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SOTTOMISSIONE, di Michel Houellebecq (una recensione)

febbraio 18, 2015

SottomissioneSOTTOMISSIONE, di Michel Houellebecq – Bompiani 2015, pp. 252, € 17,50
(trad. di Vincenzo Vega)

di Marco Ostoni

A differenza del protagonista del suo nuovo romanzo, il quarantenne François, studioso di Huysmans e docente alla Sorbona che si definisce «uomo di una normalità assoluta», Michel Houellebecq non è affatto uno scrittore “normale”. Ha infatti un talento fuori dalla norma, che ne fa un fuoriclasse della letteratura mondiale. E ha pure – bisogna dirlo – una fortuna decisamente poco comune: quella che gli ha permesso di uscire in libreria con un tempismo perfetto, proponendo una storia visionaria ma nient’affatto impossibile di una Francia del futuro prossimo (è il 2022) governata da un presidente musulmano e pacificata proprio grazie alla diffusione di un islamismo moderato e conciliante, giusto all’indomani del tragico attentato contro la redazione del giornale satirico «Charlie Hebdo». Gesto folle e sanguinario che ha dimostrato alla laicissima Francia della laica Europa come il jihad sia radicato anche ben dentro i suoi confini, rimettendo al centro dell’attenzione i temi della convivenza tra le fedi, della libertà di espressione (e professione), dell’integrazione e, ancora oltre, quelli dell’offuscarsi dei Lumi – e della società secolare – sotto l’ombra di ritorno, sempre più pervasiva, della religione, anzi delle religioni.
Un fenomeno, questo, sul quale poggiano le fondamenta dell’intera “costruzione” di Houellebecq e che la rende assolutamente verosimile, a dispetto della collocazione futuristica della storia. E infatti la filigrana su cui è tessuto l’intero romanzo è proprio la consapevolezza crescente, da parte del protagonista, della sconfitta irreversibile incassata dal secolarismo laico post-illuminista nei confronti del ritorno della spiritualità religiosa e, più ancora, della sua dimensione rassicurante, in cui l’uomo trova nella sottomissione a Dio (e la donna, a sua volta – dentro l’islam – nella sottomissione consenziente all’uomo) la fonte della felicità. Una vittoria della longue durée, per dirla con Braudel; delle tendenze profonde e plurisecolari della storia – e dell’antropologia – rispetto al portato di fiato corto delle rivoluzioni, in primis quella francese. In fin dei conti, sembra voler dimostrare lo scrittore delle Rèunion, ebraismo, cristianesimo e islam contano i millenni mentre la cultura dei lumi è poco più che un istante al loro cospetto: breve, fragile e destinato a perire.
In simile contesto si muove il protagonista del libro, “uomo senza qualità” che prova con scarsa fortuna ad assecondare l’istanza di affidamento a un Altro che percepisce forte e seducente nella società che lo circonda. Lo fa emulando l’amatissimo Huysmans – unico oggetto di vera passione e dedizione insieme al suo membro sessuale, cui “offre in pasto” schiere di disinibite e voluttuose studentesse – fino a seguirne le tracce nel monastero in cui l’autore di À rebours si convertì. Qui, davanti alla statua della Madonna, il suo sogno di conversione, però, si infrange: «La Vergine aspettava nell’ombra, calma e immarcescibile. Possedeva la maestà, possedeva la forza, ma pian piano sentivo che perdevo il contatto, sentivo che lei si allontanava nello spazio e nei secoli mentre io mi rannicchiavo nel mio banco, rattrappito, ristretto. Dopo mezz’ora mi alzai, definitivamente abbandonato dallo Spirito, ridotto al mio corpo danneggiato, deperibile, e ridiscesi tristemente gli scalini in direzione del parcheggio».
Foto Michel HouellebecqSarà allora e più prosaicamente l’islam, le cui “meraviglie” e la cui presunta superiorità nei confronti del cristianesimo (definito una «religione femminile») gli illustrerà, nelle pagine più belle del libro, il nuovo rettore della Sorbona, a convincerlo – anche in virtù di una ricca offerta economico-professionale – dell’opportunità di lasciare i panni del miscredente per abbracciare il Corano.
Sottomissione è un romanzo “fuori quota”, che dopo un avvio un po’ faticoso e un iniziale scollamento fra il racconto personale del protagonista e l’affresco socio-politico della Francia immaginaria del 2022, cresce pagina dopo pagina vino a travolgere letteralmente il lettore. Questo grazie anche alla scrittura fluente di Houellebecq, cui sembra riuscire facile ciò che facile non è e che si permette di confezionare frasi lunghissime e sature di subordinate senza mai perdere in scorrevolezza e comprensibilità, arrivando anzi a tenere insieme registri diversissimi (lirico, enunciativo, narrativo) con una naturalezza disarmante. Un esempio per tutti, in cui emerge anche la grande abilità dell’autore a incedere per asindeto nella narrazione: «Aveva l’aria di non sentirsi troppo bene e fece le presentazioni in modo quasi inudibile, non riuscii neanche a sentire il nome del suo collega dai capelli che sembravano imbrillantinati, pettinai all’indietro con estrema cura, e che indossava uno splendido completo a tre pezzi color blu notte striato da impercettibili righe bianche, quel tessuto leggermente brillante sembrava di una morbidezza estrema, doveva essere seta, avevo voglia di toccarlo ma mi trattenni a stento».
Fosse anche solo per la scrittura, è davvero inevitabile (e fortemente consigliabile) “sottomettersi” a questa lettura.

* * *

Michel Houellebecq ha pubblicato presso Bompiani i romanzi Le particelle elementari (1999), Estensione del dominio della lotta (2000), Piattaforma (2001), Lanzarote (2002), La possibilità di un’isola (2005), divenuto un film con la regia dell’autore nel 2008, la raccolta poetica Il senso della lotta (2000), i saggi H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita (2001) e La ricerca della felicità (2008), e il libro scritto con Bernard-Henri Levy, Nemici pubblici. Con La carta e il territorio ha vinto il Premio Goncourt 2010.

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