedermi come sto?»
«No, in verità volevo fare due chiacchiere con te.»
«Su cosa?»
«Beh, su quello che sta succedendo…c’è gente lì fuori che dice di amarti, che ti vorrebbe addirittura come nonno, di…»
«Come nonno?»
«Già.»
«Non riesco a esserlo nemmeno di mio nipote, figuriamoci degli altri. E poi non voglio che la gente mi ricordi di essere…»
«…vecchio. Sì, lo so. Però qualche volta capita che le persone che ci vogliono bene ci attribuiscano un ruolo che non desideriamo.»
«Sì, capita» ribatte lui un po’ stizzito, «e non dovrebbe capitare. Nessuno dovrebbe prendersi la briga di dare ruoli agli altri. E sai perché?»
Lo guardo e non rispondo.
«Perché poi va a finire che inizi a crederci a quel ruolo, e piano piano diventa tuo, una parte di te, ti plasma e si plasma sul tuo viso, come una maschera. E io odio le maschere.»
Dal corridoio sbuca il famoso Belzebù, il gattaccio nero, che fa un balzo e si accoccola di fianco a Cesare.
«Non mi vorrai mica dire di essere scontento? Sei apprezzato, tutti ti vorrebbero conoscere, cosa c’è che non va?»
«Cosa c’è che non va? C’è che ieri la signora del primo piano mi ha inseguito col libro in mano, voleva una dedica, figurati! Una dedica da me! E alla cassa del supermercato il commesso mi ha sorriso come un ebete tutto il tempo. È troppo. E poi l’altro giorno mi ha telefonato una donna, voce elegante e sensuale, e mi ha chiesto se mi andava di parlare un po’ di me.»
«Embè?»
«Embè, c’è che non mi va mica tanto di parlare di me. Per dire cosa poi? Non mi sembra di avere una vita così attraente.»
«Eppure alla gente piace la tua vita “non attraente”» rispondo e mi lascio andare sullo schienale del divano.
«E già, ed è proprio questo il pericolo maggiore, sai? Piacere alla gente.»
Lo guardo per fargli capire che non ho capito un accidenti di quel che sta dicendo. Allora Cesare sbuffa contrariato e mi scruta, e io penso che, invece, è proprio contento che io non abbia capito, perché così lui può spiegarmi il suo personalissimo punto di vista, e questo a Cesare piace tanto. In effetti, conosco questo vecchiaccio scorbutico come le mie tasche.
«Piacere agli altri è un rischio, perché a lungo andare ti porta a cambiare, a diventare e pensare e dire quello che potrebbe piacere alla gente, così da piacere sempre di più. Il non piacere, invece, è liberatorio, dici quello che vuoi e che pensi, e te ne freghi del giudizio altrui!»
«Be’, in effetti, vista così…»
Lui sorride e accarezza Belzebù.
«E i tuoi figli? Loro, almeno, saranno contenti.»
«Non me ne parlare. Dante mi chiama ogni due secondi con voce sempre più squillante per dirmi che un suo carissimo amico collezionista mi adora e mi vuol conoscere.»
«E Sveva?»
«Sveva, invece, quasi fa finta che nulla sia successo. Credo abbia paura di tutto questo. O, forse, non le piace l’idea che non sia lei la protagonista della storia. D’altronde, la conosci, ama apparire, sentirsi importante.»
«Va be’, alla fine il suo è un ruolo rilevante, compare in diverse scene…»
«Mmh…già.»
«Non è che se l’è presa?»
Cesare si alza senza rispondere e si infila in cucina per fare ritorno con due bicchieri pieni di vino rosso.
«Sono già dieci minuti che parliamo. Due uomini non possono stare l’uno di fronte all’altro per tutto questo tempo senza una bottiglia di vino a dividerli.»
Sorrido e afferro il bicchiere. È rassicurante vedere che il vecchiaccio non è per niente cambiato. D’altronde, non pensavo certo che sarebbe bastato un po’ di affetto in più per farlo rabbonire.
«Sveva è infelice per natura, come tutti quelli che spostano sempre l’obiettivo un po’ più in là, sempre un po’ oltre, così da essere di continuo all’inseguimento di questa chimera che chiamiamo felicità.»
Finisco di sorseggiare il vino in silenzio e per un attimo gli occhi mi cadono sul plaid piegato sul divano. Forse è quello che usava Emma, penso. Solo che non mi va di parlarne. E di sicuro non va nemmeno a Cesare. Poso il bicchiere sul tavolino, mi alzo e domando: «Marino come sta?»
«Si è rincretinito. Ieri mattina l’hanno chiamato per fissare un’intervista. Sono due giorni che ripete le risposte davanti allo specchio e ogni tanto mi chiama per farmele sentire.»
Sorrido. Che tipo Marino. «Devo andare» dico infine.
«Di già?» chiede lui, e per un attimo mi sembra di sentire una vena di dispiacere nella sua voce.
«Sì, voglio approfittare e salutare anche lui. Marino intendo.»
Cesare mi accompagna alla porta e mi guarda sfilare sul pianerottolo. Un attimo prima che imbocchi le scale, mi fa: «Senti…ti volevo dire…insomma…»
Lo guardo e tento di non sorridere. So che vorrebbe ringraziarmi, ma è troppo difficile per lui.
«Lascia stare, sono io che devo ringraziare te…» ribatto quindi, e infilo le mani in tasca, imbarazzato.
«Già…be’…allora ci si vede.»
«Ciao.»
«Lorenzo?»
«Che c’e?» chiedo e faccio capolino dalle scale.
«La prossima volta che ti azzardi a raccontare come urino, ti vengo a prendere fino a casa!»
Stravolta sì scoppio a ridere, e mi lancio per le scale.
Il buon vecchio Cesare.

(Riproduzione riservata)

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