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LA LOTTATRICE DI SUMO, di Giorgio Nisini (un estratto)

marzo 13, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo LA LOTTATRICE DI SUMO, di Giorgio Nisini (Fazi editore).

Domani Giorgio Nisini ci racconterà il suo romanzo

Il libro
Giovanni Cadorna è un fisico alla soglia dei cinquant’anni. Dopo un divorzio e il successo raggiunto con la pubblicazione di un libro scettico sulla possibilità della vita oltre la morte, inizia a dubitare delle proprie certezze in seguito al ritrovamento di un dipinto che lo costringe a fare i conti con il passato e il ricordo di una donna, morta tragicamente più di vent’anni prima.
Decisivo, all’interno di un intreccio costantemente in bilico tra ossessione e raziocinio, ragione e occulto, risulterà l’incontro con Olga, figlia dell’artista esoterico presunto autore dell’opera, che, insieme ad altre figure femminili cariche di significato, darà vigore a una storia fino allo scioglimento della vicenda personale e familiare del protagonista come del mistero legato al quadro.
Con una cura formale di rara evidenza e una lingua densa di risvolti emotivi, l’autore affronta qui un tema delicato come quello della comunicazione con l’aldilà nonché argomenti universali come la libertà individuale, il desiderio di paternità e l’amor filiale.

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 Il prologo del romanzo LOTTATRICE DI SUMO, di Giorgio Nisini (Fazi editore)

Prologo

Il segreto di Margherita

(1981-1983)

 

Avevo conosciuto Margherita l’ultimo anno di liceo, a una festa organizzata dalla squadra di basket della scuola. Il suo viso mi era apparso nella confusione assordante della pista da ballo mentre cercavo di raggiungere il tavolo dei cocktail, gli occhi illuminati a intermittenza da un fascio di luce stroboscopica, un rapido susseguirsi di colori e ombre che risaltavano sul suo vestito flapper decorato con lunghi fili di paillettes. Non sapevo nulla di lei, anche se ero convinto di averla già vista; non sapevo il suo nome, dove abitasse, se avesse la mia stessa età o – come avrei scoperto poi – fosse di poco più giovane. Il suo modo impacciato di ballare aveva qualcosa che mi piaceva: la testa piegata su un lato, per esempio, il dondolare fuori tempo del corpo, le mani che ondeggiavano a mezz’aria in un ritmo appena rallentato.
Solo qualche ora prima ero disteso sul letto della mia stanza senza molta voglia di uscire: le persone che frequentavano la squadra non mi erano mai state troppo simpatiche, mi sembrava che nei loro sguardi ci fosse un tono di sfida che avevo sempre trovato insopportabile. Non mi andava di lasciarmi appesantire da discorsi e modi di fare che trasudavano agonismo anche fuori dal campo di gioco, sentir parlare di play-off e tiri da tre punti come fossero gli unici argomenti di conversazione possibili. Neanche l’idea di restare a casa mi entusiasmava molto, però: l’ipotesi di trascorrere la serata davanti alla tv o ad ascoltare musica sul mio vecchio giradischi Revox mi appariva ancora più deprimente.
In quel periodo vivevo con i miei genitori in un quartiere residenziale a nord est di Roma. La palazzina in cui abitavamo era stata costruita in un piccolo parco condominiale alla metà degli anni Settanta: era un luogo esclusivo ma lievemente claustrofobico, una finzione di paesaggio collinare compresso da barriere di cemento e palazzine limitrofe che si espandevano a macchia d’olio verso i confini della città. Mio padre, un medico dal carattere brillante che si era fatto strada nel campo della chirurgia vascolare, era stato da poco nominato primario di un’importante clinica privata: aveva uno stipendio da capogiro ma faceva una vita d’inferno; lo chiamavano a tutte le ore del giorno e della notte, e anche durante le ferie era obbligato a lasciare un recapito telefonico in cui farsi rintracciare. Non esistevano cercapersone, allora, né cellulari.
Mia madre, dal canto suo, non aveva un vero e proprio lavoro. La sua attività principale era far sì che tutto ciò che riguardava l’amministrazione della famiglia procedesse nel migliore dei modi, dalle questioni burocratiche al perfetto funzionamento della casa. Era una sorta di manager domestica, possedeva la rara qualità di occuparsi di tante cose diverse senza mai perdere il controllo, scrupolosa all’eccesso ma impermeabile agli scatti di emozioni. Da quando il nostro status economico era migliorato, e dunque anche il nostro status sociale, era però stata colpita da una furia immobiliare che la rendeva particolarmente bizzosa. Era il terzo appartamento che cambiavamo nel giro di due anni; le ultime estati le avevamo trascorse a imballare oggetti e sigillare scatoloni nel vuoto assordante di stanze che già sentivamo non essere più nostre. Ogni volta c’era qualcosa che non la convinceva fino in fondo: ora l’inclinazione della luce, ora il carattere detestabile di qualche condomino, ora il monotono panorama urbano su cui affacciava la sua camera da letto. Allo stesso tempo, però, era troppo paurosa per andare a vivere in una villa in campagna o in un altro posto isolato senza vicini. Quando la notte mio padre non c’era, voleva sempre che dormissimo insieme.
Non saprei dire come trascorressi le giornate io, invece (a parte la scuola e lo studio, ovviamente). Come molti ragazzi della mia età ero percorso da sentimenti troppo veloci e incostanti per trovare qualcosa d’interessante nella mia vita; tutto mi sembrava possibile e in continua trasformazione: mi lasciavo attrarre da un’idea o da una persona con la stessa superficiale rapidità con cui, un attimo dopo, ero attratto da mille altre idee e persone completamente diverse dalle prime. Anche i miei pensieri correvano velocissimi: da un po’ di tempo avevo deciso di iscrivermi alla facoltà di fisica, e questo mi aveva già proiettato oltre la fine dell’anno scolastico, oltre le interrogazioni e gli esami di maturità, come fossi un saltatore con l’asta che s’illude di arrivare dall’altra parte senza alcuna fatica. Margherita era stata una specie di calamita dell’attenzione, aveva ridato di colpo densità alle cose presenti, consentendomi di attraversare la fase finale della mia adolescenza senza perdere definitivamente il contatto con la realtà.
Non ricordo quando l’avevo vista la prima volta, forse l’inverno precedente, a una delle riunioni del collettivo studentesco, o forse fuori la sua classe durante una pausa di ricreazione, comunque con largo anticipo rispetto all’istante in cui qualcuno, dopo che l’avevo notata sulla pista da ballo, tra una massa di ragazzi che si muoveva al ritmo di Imitation of Christ degli Psychedelic Furs, me la presentò. Di quei momenti ricordo soprattutto i dettagli del viso: certi sguardi veloci, certi sorrisi lievi che mi erano sembrati pieni di cose da dire, la sua espressione malinconica quando c’eravamo salutati a fine serata. Per tutta la notte avevo ripensato a lei, avevo provato a immaginare l’evoluzione della nostra amicizia, che nella mia mente non era più amicizia, ma qualcosa che già rasentava pericolosamente il concetto di amore. Avevo ripensato anche ai mesi trascorsi, quando l’avevo intravista tra le mura della scuola, e non riuscivo a capacitarmi del fatto che in tutto quel periodo avessi potuto fare a meno di lei.

Ci mettemmo insieme due settimane dopo. Era un sabato pomeriggio, ed eravamo usciti con un’altra coppia di amici. Lui era un tizio di un istituto professionale con cui avevo frequentato un corso di nuoto all’inizio di settembre; mi aveva detto che sarebbe andato con la sua ragazza a vedere un’esposizione di bonsai a Piazza di Spagna, e così avevo chiesto a Margherita se volevamo unirci anche noi. L’esposizione di bonsai mi era sembrata un’occasione adatta per proporle di uscire, non era troppo intellettuale come una mostra di quadri, né troppo smaccatamente confidenziale come la sala buia di un cinema pomeridiano; e poi il bonsai, nella sua essenza di arte che cerca di dare una forma a qualcosa di vivo, era una tecnica botanica che rappresentava alla perfezione ciò che ci stava accadendo. Avrei potuto giocare sui sottintesi, pensai, far leva sui doppi sensi e i paragoni che quella particolare tipologia di arboricoltura mi metteva a disposizione. E così feci, infatti. Quando davanti a un esemplare di Acer palmatum guardai Margherita negli occhi, e le dissi che la coltivazione di una pianta, in fondo, era come la coltivazione di una storia d’amore, lei rimase senza parole, e con la commozione che solo una ragazza della sua età poteva avere, mi prese la mano e mi baciò.
Fu una giornata molto bella, attraversata com’era da una luce rosso-arancio che esplodeva nell’autunno di Roma. Tuttavia capii già da allora che a Margherita non piaceva stare tra la gente, bastava vedere il disagio con cui si muoveva tra la folla pressante di Piazza di Spagna. Anche a scuola lo avevo notato: se ne stava quasi sempre in disparte, come sotto l’influsso di una necessità che la portava a isolarsi da tutto ciò che risultava troppo “sociale” per i suoi canoni di solitudine. Non amava le assemblee, gli sport di squadra, i cortei di piazza. Poteva sembrare quasi un miracolo che fosse venuta alla festa, un avvenimento totalmente in disaccordo con le sue abitudini; ma in realtà non era così: non era una questione di partecipazione fisica, ma di partecipazione mentale.
Eppure, mi fu chiaro fin dal primo momento in cui ci parlai, sotto l’influsso ipnotico della musica degli Psychedelic Furs, Margherita non era un’adolescente complessata. Tutt’altro: era un’adolescente sofisticata, è questo l’aggettivo che riusciva meglio di ogni altro a cogliere l’essenza della sua personalità. E non perché avesse dei modi affettati o fosse altezzosa nei confronti degli altri, piuttosto perché – lo avrei scoperto molto presto – stare insieme a lei esigeva un impegno concettuale simile a quello richiesto da un film d’autore. Era un po’ come andare a vedere una pellicola della migliore tradizione francese anziché una commedia sexy di Natale, e questo, a volte, mi faceva sentire inadeguato.
E poi c’era un’altra questione: Margherita era una ragazza bella, o perlomeno io la ritenevo bella, visto che la maggior parte dei miei amici non la pensava come me. Che poi la sua fosse una bellezza un po’ anomala e particolare non importava. Una volta un suo compagno di classe mi disse che Margherita sembrava una tipa fuori dal tempo – usò proprio questa espressione: “fuori dal tempo” – e in effetti aveva ragione, perché rassomigliava a una principessa medievale che si aggira esitante in un’epoca che non le appartiene fino in fondo. Ma era proprio questo lieve attrito con la realtà che le donava fascino; ed era anche la ragione per cui non riuscivo a catalogarla in nessuna tipologia socio-antropologica a me nota: non era la più carina della scuola, la ragazza snob, la sfigata, la bruttina simpatica o la secchiona, né appunto l’adolescente complessata, né tanto meno l’aspirante showgirl o la sportiva o l’intellettuale femminista impegnata politicamente. No, nulla di tutto questo: Margherita era Margherita, e la sua inclassificabilità era ciò che mi aveva fatto innamorare di lei.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

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Giorgio Nisini è nato a Viterbo nel 1974. Studioso di cinema e letteratura, insegna Sociologia della letteratura all’Università di Roma “La Sapienza”. Il suo primo romanzo, La demolizione del Mammut (Perrone, 2008), ha vinto il Premio Corrado Alvaro Opera Prima ed è arrivato tra i cinque finalisti del Premio Tondelli. Il sito di Giorgio Nisini : www.giorgionisini.it

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