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ELENA MEARINI racconta A TESTA IN GIÙ

febbraio 17, 2015

Elena MeariniELENA MEARINI ci racconta il suo romanzo A TESTA IN GIÙ (Morellini editore). Un estratto del libro è disponibile qui.

di Elena Mearini

“A testa in giù” è la storia di un giovane ragazzo “speciale”, un’anziana donna “bizzarra” e un Maggiolone giallo, un po’ matto per rispetto alla tradizione.
E’ la storia di un viaggio reale ma anche immaginario, condiviso da sguardi diversi ma affini, lontani per generazione ma vicini e quasi sovrapposti per attitudine e verso di rotazione.
Gli occhi di Gioele, così come quelli di Maria, amano girare attorno alle cose, esplorarle da destra a sinistra, da sotto a sopra nell’intento di scoprirne tutte le differenti facce ed espressioni.
In fondo, loro sono due anime curiose, appassionate dall’unicità di ogni manifestazione di vita. E l’unicità è proprio una tra le parole-chiave che mi hanno spinto a raccontare questa storia. Insomma, ognuno di noi è unico e perciò diverso, e tanto più la diversità si propone in maniera libera e spontanea, tanto più l’unicità ne guadagna in fatto di irripetibilità.
Pensiamo a quanto fascino e a quanta ricchezza possiamo trovare nel “ non ripetibile”, in qualcosa che esiste e accade una sola volta, in un solo tempo, qualcosa nato da un ignoto miscuglio tra più componenti, da una sorta di magica formula che niente e nessuno potrà più riproporre.
Ecco, il non ripetibile è l’unico e il diverso, è quella magia che ognuno di noi ha in sé. Una magia che forse in Gioele appare un poco più marcata, con quei bordi spessi e quei contorni netti che spaventano gli altri, gli altri che lo ritengono inaccessibile, come stregato da un incantesimo, gli altri che lo considerano unico oltre la misura consentita, portatore di una diversità non calcolabile e perciò pericolosa. Perché sfuggire ai parametri conosciuti significa toccare l’oltre della fantasia, l’aldilà dell’immaginazione, il nuovo che evolve, lo stupore che si rivela, il cuore che sperimenta altri battiti, gli occhi che scoprono altre luci, altre ombre, il sottopelle di un mondo che si dichiara vivo per presenza di carne e sangue.
Maria, questa vecchietta giovanissima, questa donna che porta sulla schiena ottantacinque anni di vita e storia saltellando come una scolaretta con lo zaino dei libri in spalla, lei ce la fa, comprende e riconosce l’unicità di Gioele, accoglie la sua diversità con l’entusiasmo e la curiosità che tutti dovrebbero avere davanti all’irripetibile.
Maria intuisce il bianco, nella magia di Gioele, un bianco che invita e accoglie, quel bianco che il padre pensa essere nero e la madre pensa essere buio, negando al figlio la natura del proprio colore.
Potrei dilungarmi a raccontare l’intreccio della storia, gli snodi, il mistero felice che decide di rivelarsi soltanto nel finale, la realtà che precipita tutta dentro il punto ultimo, una realtà implacabile ma necessaria a rendere vere le favole, potrei. Ma ritengo più utile e importante impiegare parole per dire di colei a cui questo romanzo è dedicato, mia nonna Maria. Sua è la storia della vecchietta giovanissima, sua è la verità, la forza, suo il sudore e lo scavo che restituisce luce all’amore.
Concludo con una citazione tratta da “Harold e Maude”, film girato nel 1971 da Hal Ashby, in cui l’anziana Maude dice al giovane Harold “Vedi, Harold, secondo me gran parte delle brutture di questo mondo viene dal fatto che della gente che è diversa permette che altra gente la consideri uguale”.
Un grazie particolare all’editore Mauro Morellini per aver creduto alla verità di una favola e a Elisabetta Bucciarelli per la magia bianca delle sue parole.

(Riproduzione riservata)

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